Sedere

“Il sedere, il sedere!!!” Ecco l’incipit della cronaca di una recente sfilata nell’ambito del prêt-à-porter milanese, a firma di Natalia Aspesi. Grido che sancisce la riscoperta delle rotondità già ammirate nella Venere callipigia dell’antica statuaria, da parte della moda, e subito, a scoraggiare le comuni mortali, un inno al fermo, alto, violinesco — altro che la celebre foto di Man Ray S — sedere di Naomi Campbell. Nel mondo occidentale, il mutare di postura delle zone corporee del desiderio è sempre stato in rapporto con le diverse strategie della seduzione, che alternano l’evidenza concessa al seno, fianchi, vita, gambe, braccia, e non hanno solo inciso sulla moda ma perfino sul corpo, avvalendosi di artifici d’ogni tipo, dal busto alle diete. Dissimulare quanto si è mostrato fino a ieri, mettere in mostra per suggerire ciò che era nascosto è di volta in volta lo scopo dello stile che cambia. È con la linea S dell’800 che seno e sedere sono messi al massimo in onore, accresciuto il sedere dalla tournure, poi dal pouf e solo le maggiorate del secondo dopoguerra, dopo la smilza eleganza degli anni ’20 e ’30 e i digiuni bellici, poterono competere con tali curve o idealizzare il ritorno alla vita con la carnalità di una Sophia Loren o della giovane Silvana Mangano di Riso amaro. Così, dopo il completo, annoso dominio delle gambe offerto dalla minigonna, via via recuperata, dopo il seno abbastanza inflazionato dal nude look, ecco gli occhi guidati dalla moda a posarsi sul sedere. Non si contano gli oblò in tulle, le trasparenze offerte alla visione circoscritta e quindi imperativa del sedere, peraltro ben diverso da quello della donna angelo del focolare, bacini larghi per ottime maternità, accordati quindi a sedere maestosi. Ora il sedere da desiderare è allungato verso l’alto, sodo, un po’ mascolino. Glutei che non alterano la curva del fianco, con la schiena interamente nuda, uniscono in un punto di infinitesimale sottigliezza i due lembi della gonna periclitante verso uno scioglimento plateale. Può accadere, come al Ballo della Rosa 1999 in Montecarlo, che la solita Naomi in uno scampolo d’abito, il suo applauditissimo sedere l’abbia offerto tel quel sulla pedana d’una sfilata, con annoiata noncuranza.

Sybilla

(1963). Stilista simbolo della movida spagnola degli anni ’80. Tra le sue caratteristiche spiccano la scomposizione delle forme, le sovrapposizioni di tessuti, i colori poco appariscenti. Nata a New York da padre argentino e madre polacca, dopo una breve esperienza come apprendista da Saint-Laurent a Parigi, a soli 20 anni ha presentato la sua prima collezione a Madrid. Il suo secondo défilé, nell’85 al salone GaudÕ di Barcellona, ne ha segnato la consacrazione. Dall’87 al ’92, si allea con il gruppo tessile italiano Gibò. Nell’88 sfila a Milano Collezioni. Il gruppo Itokin la produce e la distribuisce in Giappone. Nel ’93-94 ha lanciato una linea giovane, battezzandola Jocomomola e, nel ’96, ha disegnato uno zainetto per Vuitton.

Serapian Stefano

Marchio storico di pelletteria, fondato da Stefano e Gina Serapian subito dopo l’ultima guerra. Almeno sulla scena dell’eleganza milanese, le borse da donna, create dalla coppia di origine armena, gareggiarono a lungo, per fama e qualità, con la produzione di Gucci e di Pirovano. In seguito arrivarono la piccola pelletteria e, negli ultimi anni, le cartelle da uomo e le borse da viaggio. Passata alla seconda generazione e guidata oggi dal figlio Ardavast, l’azienda conta su due stabilimenti a Milano e uno, il più grande e moderno, a Varese che produce per l’estero, soprattutto per il mercato giapponese, inglese e americano. L’export è fortissimo e assorbe circa il 90 per cento della produzione annuale. La distribuzione avviene direttamente ai negozi e attraverso agenti incaricati nei vari paesi. Numerose anche le collaborazioni con importanti case di moda, per cui Serapian ha prodotto e distribuito linee di pelletteria. Ardavast è presidente della Fondazione Stefano Serapian, che dal 1997 ha istituito un premio annuale presso l’università di Bologna per la promozione della conoscenza di storia, letteratura, musica e cinema dell’Armenia.

Slacks

È diventato, nell’ambiente della moda, sinonimo di pantaloni larghi, specialmente se di taglio femminile. Il modello slacks, iper-classico, venne già indossato negli anni ’20.

Sakabe

Mikio. Giovane stilista giapponese, la sua collezione fece scalpore quando ancora studiava all’Accademia Reale di Anversa. Trae ispirazione dalla street life di Tokyo, le sue linee di abiti tendono sempre verso un equilibrio perfetto tra creatività e vestibilità, con colori e geometrie molto presenti.

Stivale

Si può definire semplicemente come una calzatura composta di gambale che raggiunge o supera il ginocchio, mentre lo stivaletto, sua variante classica, fa terminare il gambale fra la caviglia e la metà del polpaccio. Inizialmente è una calzatura prettamente maschile. Nel ‘700 se ne realizzano modelli raffinati in cuoio ricamato o spartani in pelle di bue. Durante la seconda metà dell’800, la moda femminile voleva stivaletti in pelle o raso di seta variamente lavorati, con un tacco importante e lacci come stringhe o una sequenza di bottoni laterali. Poi, per alcuni decenni lo stivale cade nell’oblio per fare la sua apparizione a “tronchetto”, corto e con l’elastico, grazie ai Beatles e al loro successo. Dagli anni ’60 ai ’70 rivive una vera grande stagione: camperos e texani vestono indistintamente i piedi di uomini e donne, mentre trionfa il “moschettiere” in nappa o il “Barbarella” appena sopra il ginocchio, in camoscio o in vernice. Gli anni ’80 lo vedono maculato mentre dal ’90 in poi trionfa lo stile firmato: in pizzo e da sposa (Valentino), rigoroso e severo (Armani), vivace e pop (Versace) fino ad arrivare allo stivale in denim strappato e tagliato proprio come i jeans o a quello da sera, con tanto di gioielli veri o presunti tali.

Shinoyama

Kishin (1940). Fotografo giapponese. Figlio di un monaco buddista, dopo aver studiato fotografia all’università di Nihon a Tokyo nel periodo 1961-63, pubblica le sue prime immagini su Camera Mainichi. Lavora presso l’agenzia Light House e nel ’66 vince il premio promosso dall’Associazione dei critici giapponesi come miglior giovane autore. Dal ’68 è free lance per riviste di moda e di pubblicità e 2 anni dopo è eletto fotografo giapponese dell’anno. Si specializza nel settore del nudo proponendo un’immagine molto scultorea e quasi astratta, dominata da atmosfere surreali e da una fortissima teatralità ribadita dall’uso di luci artificiali e da obiettivi grandangolari estremi. I primi successi in Europa — con una famosa mostra alla Photokina di Colonia nei primi anni ’70 — gli consentono di far conoscere fuori dai confini nazionali la fotografia giapponese in tutte le sue complesse sfaccettature: così è per la serie sulla casa dei tatuaggi di Yokohama e per quella sui corpi di ballerini nudi, realizzata con una macchina appositamente studiata per riprese multiple, pubblicata nel libro Shinorama nell’85. In Nudo di Tokyo del ’90, infine, si cimenta con il grande formato.

Sorrenti

Davide (1974-1997). Fotografo italiano. Da Napoli si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti iniziando giovanissimo, a 18 anni, la carriera di fotografo. Nel 1995 diventa professionista e si afferma, nei purtroppo pochi anni di attività, pubblicando su Interview, Dazed & Confused, Paper, Raygun.

Stern

Bert (1929). Fotografo americano. Nato a Brooklyn, inizia la sua attività come assistente di H. Bramson, art director di Look, e si avvicina appena ventenne alla fotografia e, durante il servizio militare, alla ripresa cinematografica. Dal ’53 lavora nella moda e nella pubblicità. È il primo a presentare inserti pubblicitari a colori che, per la qualità delle immagini, sono difficilmente distinguibili dai servizi redazionali. Noto anche come bravo ritrattista — famose sono le sue immagini di Marilyn Monroe riprese nel 1962 con atmosfere compiacenti per Vogue senza ancora sapere che sarebbe stato l’ultimo servizio dell’attrice — si caratterizza per uno stile dominato dai toni glamour e romantici. Ha firmato, proprio con immagini del genere, il calendario Pirelli 1985. Il volume Marilyn Monroe: The Complete Last Sitting viene presentato a Roma presso la Galleria Minima Peliti Associati, nel cortile di Palazzo Borghese nell’ambito dell’esposizione Marilyn Monroe – l’ultimo set. Era il 1962 e fu del fotografo l’idea di proporre a Marilyn Monroe di posare per Vogue. Sono esposte 23 fotografie, dalla collezione di Davide Manfredi, realizzate dal famoso fotografo americano che è stato l’ultimo a trascorrere un lungo periodo di posa con l’attrice, sei settimane prima della sua morte. Durante i tre giorni di posa all’hotel Bel-Air furono eseguiti 2700 scatti circa di moda, ritratto e nudo: il destino volle che le 20 fotografie selezionate furono pubblicate (agosto 1962) quando Marilyn era già morta. E così divennero un memoriale, il saluto di Vogue a Marilyn Monroe. &quad;Nel 2008, fotografata da Bert Stern per il New York Magazine, l’attrice americana Lindsay Lohan posa come Marilyn Monroe nel suo celebre set fotografico “The Last Sitting”.