Rabanne

Paco (1934). Stilista francese. Nasce a San SebastiÄn in Spagna. Con una capacità quasi magica di leggere nel futuro, Francisco y Cuervo (questo è il suo vero nome), figlio di un generale repubblicano fucilato dai franchisti, usa pinze invece di ago e filo, metallo al posto della stoffa per avveniristici modelli che scatenano un putiferio. È il 1965. Dal suo trono Chanel grida allo scandalo: “Questo non è un sarto, ma un metallurgico”. Il giovane Paco non si scompone e continua nelle sue azzardate e provocatorie sperimentazioni, che comunque scuotono la haute couture, immobile nella sua ostinata tradizione. Un susseguirsi di ricerche innovative sulle materie: il metallo, che è ormai il suo emblema, per un miniabito a riquadri di alluminio che anticipa l’era spaziale ed è il più fotografato del ’68. Davvero precursore di un concetto rivoluzionario, che al contrario di Chanel, fa dire a Salvador DalÕ: “È il secondo genio di Spagna, dopo di me”. Metallo e non solo metallo: il vestito a dischetti di plastica, indossato da Audrey Hepburn in un film, finisce al Metropolitan Museum di New York. Si dedica alla moda dopo aver frequentato a Parigi (dove, bambino, arriva da Barcellona al seguito della madre profuga dalla Spagna) la Scuola di Belle Arti per diventare architetto: un punto di partenza utile, perché proprio qui riceve una formazione aperta sul progresso di tutte le discipline artistiche e intellettuali dell’epoca, gli anni a cavallo fra i ’50 e i ’60, un periodo che collauda forme di espressione nuove. La Pop Art, un certo tipo di musica, le sculture di neon o di fil di ferro, il design di plastica cominciano a influenzarlo. Si mantiene agli studi facendo accessori per gli atelier più importanti: entra così nella moda, materia che già conosce attraverso la madre, première del grande Balenciaga. Nel ’64 il salto in proprio, sfila una collezione che consacra la sua coraggiosa avanguardia: collezione ammirata ma che comunque sciocca, anche perché è presentata da modelle di colore, mai viste prima nella storia della couture. Oltre all’amato alluminio e alla plastica mobilita la carta plissettata e argentea per Barbarelle metropolitane. E, via via negli anni, ancora pelle fluorescente, jersey e taffetà metallizzato, abiti in plexiglas e in fibre ottiche, perfino dotati di catarifrangenti. Veste ormai principesse, attrici, signore col nome quotato in Borsa, felici di sentirsi Bond-girl: la Chambre Syndicale non può più ignorarlo e, dopo avergli fatto fare anticamera, lo accoglie con gli onori dovuti. È il ’71. Lo ospita perfino il Who’s who, prestigioso elenco delle celebrità internazionali, addirittura l’Enciclopedia Britannica. Col passare degli anni e dei progressi tecnologici, le lamiere tagliate e assemblate, un tempo rigide e pesanti, acquistano elasticità e leggerezza: nasce così il jersey di alluminio, che al tatto e all’occhio sembra proprio tessuto. È proprio l’hi-tech che permette incredibili virtuosismi capaci di trasformare, per esempio, i metalli in futuristici merletti. Una fabbrica di sogni che regala davvero emozioni di fine millennio: il risultato è un divertente scenario in cui materiali incredibili avvolgono senza pudore cyber donne, paladine del New Look. Irrefrenabile fantasia: capi di latta, rame, skai. Lavora la pelliccia a tricot, cuce le piume di un mantello col nastro adesivo. Né mancano accostamenti irriverenti: il pizzo con la plastica, il lamé con la maglia d’acciaio cromato, la carta e il tulle. La sposa è accarezzata da rettangoli di rodoide opalescente, l’abito da sera è un’esplosione di sottilissimi tubi di plastica. Minuscoli vestiti sono rubati alla bigiotteria in strass e paillette, i fourreaux sono in pietre dure, i bustier scolpiti. I cappelli? Antenne di plexiglas, caschetti metallici articolati, zampilli di alluminio, turbanti di carta iridata. Anche le scarpe poggiano su una struttura di metallo, le ballerine appartengono a una Giselle siderale. Sirene della galassia che hanno precorso i tempi, come l’argento e il bianco, arricchito di colori glaciali oppure cangianti. Ogni sfilata è una autentica “odissea nello spazio”. Le superfici mosse rifrangono luce e rimandano bagliori cosmici. Il costume da bagno in maglia di metallo del ’91 trasforma Naomi Campbell in una androide. La sua moda stimola una considerazione: lo stilista è stato l’istigatore di un concetto di abbigliamento inserito nella corrente artistica, tecnica e sociologica di un’epoca. Un’epoca dove lui ha voluto creare nel presente ispirandosi al futuro. Ricco il medagliere, compreso quel Dé d’Or. È del ’76 la collezione maschile. Poi firma profumi, naturalmente dentro bottigliette di alluminio riciclato. Guarda sempre più avanti e ipotizza una semplificazione dell’abbigliamento in accordo con il ritmo biologico dell’uomo e della natura. Tornando, così, alla sua idea di abiti fusi, biodegradabili. Nell’86 la maison è stata rilevata dal Gruppo spagnolo Pvig. Durante la settimana della moda di Parigi, nel luglio ’99, ha annunciato il suo ritiro. Nel ’91 ha pubblicato da Lafont il libro Trajectoire d’une vie à l’autre. (Lucia Mari) &Quad;1999. Pubblica Le Feu du Ciel, un libro scritto dosando pessimismo e ottimismo circa la propria visione del mondo. Firma una nuovissima fragranza che battezza Ultraviolet che presenta in una boccetta sferica viola. &Quad;2000. Anche la linea unisex Paco giunge al capolinea, per seguire la politica generale di riaccentramento della maison. &Quad;Nel 2008 viene lanciata la nuova fragranza maschile One Million. Lo spot è emblematico: il protagonista è il modello Matt Gordon, che ottiene tutto ciò che desidera semplicemente schioccando le dita. La musica è affidata ai Chemical Brothers e lo spot viene mandato in onda in tutto il mondo, quasi a voler rilanciare il marchio che per qualche anno era rimasto nell’ombra.

Racamier

Henry (1912-2002). Manager francese. Inizia la sua attività commerciando nell’acciaio con ottimi risultati. A 65 anni vende la propria impresa per dedicarsi alla Louis Vuitton che, per acquisita parentela, gli viene affidata dai proprietari. Da piccola, elitaria realtà artigianale (bauli, borse e valigie) la trasforma in una griffe status symbol universale. Negli anni ’90, il predominio del nuovo socio Bernard Arnault lo costringe a lasciare la Vuitton. Ma non va in pensione. Crea il gruppo Orcofi destinato a diventare un nuovo polo del lusso. Acquisisce Lanvin, Philippe Model, Daum, Andrelux e lancia la griffe Inés de La Fressange. &Quad;2002. Scompare all’età di 90 anni per un attacco di cuore, durante un viaggio verso la Sardegna. Lascia la moglie e le gemelle Caroline Bentz e Laurence Fontaine.

Radaelli

Azienda tessile con stabilimenti nel lecchese. Fondatore è Alfredo Radaelli, reduce da una formazione maturata presso la Scuola di setificio comasca e in giro per l’Europa, in Germania e Francia. Nel 1893, nello stabilimento di Rancio, sopra Lecco, la Radaelli Finzi Perrier produce stoffe di velluto. Nel 1911, dopo l’apertura della tintoria di Lecco, viene varato un nuovo opificio a Mandello del Lario dotato di telai e impianti per il finissaggio delle stoffe. In questi anni, alla produzione di velluti per capi di abbigliamento femminile si è aggiunta quella per l’arredamento, sostenuta dalle commesse per le Ferrovie dello Stato. Se il 1919 è anno di “risultanze eccezionali”, il 1927 risulta la prima stagione chiusa in passivo, a causa della generale crisi dell’industria ma anche per l’agguerrita concorrenza interna. La fase interlocutoria si prolunga negli anni ’30, quando la ditta incontra oggettive difficoltà nel reperimento di materie prime di qualità. Nel 1936 viene aperto un fronte d’esportazione verso gli Stati Uniti. Negli anni ’50, viene approntato un torcitoio e adottate in via sperimentale le fibre sintetiche. Gli anni ’60 vedono una fase di crisi dovuta a problemi di gestione interna; nel 1976 il pacchetto azionario della Tepf, il settore a cui fa capo il torcitoio, viene ceduto. L’azienda si affaccia agli anni ’80 con una cauta ripresa, che si rafforza con l’apertura all’Alta moda parigina e il successo del catalogo dei velluti stampati per abbigliamento femminile. L’ultimo decennio del Novecento si apre con il massimo storico dell’utile in bilancio, dovuto in gran parte ai velluti di qualità medio-alta per abbigliamento femminile e per l’arredo domestico. (Pierangelo Mastantuono)

Raffaelli Lucia

(1941-1999). Indossatrice e giornalista bolognese. Negli anni ’60 fa la modella per Grazia. Dopo la nascita del primo figlio si dedica al giornalismo. Nel settembre del ’69 viene assunta nel gruppo Condé Nast come redattrice e poco dopo come vicedirettore. Vi rimane fino al ’92.

Raglan

Modo di tagliare e confezionare le maniche, che vengono unite al busto con una cucitura diagonale dalla base del collo all’ascella. Il nome deriva da Lord Raglan (1788-1835), comandante inglese nella guerra di Crimea.

Raion

(Rayon) Denominazione francese attribuita agli inizi del ‘900 alla debuttante viscosa dopo una disputa con i produttori serici. Fibra artificiale che deriva dalla cellulosa modificata chimicamente e viene proposta sul mercato sia come filo continuo di tipo serico sia come fiocco di tipo cotoniero. Il maggior produttore di raion nel mondo è Enka Viscose (Akzo) con uno share dell’11 per cento per il filo continuo. L’impiego è attualmente molto diffuso sia nei tessuti (abbigliamento e fodere) che nella maglieria. Le principali aree tessili di consumo in Italia sono i distretti di Prato, Como, Carpi, Varese.