Vicini

Pool di aziende che comprende un calzaturificio, un ricamificio e un tacchificio. Impiega circa 400 addetti. Produce, oltre all’omonima collezione di scarpe, anche la linea di Roberto Cavalli, di DSquared e la Giuseppe Zanotti Design che si è affermata per l’unicità delle sue creazioni; famoso lo stivale realizzato in denim volutamente sfilacciato e consumato, inventato per Britney Spears. Vicini, in appena un decennio, conquista una posizione di rilievo nel mercato calzature di lusso. Cresciuta attorno al marchio Giuseppe Zanotti Design, oggi registra tassi di crescita a doppia cifra, impiega oltre trecento persone ed esporta in tutto il mondo. La rete retail conta oltre trenta boutique monomarca, che si affiancano alla rete di punti vendita concessionari.

Visibilia

Costituita all’inizio degli anni ’90, Visibilia è oggi uno dei maggiori player internazionali nel settore delle montature per occhiali da vista e degli occhiali da sole. Nel corso degli anni ha acquisito la licenza per la produzione e la commercializzazione di occhiali di importanti marchi della moda quali Blumarine, Blugirl, Emanuel Ungaro, Jeckerson, Laura Biagiotti, Mandarina Duck e Trussardi.

Van Der Kemp

Ronald (1966). Stilista olandese. Si è diplomato alla Gerrit “Rietveld Academy of Art and Design di Amsterdam. Dopo un brevissimo periodo di apprendistato, ha firmato il prêt-à-porter Bill Blass, le collezioni donna del grande, elitario magazzino Barney’s di New York e, nel ’99, è stato nominato direttore artistico della maison Laroche. All’inizio del nuovo millennio, lo stilista lascia la carica di designer della catena di magazzini Barney’s a Benhaz Sarafpour.

Vitti

Barbara (1939). Public Relation italiana. Nata a Milano, inizia a respirare l’atmosfera della moda da ragazzina seguendo la madre Gemma, giornalista di moda, alle sfilate e aiutandola nel suo lavoro di giornalista. Diventa redattrice di moda, ma viene quasi subito chiamata dalla Snia Viscosa per le pubbliche relazioni. È stata la responsabile dell’immagine di Armani (1980), poi di Valentino (1986) e del Gruppo Inghirami (1992). Oggi segue vari eventi mondani e di comunicazione, spesso legati al mondo delle grandi maison.

Victoire

Catena di boutique (4 a Parigi, 4 nel resto della Francia e una a Tokyo) e marchio di moda pronta distribuito anche in Italia. Il primo negozio è stato aperto da Alain Lalonde a Parigi, in place des Victoires. La stilista in esclusiva era allora Catherine Chaillet, che oltre ai “tessuti, sceglieva e proponeva accessori. Nel ’65 Lalonde monopolizza la piazza con un altro punto vendita di solo prêt-à-porter maschile. Due anni più tardi, cede tutto ad Antoine Riboud, che affida la direzione a Franµoise Chassagnac. La linea Victoire si caratterizza negli anni, proponendosi come moda classica con tagli minimalisti. Gli abiti uomo e donna, sono sempre in tessuti naturali (lino, cotone, cachemire e lana) e i colori, mai sgargianti, oscillano per lo più tra il nero, il blu, il corda e il bianco. La maglieria (il dato è del ’99) occupa il 40 per cento della produzione. Sotto la gestione di Gilles Riboud, l’azienda a conduzione familiare si espande fino a disporre di 11 negozi per uomo, donna e accessori sul territorio francese. Ultimo nato il negozio di Saint Tropez, in boulevard Louis Blanc.

Van Cleef & Arpels

Gioielleria francese. Le creazioni della maison parigina — fondata nel 1906 da Alfred Van Cleef (1873-1938) e dai cugini Charles, Julien e Louis Arpels, esperti in pietre preziose — hanno realmente fatto storia. La sede principale era ed è in place VendÂme, ma nel giro di pochissimi anni a essa si affiancarono i negozi di Nizza, Deauville, Vichy, Cannes. I primi anni ’20 videro i gioielli Van Cleef & Arpels interpretare con tempestività lo stile orientale e neo egizio che furoreggiava nei salotti francesi. Il Déco era alle porte. Nel ’29 si inaugurò il negozio di New York, nel ’35 quello di Montecarlo. Negli anni ’30, si definì lo stile della maison che propose creazioni totalmente innovative adottando un tipo di montatura prima mai utilizzato: il serti invisibile. Questo accorgimento tecnico, che permetteva di presentare le gemme senza lasciar intravedere il metallo sottostante, diede il via a una produzione giocata soprattutto su modelli d’ispirazione floreale — rose, camelie, crisantemi, foglie d’edera — e animalier. Alla stessa epoca risale l’invenzione del bracciale Ludo Hexagone, costruito su maglie geometriche a forma di caselle d’alveare. Apprezzatissime inoltre le clips, tra cui le famose Passe-partout (’38), da indossare separatamente sul rever della giacca o, insieme, montate su collier chaïne-serpent. Fu soprattutto merito di Louis Arpels, con le sue molteplici conoscenze nell’ambito del jet set, se la maison incontrò tanto successo in tutto il mondo. Sensibile nel captare le suggestioni offerte dalle tendenze del gusto e dai fatti d’attualità, la maison lanciò varie creazioni di carattere innovativo come la collana zip (o “fermeture éclairé”), ispirata alla cerniera lampo, e il collier “coriphée”, composto da una serrata fila di ballerine in oro con tutù di brillanti. Negli anni ’50, trionfò la lavorazione a merletto del filo metallico intrecciato, ritorto, godronato. Nacquero le clips a cristaux de neige. La firma fece storia anche per quanto riguarda gli accessori preziosi. Le minaudières degli anni ’20, borsette da sera in veste di astuccio in oro e gemme, sono ancor oggi famose. L’azienda, affermatasi a livello internazionale con gioielli, profumi e orologi (notevole l’espansione sui mercati orientali), attualmente è guidata dalla terza generazione Arpels che ha conservato il 20 per cento delle azioni, mentre nel ’99 il 60 per cento è stato acquistato da Cartier.

Veneziani

Jole (1901-1988). Stilista e pellicciaia italiana. Aveva il suo atelier all’8 della milanese via Montenapoleone e dal cortile veniva sempre un forte odore di caramellato, piacevolissimo regalo del caffè pasticceria Cova le cui cucine danno su quella corte. C’era un grande salone settecentesco grigio e oro: i pannelli dipinti; i salotti di prova dalle grandi specchiere e le pesanti tende che ovattavano le voci e mantenevano il segreto più assoluto sulle scelte delle clienti gelosissime e rivali. Lei, la Jole milanese, stava in poltrona: vestita d’azzurro pastello i capelli bianchi ancora tagliati alla bambina, la carnagione ancora rosa madreperlacea, il sorriso cordiale. Prima di essere operata di cataratta e “miracolata” nella vista, sfoggiava occhiali importanti, aggressivi, luccicanti, occhiali che lei stessa disegnava. Le sue mani erano paffutelle, ornate preziosamente di rosse perle e zaffiri; quelle “specialissime” mani per cui in tutti gli innumerevoli articoli a lei dedicati, in tutte le interviste, è stata sempre denominata “zampa di velluto”. Fui io a inventare questa definizione per lo stupore di vedere quelle mani palpare, accarezzare, sfiorare contropelo delle stupende pelli di zibellino, non solo con competenza ineguagliabile ma quasi con piacere sensuale. In fatto di conoscenza di pelli, di fantasia creativa, di ricerca di novità, di coraggio — un grande coraggio — Jole Veneziani è stata pioniera e forse non superata. Al contrario di molti stilisti, nessuna precoce predestinazione è alla base della sua scelta di mestiere e del suo successo. Nasce a Taranto in un ambiente cultural-artistico, padre avvocato e scrittore, madre appassionata cultrice di musica classica, il fratello Carlo applaudito commediografo. Ed è con lui, a Milano, che questa piccola, vivace, fantasiosa, generosissima ragazza tenta il palcoscenico, il giornalismo. Alla morte di suo padre e alle mutate condizioni economiche rivela quel carattere eccezionale che unisce volontà, praticità, fantasia e capacità di rischiare. Diventa amministratrice in una grande ditta francese di pelli per pellicceria e subito scopre la sua vera passione. Mentre piovono le bombe che incendieranno Milano, lei apre il suo primo atelier in via Nirone: “Quando decido una cosa, la faccio subito. Per me non esiste la parola domani”. Le sue pellicce hanno qualche cosa di diverso, per cui vengono richieste dalle grandi sartorie per accompagnare i loro modelli nelle sfilate. Da questo primo contatto con l’alta moda nasce immediatamente un altro atelier, dove la moda d’ora in poi la creerà lei, con astrakan, cincillà, lontre, visoni. Finisce la guerra, debutta una moda italiana e lei diventa subito un personaggio internazionale: copertine di Life, Harper’s Bazaar, Vogue con i titoli: Italy evening bravura of Veneziani; C’est la “dernière folie européenne, la plus belle (europea, non solo italiana), e piovono premi e riconoscimenti. Coraggiosa giocatrice d’azzardo, sui mercati internazionali si accaparrava sempre le partite di pelli più esclusive contro colossi americani e francesi, tanto che una volta, dopo aver firmato il contratto per un gruppo di zibellini eccezionali, i sovietici vollero donarle una spilla di brillanti. A sua volta, lei la regalò ad Anna Bonomi che aveva comprato la pelliccia fatta con quegli zibellini. Era la regina delle manifestazioni di Francoforte, il più importante mercato internazionale della pellicceria. Ho assistito a una di queste manifestazioni, mastodontica, ostentatamente ricca alla tedesca, in cui si presentavano più di dieci nazioni: alla sfilata Veneziani, fuori programma, gli applausi salivano, salivano frenetici come nei concerti rock, finché alle ultime uscite di visoni bianchi e neri proruppero in un “Viva l’Italia!” Negli anni dal ’55 al ’68, J. V. non è stata solo una grande stilista, non solo ha impellicciato con capi unici da museo le più importanti donne internazionali e intere dinastie, non solo è stata la pioniera del colore, delle lavorazioni a tweed e di quelle che toglievano chili di peso a questi indumenti, non solo è stata la prima a creare una collezione industriale per l’Eurofur, con giubbotti sportivi bicolori, non solo è stata la consulente che ha cambiato i colori cupi dell’Alfa Romeo in altri, più femminili e la consigliera di tante industrie tessili. È stata tutto questo, ma, nel lavoro e nella vita mondana, è stata la vera rappresentante, la vera interprete degli anni del miracolo italiano, di quel boom forse sconsiderato ma di impulsi vitali magici. Il suo braccio destro era Sandra Boghossian, ex indossatrice, coadiuvata da Giuliana Cova Radius. Trascinato da me a Pitti nel 1963, Dino Buzzati scrisse sul Corriere della Sera: “Jole Veneziani ha sfoderato la bandiera, soprattutto quella cara alle donne, e non ha aspettato il finale; fin dalle prime battute è comparso il fatidico vessillo, il traguardo di mille sogni, l’emblema classico della vittoria sociale, di solidità economica, di lusso, di dolce vita, sua maestà il visone”. E aggiungeva: “È stato sulla passerella Pitti un piccolo festival del miracolo economico, tanto dichiarato e spiritoso da non potere dare scandalo”. Lo scandalo nascerà nel ’68, quando le uova marce e i pomodori fradici insozzeranno quelle pellicce all’entrata della Scala nella serata inaugurale del 7 dicembre. Finì, allora, un’epoca milanese e declinò la stella di Jole.

Vans

Azienda americana di calzature sportive, fondata da Paul Van Doren. Specializzata inizialmente in scarpe da surf e da skate-board, apre il primo negozio monomarca nel 1966 in California. Nel corso degli anni ’80, lancia linee adatte ad altri generi sportivi quali il baseball, il basket e il football. Nell’88, viene ceduta alla McCown DeLeeuw Co., che crea una forte rete distributiva per promuovere queste scarpe internazionalmente. Nel 2004 il marchio viene acquisito dal gigante dell’abbigliamento statunitense VF Corporation: Steve Murray diventa il nuovo presidente della società. Prende il via un rilancio del marchio che passa attraverso la valorizzazione dei suoi connotati sportivi, legati all’outdoor e allo street life. Nel 2008, in questo contesto, prende il via la collaborazione con l’artista Keren Richter che realizza una linea di scarpe all’insegna dello stile cool californiano.

Valle

Giorgio (1941). Giornalista. È stato direttore di Amica e di Mondo Uomo. Nel mondo dell’editoria dal ’71, prima nella Rusconi, poi in Mondadori, dove diventa caporedattore di Grazia. Nel 1986 Paolo Pietroni lo chiama come vicedirettore ad Amica, dove l’anno successivo diventa direttore responsabile. Nel ’90 lascia per entrare alla Condé Nast, dove dirige prima Myster, poi entra alla Rusconi per guidare Donna e infine Mondo Uomo, mensile di moda rivolto al pubblico maschile fondato nel 1981 da Flavio Lucchini.