V de V

Marchio francese di moda pronta. Quasi un acronimo perché sta per Vetements de Vacance. La società, creata da Michèle Rosier, figlia della proprietaria di Elle e, allora, giornalista, nasce a Parigi nel 1963. Le prime collezioni, grazie all’idea di creare costumi da bagno ad asciugatura rapida perché confezionati con nylon plume, sono un successo. Lavorano per la griffe stilisti come De Castelbajac, Kenzo, Agnès B. Nel ’90, Sergio Tacchini acquista la griffe, dandole così lo slancio necessario per la conquista di nuovi mercati. Otto anni dopo, la società parigina diventa italiana e presenta per l’ultima estate del millennio una nuova linea: Sport Active, capi di neoprene con tasche waterproof estraibili.

Valditevere

Azienda di tessuti e, più tardi, di moda boutique, fondata nel 1952 da tre signore dell’aristocrazia e dell’alta società, Donina Gnecchi, Vittorina Pacini e Piretta Rocco di Torre Padula. L’idea iniziale fu quella di preservare una tradizione dell’alta valle del Tevere, di San Sepolcro, di Città di Castello: la tessitura a mano. “Donina e io disegnavamo bene. Vittorina e io conoscevamo le contadine che avevano abbandonato i telai a mano e le convincemmo a riprendere. Cominciammo così”, racconta Piretta Rocco. I tessuti (cotone, lana e, più tardi, lino) innescarono la voglia di fare anche moda: sottane da dopo sci molto colorate, poncho, abiti di grande e giovane fantasia. Valditevere fu pioniera delle sfilate di Firenze, dove aveva e ha tuttora sede, con una boutique in via dei Rondinelli. Se ne occupa Donatella Martelli, figlia di Piretta Rocco, che ha affiancato alla vecchia società una Valditevere Donna (sono donne tutte le socie) mirata all’export.

Valente

Sergio (1941). Parrucchiere romano. È stato anche definito il coiffeur degli stilisti per aver lavorato sin dagli anni ’70 per le sfilate grandi firme. Nel 1971, ha aperto il suo salone in via Condotti. Gli sono stati dedicati due libri: nell’85 Ricci e Capricci nel quale Pia Soli lo definisce uno degli spiriti più creativi del settore, il secondo Idee per la testa è del ’95 e raccoglie 10 anni di acconciature. È stato invitato dal governo cinese a tenere lezioni di haute coiffure alla televisione.

Valentina

, nome d’arte di Valentina Nicholaevna Sanina (1904-1989). Costumista e stilista russa, ha lavorato negli Stati Uniti. Ha vestito, sul set e nella vita privata, le star femminili più eleganti: Greta Garbo, Gloria Swanson, Katharine Hepburn. Nata a Kiev, rifugiata a Parigi, si era trasferita in America fondandovi, nel 1928, la propria casa di mode. I suoi abiti rigorosi e sobri, erano pensati in funzione del corpo che doveva indossarli. Nel ’57 chiuse l’atelier e si ritirò. Maria Pezzi ha scritto: “A New York, nel 1961, fui invitata a un cocktail dall’architetto russo Barmasch, nella sua casa allucinante, con un giardino pensile tutto di plastica illuminato da un sole artificiale. Fra l’eterogeneo pubblico spiccava una signora anziana che assomigliava vagamente a Greta Garbo. Era vestita assolutamente fuori moda ma molto elegante. Mi dissero: “Non conosci Valentina? È stata fino a tre anni fa la sarta più originale delle dive di Hollywood e una prepotente personalità”. Me la feci presentare; guardò con severità la mia bellissima blusa a fiori e senza muovere le labbra disse: “Non si porta mai l’imprimé accanto al viso perché altera la personalità dei tratti, l’imprimé è bello solo dalla vita in giù”. Mi raccontarono che negli anni d’oro in cui Hollywood fu uno splendido baraccone di superlusso, di superpacchianeria, lei fece la stessa rivoluzione che Isadora Duncan operò nella danza: sfrondare tutte le sovrastrutture e riportare alla semplicità classica, in cui contano solo il taglio e la cadenza e la qualità del tessuto. Infatti la sua regola era: l’eleganza non è la semplicità del lusso ma il lusso della semplicità”. Valentina muore il 4 settembre 1989 a New York City, all’età di 85 anni.

Valentine About

Casa di moda francese specializzata in cappelli. La fondò, dandole il suo nome e dirigendola anche amministrativamente, la figlia di Edmond About, scrittore e accademico di Francia. Era il 1909. Stava per finire la Belle “Époque. Valentine fu un po’ più sobria di piume e aigrette, rispetto alle esagerazioni di quegli anni.

Valentinitsch

Ines (1972). Stilista austriaca. È nata a Graz. Ha studiato con Helmut Lang a Vienna e alla Domus Academy di Milano. Ha al suo attivo importanti collaborazioni in Italia e all’estero. Diverse le aziende produttrici di confezione, maglieria, haute couture e accessori con cui ha lavorato, senza contare le esperienze con consorzi che raggruppano i produttori di pizzi, come Austrian Embroideries, o riviste specializzate, Swiss Textil. Per loro dal 1993 a oggi Ines ha disegnato intere linee o semplici capi, senza mai perdere di vista la collezione che porta il suo nome, che ha debuttato alla fine di febbraio 1999, durante Milano Collezioni e che da allora ha presentato in diverse occasioni sulle passerelle europee. (Mariacristina Righi) &quad;1999. Disegna la collezione FusCo per Angelo Fusco.&quad;2001 marzo. Porta in passerella modelle con lattina di birra e (finto) spinello in mano. I paralleli con Vivienne Westwood si sprecano.&quad;2001, ottobre. È la giungla metropolitana, un panorama selvaggio e allo stesso tempo urbano, lo scenario per la collezione primavera-estate 2002 di Valentinitsch, la cui donna sfila avvolta in liane intrecciate che le fasciano il corpo. Tessuti e accessori evocano il mondo delle scimmie. All’ingresso, i giornalisti ricevono all’entrata bamboline voodoo complete di spilli.&quad;2002, settembre. In occasione della sua prima apparizione al “White”, la sezione del Momi-Modamilano dedicata ai nomi più innovativi del prêt-à-porter, la designer austriaca presenta abiti con spalle bombate anni ’80, passamontagna bianchi e tute da modernariato sciistico. &quad;Nel 2003, entra a far parte del team creativo del marchio Aigner.

Valentino

all’anagrafe Garavani Valentino (1933). Stilista italiano. Fin da piccolo, manifesta di possedere un’idea dello stile, dell’eleganza. È una misura che emerge nitida nel primo abito che ha creato per sua zia Rosa, proprietaria di un negozio di passamanerie a Voghera, in via Torino, dove amava trascorrere i pomeriggi giocando con le pezze. Già da allora prediligeva il rosso: un colore che, più tardi, diventerà il suo portafortuna e il mattatore della sua tavolozza. Lo comprese quando, durante il periodo di apprendistato da Jean Dessès a Parigi, andò all’Opera di Barcellona e rimase folgorato dai costumi di scena tutti rossi: “Capii in quel momento che, dopo il bianco e il nero, non esiste colore più bello”. Ha 17 anni Valentino Clemente Ludovico Garavani quando lascia Voghera per imparare la moda a Parigi. La velocità nello schizzare figurini gli vale subito l’assunzione da Dessès dove lavora fino al ’55, poi passa da Guy “Laroche. L’apprendistato transalpino dura fino al ’57. Anno in cui torna in Italia per aprire, con l’aiuto del padre, un atelier a Roma in via Condotti. Da negro, cioè da giovane che disegna nell’ombra per grandi atelier, diventa padrone. Il debutto avviene proprio a Roma, in sordina. È un fiasco, neppure un abito venduto. In quegli anni, conosce Giancarlo Giammetti, lo studente di architettura che sarà il suo manager, il suo amministratore, il suo uomo di comunicazione. Nel ’62 a Firenze, Valentino sfila per ultimo a Palazzo Pitti. La sala lo travolge con un boato di applausi. “Mia madre disse: “Li senti? Vogliono te, perché ce l’hai fatta, hai vinto”. Dopo nemmeno un’ora, mi avevano comprato l’intera collezione ed ero sommerso di ordinazioni.” Da allora, i suoi successi si susseguono puntuali, stagione dopo stagione. “Gli americani impazziscono per questo italiano diventato re della moda in poco tempo”, scrive nel ’68 Woman Wear Daily, dopo un’abbagliante sfilata tutta bianca, punteggiata di mantelli, abiti appena drappeggiati. “La creatività”, dice Valentino, “è difficile da spiegare, è come una forza interna, un entusiasmo che non si spegne mai e che mi trasmette la forza di lavorare sempre in modo nuovo. Guardando le cose, le persone per strada la fantasia cammina e l’idea prende corpo attraverso la matita.” Il suo estro vulcanico — al servizio della donna e dell’eleganza raffinata — lascia un segno indelebile nel jet set. Farah Diba fugge dal suo impero indossando un Valentino. Liz Taylor incontra Richard Burton indossando un Valentino. Jackie Kennedy sposa Onassis in un suo abito di pizzo avorio che, per anni, le donne copieranno. È infinita la lista delle celebrità che Valentino veste: da Sofia Loren a Nancy Reagan, da Brooke Shields a Sharon Stone. Poche hanno resistito al fascino dei suoi abiti, sintesi di lusso e grazia modulati con modernità. Ha reinventato i fiocchi trasformandoli nel simbolo della femminilità: uno dei suoi primi abiti impreziosito da questo dettaglio strappò un leggendario applauso di dieci minuti. Padrone assoluto del mestiere, della tecnica, ha trasformato questa virtù artigianale in una bussola per mantenere sempre la rotta della continuità, anche quando nel 1978, attraverso un accordo di produzione con il Gruppo Finanziario Tessile, ha varato la sua prima linea (nel tempo sono diventate otto, fra quelle dedicate alla donna e quelle disegnate per l’uomo) di moda pronta. Dal 1968, porta le sue collezioni di prêt-à-porter sulla passerella di Parigi e dall’89 anche i suoi modelli d’haute couture. Il suo successo non ha mai avuto flessioni, è immune da tonfi e resurrezioni. Ma Valentino è soprattutto fiero di aver realizzato la Fondazione Life destinata a raccogliere fondi per aiutare i bambini colpiti dall’Aids. Una realtà che prende vita nel ’90, lo stesso anno in cui lo stilista festeggia a Roma e a Milano i suoi trent’anni di attività con una mostra all’Accademia Valentino, uno spazio pensato e attrezzato per mostre ed eventi culturali. Nel gennaio del ’98, la “Rolls Royce degli stilisti”, come lo definiscono gli americani, ha, fra le lacrime e rimanendone al vertice creativo, venduto la griffe per 500 miliardi (il fatturato annuo della maison è di 1200 miliardi) alla Hdp, la holding gestita da Maurizio Romiti. Ha detto: “Ho visto troppi colleghi uscire dalla porta di servizio del loro atelier, per lasciar posto a nuovi creativi che hanno poi snaturato lo stile originale della maison…” Valentino è un uomo schivo, ma sa anche polemizzare con stile e ironia. Quando la giornalista americana Suzy Menkes, terrore degli stilisti, decretò nel ’90 la fine delle top model, criticando chi le sceglieva, Valentino le rispose comprando una pagina pubblicitaria sull’Herald Tribune: “Suzy, hai sbagliato tutto. Love da Valentino e dalle top model” era lo slogan ai piedi di una foto che ritraeva Claudia Schiffer, Nadya Auermann, Elle McPherson. Vive e lavora fra Roma, Capri, Londra, New York e Parigi. A un’ora dalla capitale francese ha acquistato un castello settecentesco che considera il suo rifugio. Si rifiuta di farlo fotografare. Gli obiettivi sono riusciti soltanto a inquadrare Valentino mentre, con i suoi cani carlini, passeggia nell’immenso parco. Un bosco a perdita d’occhio che lui minimizza definendolo: “Grande quel tanto che basta per percorrerlo a cavallo”. (Antonella Amapane) &quad;Nel 2001, Valentino — amatissimo dalle star hollywoodiane — sceglie di celebrare i suoi 40 anni di lavoro a Los Angeles. La festa, a scopo benefico (raccoglie fondi per Child Priority) è organizzata insieme a Steven Spielberg e Kate Capshaw, Tom Hanks e Rita Wilson. Durante la serata viene presentato Il libro rosso di Valentino che — curato da Franca Sozzani — contiene le immagini di 40 donne (tra le quali Ashley Judd, Ines Sastre, Isabella Rossellini, Kate Moss, Milla Jovovich) vestite “rosso Valentino” e ritratte dai fotografi più importanti del momento. Nello stesso anno, a marzo, Julia Roberts riceve il suo Oscar in “vintage” Valentino e splende di seta nera su tutti i mass media del mondo, contribuendo a lanciare quella che sarà una delle tendenze più significative della moda degli ultimi anni: il vintage. &quad;2002, febbraio. Rappresenta l’Italia, la storica e rara capacità del suo paese di sublimare creatività e artigianato con gusto e superiore eleganza, durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, trasmessa in mondovisione.&quad;2002, marzo. Dopo mesi di trattative e voci di corridoio, la Hdp cede la griffe romana al Gruppo Marzotto. Il passaggio di mano avviene per un importo pari a 240 milioni di euro, comprensivo dei debiti finanziari accumulati negli ultimi anni, che al 31 dicembre 2001 ammontavano a 204,4 milioni di euro.&quad;Valentino Intimate e Valentino Sand costituiscono i primi frutti del nuovo corso. Con un accordo di licenza triennale, la comasca Albisetti rileva i diritti di produzione e distribuzione a livello mondiale delle collezioni intimo e mare uomo-donna. Le nuove linee esordiscono a Lingerie Americas, la prima manifestazione di settore organizzata negli Stati Uniti, che dal 4 al 6 agosto 2002 ospita 22 marchi italiani di underwear al Pavillion & Altman Building di New York. Le aziende invitate sono più di 125 da tutto il mondo.&quad;2003. Nel primo bimestre Marzotto fa registrare un aumento dell’1,8 per cento sul fatturato, da attribuire in gran parte al consolidamento di Valentino.&quad;2003, maggio. Valentino, con una serie dei suoi abiti “cult”, partecipa alla mostra My favorite dress al Fashion & Textile Museum, museo londinese della moda voluto dalla stilista Zandra Rhodes nel quartiere di Bermondsey, a sud del Tamigi. &quad;2003. Lancia gli orologi Valentino Timeless e la linea giovane Valentino R.e.d. (Roman Eccentric Dressing), che reinterpreta i suoi inconfondibili moduli atemporali come quelli dei jeans, ma anche dei suoi pezzi più classici come i corti cappotti “Jackie” o il “V Logo” del 1968, ormai parte della storia della moda. &quad;Il successo della linea di time pieces spinge il marchio a proporre, nel 2004, anche una linea di gioielleria. Il 2005 si apre con il debutto della fragranza V Valentino, creata in collaborazione con Procter & Gamble, ma nel corso dell’anno la diversificazione dell’offerta si espande a trecentosessanta gradi: ci sono, ad esempio, l’accordo di licenza con la spagnola Pronovias per la produzione e commercializzazione di una linea di abiti da sposa, e l’alleanza con Arnolfo di Cambio per la creazione di una linea per la casa dedicata all’Art de la Table. Intanto consistenti riorganizzazioni societarie coinvolgono Valentino S.p.A. e le sue controllate: queste manovre daranno origine al Valentino Fashion Group (VFG), che vede la luce a fine anno. A inizio 2006 Matteo Marzotto diventa presidente della Valentino S.p.A., mentre la carica di amministratore delegato va a Stefano Sassi. Dopo l’importante riassetto del gruppo, il 2007 è dedicato a grandiosi festeggiamenti per i nove lustri di attività del maestro: una retrospettiva intitolata “Valentino a Roma: 45 anni di stile” è inaugurata all’Ara Pacis, in concomitanza con le sfilata d’Alta Moda di luglio. Prevedibilmente, a settembre viene annunciato l’addio alle passerelle dello stilista: a ottobre sfila a Parigi la sua ultima collezione, tra standing ovation e commozione generale. L’erede designata è Alessandra Facchinetti, reduce da una collaborazione con Gucci e con Moncler Gamme Rouge, mentre la collezione maschile, affidata a Ferruccio Pozzoni, debutta nella Ville lumière. Valentino intanto si concede un ultimo bagno di folla con la sfilata Haute Couture di gennaio al Musée Rodin. A fine 2008 viene però annunciata la fine della collaborazione tra Alessandra Facchinetti e la Maison: Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, già creatori della linea di accessori della griffe, assumono la direzione creativa della linea di abbigliamento. Nel 2009 si conclude anche la collaborazione con Ferruccio Pozzoni.