Pagliaccetto

Compare nella prima metà del ‘900 come indumento infantile soprattutto estivo. Intero, ha corti pantaloncini a sbuffo, stretti da un elastico o da un listino. Nella versione a due pezzi, i pantaloncini hanno una pettorina tipo salopette con bretelle incrociate sul dorso. In seguito, è passato a indicare un elegante indumento intimo femminile quasi sempre di seta, con corpetto e mutandine unite, di linea morbida e comoda.

Promostyl

Osservatorio internazionale sulla moda con sedi a Parigi, Londra, New York e Tokyo. Da più di 25 anni, ha il compito di predire i cambiamenti, le tendenze e aiutare le aziende a trarne profitto attraverso mezzi di informazione e strumenti come i Trend Books. Gli studi sono condotti sulla base di analisi che si trasformano in ricerca e sviluppo da applicare nel tessile e nell’abbigliamento.

Pecler’s

Agenzia francese di consulenza stilistica e di strategia d’immagine creata nel 1970 da Dominique Peclers, che, diplomata in Scienze politiche, ma appassionata di moda, aveva diretto l’ufficio design di un grande magazzino. Vi lavorano 50 persone e 11 professionisti del tessile la rappresentano in 18 paesi. Il raggiunto obiettivo è quello di gettare un ponte tra l’universo della creatività e il mondo dell’industria in ogni settore del campo tessile, della cosmetica e dell’arredamento, anticipando tendenze e futuri bisogni dei consumatori, offrendo analisi di mercato e indicazioni strategiche. L’agenzia ha oltre 60 clienti nel mondo tra cui Carrefour France, Du Pont de Nemours, LancÂme, Pinault, Printemps, Unitika Japon.

Paule Ka

Griffe parigina fondata nel 1988 dal designer Serge Cajfinger. Lo stilista trascorre l’infanzia in Brasile, per rientrare in Francia nel 1968. Nel 1974, assieme alla madre e alla zia, Serge apre a Lille una boutique battezzata Paule Ka, dove trovano posto le creazioni dei designer che diventeranno famosi negli anni ’80: Alaïa, Claude Montana, Thierry Mugler e Kenzo. Nel 1987 Serge Cajfinger lascia la città per trasferirsi a Parigi: qui, nel Marais, fonda la sua etichetta. In breve emergono precisi i suoi stilemi: abitini neri e piccoli capi dai toni neutri, un approccio pittorico al colore e pezzi metropolitani, come i tailleur rielaborati con un gusto per il glamour d’ispirazione hollywoodiana, nel segno di una seduzione che non esclude un pizzico di humour. Nel 2007 la griffe inaugura la nuova sede e il flagship store di Rue Saint Honoré 223, mentre vanta una distribuzione in 350 punti vendita nel mondo.

Premonville

(de) Myrene (1949). Stilista francese. Per parte di madre, Monique Arnault, indossatrice di cabina, vale a dire fissa di Fath, è figlia d’arte. Il suo debutto nel mondo della moda è stato più che precoce: a soli 4 anni è comparsa sulla copertina di Elle insieme alla madre. Ha cominciato a Promostyl come assistente di Popi Moreni, ha collaborato con Fiorucci, con la Maison Hermès e, associandosi con Gilles Dewavrin, si è messa in proprio nel 1983. Tre anni dopo, ha sciolto la società, firmando da sola le proprie collezioni per cui non poche volte (costruttivismo russo per l’autunno-inverno’91-92) si è ispirata all’arte. È molto attenta ai dettagli e alla femminilità degli abiti. È stata fra le prime a disegnare i pantaloni a staffa. Dal ’90-91, sfila regolarmente a Parigi, dove, nel ’99, apre due boutique monomarca.

Pom d’Api

Marchio francese di calzature per bambini che, unico in Francia, copre tutti i settori di questo specifico mercato. Esporta il 41 per cento della produzione complessiva. Lo creano nel 1975 i fratelli Guy e Yvon Rautureau che da cinque anni erano entrati nell’impresa del padre e che l’avevano rammodernata. Nell’80, affiancano alla linea infantile il marchio Free Lance che, mirato agli adolescenti e alle donne, conquista il proscenio della moda e dei bilanci con modelli molto creativi, come il Perfecto dotato di una chiusura a zip trasversale che fu calzato dal rocker Sting e fu poi copiato in tutto il mondo, divenendo un cult dei ragazzi punk. Nel ’93 hanno nuovamente calamitato il consumo giovanile alzando di 5 centimetri la suola delle basket: 100 mila paia vendute in tre mesi. Nell’88, comprano il marchio di scarpe da tennis Spring Court. L’azienda ha due fabbriche in Francia, ma il 40 per cento della produzione è affidata a terzi, in Tunisia e in Estremo Oriente. Hanno 240 dipendenti. Nel ’97, il Gruppo ha sfornato un milione e 500 mila paia di scarpe, per una cifra d’affari complessiva di 78 miliardi di lire.

Pernet

Diane. Nata a Washington, si trasferisce a New York negli anni ’70, dove riscuote un discreto successo sia come stilista che come costume designer. Si trasferisce poi a Parigi dove attualmente vive e dove inizia a lavorare come giornalista e scopritrice di giovani talenti nella moda. Sempre vestita di nero, con occhiali scuri, ha diretto Joyce ed è stata contributor di Vogue Francia, diventando così un’icona del fashion-system. Oggi cura mostre, festival, ed è presenza costante nelle giurie dei concorsi di moda europei e americani.

Pescucci

Gabriella (1943). Costumista italiana. Vincitrice del premio Oscar ’94 per L’età dell’innocenza di Scorsese, autrice di 2 mila costumi per Le avventure del Barone di Munchausen di Gilliam, Gabriella Pescucci è, con Milena Canonero e Franca Squarciapino, la costumista italiana più richiesta dal cinema internazionale. Studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, apprendistato alla sartoria Tirelli (“Sono cresciuta tra gli abiti di Morte a Venezia“, dice di se stessa), di cui è oggi anche socia, assistente di Piero Tosi e Pierluigi Pizzi, nel corso della carriera, ha legato il proprio nome a film d’autore e kolossal di grande successo: dai felliniani Prova d’orchestra e La città delle donne al cinema di Scola (Passione d’amore, Il mondo nuovo, Che ora è), da C’era una volta in America di Leone a grosse produzioni come Il nome della rosa o La lettera scarlatta. Il suo eclettismo le permette di attraversare con disinvoltura epoche diverse, vestendo Maria e San Giuseppe in Per amore, solo per amore o disegnando i costumi settecenteschi della Notte e il momento. Alterna all’attività cinematografica quella teatrale: nel ’72, ad esempio, ha lavorato a una Norma scaligera con la regia di Bolognini e, nel ’92, alla Traviata firmata, per la regia, da Liliana Cavani. In occasione del Palio straordinario del Giubileo, il comune di Siena le affida il rifacimento dei 360 costumi per i figuranti e per le 17 contrade che prendono parte al corteo storico. La costumista prende spunto dai bozzetti ispirati al periodo storico tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, già utilizzati come modello da Olla, Manichelli e Pollai per la versione precedente, del 1981. Presso il Museo del Tessuto di Prato, in mostra il mantello di pelliccia di talpa color fango indossato da Michelle Pfeiffer ne L’età dell’innocenza, il film con cui la costumista ha vinto l’Oscar ’93. La rassegna è dedicata al lavoro della Sartoria Teatrale Tirelli per il cinema. Nel 2006 vince il Nastro d’Argento per i costumi de La fabbrica di cioccolato, film di Tim Burton interpretato da Johnny Depp. Nel 2009 alcune delle sue creazioni sono esposte nella mostra “L’atelier degli Oscar” a Gorizia, dedicata ai costumi della sartoria Tirelli per il grande cinema.

Projetti

Modista milanese. Attiva dagli anni fra le due guerre agli inizi del decennio ’60. Aveva l’atelier in Montenapoleone, all’angolo con via Manzoni, nello stesso palazzo di Rina Modelli, al secolo Enrichetta Pedrini, la più celebre modellista italiana, e di Giuliano Fratti, il re del gioiello matto. Due generazioni di ricche milanesi si sono disputate i suoi cappellini. Le meno ricche si svenavano per possederli e li compravano aprendo conti che pagavano a rate. Maria Pezzi la ricorda così: “Bruttona piacente e sexy. Non grassa come erano quasi tutte le sarte e le modiste che passavano gran parte della vita sedute. Era l’amante di un ingegnere sportivissimo che amava la montagna, le scalate e si trascinava dietro la resistentissima Projetti: ogni vetta, tre chili in meno. Era di una vitalità travolgente e di una sincerità offensiva. Le capitava di negare i suoi cappelli a clienti coronate, a mogli di autorità con un brutale “non ha una faccia adatta al mio stile”. Invece, era capace di adattare un cappello anche alla faccia del diavolo: lo metteva in testa alla cliente, poi plasmava il feltro e, con mani d’artista, drappeggiava la veletta, puntava una penna, incorniciava il viso senza uno sbaglio”.

Pierre et Gilles

La coppia di artisti francesi è conosciuta dal 1977. Si incontrano l’anno prima a un party a Parigi e diventano inseparabili nella vita e nel lavoro così che i loro nomi creano un vero e proprio marchio composto da due elementi collegati, il mondo del fotografo Pierre e quello del pittore Gilles. Il loro è un paradiso naïve, innocente come tutto ciò che va oltre la colpa e sembra non curarsene: l’estetica del Kitsch è voluta, sottolineata, ricercata fino alla teatralità plateale ma non volgare, mentre le espressioni dei soggetti ritratti (donne trasformate in dee, cantanti che cavalcano improbabili cigni da luna park, ufficiali dell’Armata Rossa piangenti) sono volutamente convenzionali. Le loro immagini sono pubblicate su Marie Claire, Faµade, Actuel, Playboy, Samurai, ma lavorano anche per l’industria discografica realizzando copertine di dischi e, soprattutto, nel campo del ritratto, sono richiestissimi, come dimostrano le immagini con cui hanno trasformato Madonna, Björk, Catherine Deneuve, Johnny Halliday in icone coloratissime. La raffinatezza di Pierre et Gilles si pone a un livello a tutti comprensibile, quasi fosse una riproposizione ad alto livello dei calendarietti profumati dei barbieri di una volta: si sente che vogliono intingere la realtà in un cattivo profumo dozzinale. La loro “pericolosità” non sta nel messaggio ma nel mélange mediatico: cambiano il senso estetico senza ostentazione, militanza o senso di appartenenza e gli osservatori si sentono come zii di fronte a due nipoti scapestrati. Fra le mostre più significative vi è l’ampia personale esposta alla Maison de la Photographie di Parigi nel ’99.