Valentina

, nome d’arte di Valentina Nicholaevna Sanina (1904-1989). Costumista e stilista russa, ha lavorato negli Stati Uniti. Ha vestito, sul set e nella vita privata, le star femminili più eleganti: Greta Garbo, Gloria Swanson, Katharine Hepburn. Nata a Kiev, rifugiata a Parigi, si era trasferita in America fondandovi, nel 1928, la propria casa di mode. I suoi abiti rigorosi e sobri, erano pensati in funzione del corpo che doveva indossarli. Nel ’57 chiuse l’atelier e si ritirò. Maria Pezzi ha scritto: “A New York, nel 1961, fui invitata a un cocktail dall’architetto russo Barmasch, nella sua casa allucinante, con un giardino pensile tutto di plastica illuminato da un sole artificiale. Fra l’eterogeneo pubblico spiccava una signora anziana che assomigliava vagamente a Greta Garbo. Era vestita assolutamente fuori moda ma molto elegante. Mi dissero: “Non conosci Valentina? È stata fino a tre anni fa la sarta più originale delle dive di Hollywood e una prepotente personalità”. Me la feci presentare; guardò con severità la mia bellissima blusa a fiori e senza muovere le labbra disse: “Non si porta mai l’imprimé accanto al viso perché altera la personalità dei tratti, l’imprimé è bello solo dalla vita in giù”. Mi raccontarono che negli anni d’oro in cui Hollywood fu uno splendido baraccone di superlusso, di superpacchianeria, lei fece la stessa rivoluzione che Isadora Duncan operò nella danza: sfrondare tutte le sovrastrutture e riportare alla semplicità classica, in cui contano solo il taglio e la cadenza e la qualità del tessuto. Infatti la sua regola era: l’eleganza non è la semplicità del lusso ma il lusso della semplicità”. Valentina muore il 4 settembre 1989 a New York City, all’età di 85 anni.

Visone

Pelliccia che rimarrà, nella storia del costume, come il simbolo della ripresa economica dei rombanti anni ’50, come il segno tangibile della scalata sociale, come il prezioso oggetto dei desideri di ogni donna. Dagli schermi cinematografici Hollywood invitava al sogno con Elizabeth Taylor, Venere in visone del 1960, e con Doris Day, Il visone sulla pelle del ’62. Nella realtà lo indossavano personalità e personaggi come Clara Booth Luce, ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, la regina Elisabetta II d’Inghilterra, Maria Callas, una Brigitte Bardot non ancora votata alla causa animalista, e persino, nella versione di una lunga, spagnoleggiante cappa nera, Salvador DalÕ. Era, e avrebbe continuato a essere, la pelliccia per eccellenza, dominatrice incontrastata, regina assoluta. E re dei laghi e dei fiumi è il visone, distinto nei due nomi latini di Mustela vison (americano) e Mustela lutreola (europeo), e diffuso nell’America del Nord e nel settentrione dell’Europa e dell’Asia. È dotato di pelo folto, morbido e lucente, e di cuoio elastico e resistente. Il tipo classico è a mantello bruno scuro, chiamato “standard” oppure “selvaggio”, o anche, più poeticamente e con chiaro riferimento a quello nordamericano, “dei grandi laghi”. Può essere allevato in tutti i Paesi che abbiano clima freddo, umido e siano ricchi d’acqua, perché ogni bestia ne richiede da 200 a 400 litri all’anno. Oggi la stragrande maggioranza dei visoni proviene dall’allevamento, le cui prime sperimentazioni, a opera degli americani, vengono datate intorno alla metà del 1800, mentre in Europa l’avvio fu dato dagli scandinavi all’epoca della crisi economica degli anni ’30. Sono nate così le innumerevoli mutazioni del pelo, varietà di colore rigorosamente naturali e differenti dallo standard, che vanno dal bianco al nero e per le quali ogni marchio — American Legend, Blackglama (soltanto nero), American Ultra, Canada Majestic, Nafa, Black Nafa — ha denominazioni proprie. Offrono meravigliosa materia alla creatività degli stilisti pellicciai, che negli ultimi anni, ben assecondati dalle rivoluzionarie invenzioni della conceria, hanno tinto il visone, l’hanno reso reversibile, l’hanno rasato, epilato, spuntato, nappato, scamosciato, traforato, dorsato, brinato. Docile e maestoso, ha lasciato fare, sicuro di conservare la propria regalità.

Venet

Philippe (1929). Stilista francese. Nato a Lione, inizia subito a lavorare come apprendista da un sarto della città, Pierre Court. Si trasferisce a Parigi, nel 1951, lavora come sarto tagliatore prima per Fath, poi per Schiaparelli e successivamente per Givenchy. Nel ’62, apre una sua maison d’alta moda e, l’anno dopo, si converte al prêt-à-porter. Gli abiti, “senza nulla di futile”, come lui ama dire, hanno una linea semplice e ben curata. Nell’85, vince il Dé d’Or. La maison chiude nel ’94.

Valditevere

Azienda di tessuti e, più tardi, di moda boutique, fondata nel 1952 da tre signore dell’aristocrazia e dell’alta società, Donina Gnecchi, Vittorina Pacini e Piretta Rocco di Torre Padula. L’idea iniziale fu quella di preservare una tradizione dell’alta valle del Tevere, di San Sepolcro, di Città di Castello: la tessitura a mano. “Donina e io disegnavamo bene. Vittorina e io conoscevamo le contadine che avevano abbandonato i telai a mano e le convincemmo a riprendere. Cominciammo così”, racconta Piretta Rocco. I tessuti (cotone, lana e, più tardi, lino) innescarono la voglia di fare anche moda: sottane da dopo sci molto colorate, poncho, abiti di grande e giovane fantasia. Valditevere fu pioniera delle sfilate di Firenze, dove aveva e ha tuttora sede, con una boutique in via dei Rondinelli. Se ne occupa Donatella Martelli, figlia di Piretta Rocco, che ha affiancato alla vecchia società una Valditevere Donna (sono donne tutte le socie) mirata all’export.