Manicotto

Accessorio utile a riscaldare le mani e specchio d’eleganza a cominciare dal ‘400. In tessuto, in velluto è foderato in pelliccia d’agnello. A Venezia si afferma nel manicotto il contrasto fra il velluto con il pelo di lupo, indicato come “manezza”. Ha in genere la forma d’uno sdraiato cilindro con le due aperture alle basi per infilare le mani. A Milano era chiamato “guantino”. Nel ‘700, Eleonora di Toledo ne aveva uno in ermellino con i codini in vista. Fornito di tasche interne il manicotto è ancora in auge nell’800. Alla fine di quel secolo, richiama nel colore il boa: rotondo si orna della testina dell’animale della pelliccia usata e ne lascia dondolare le zampine. Talvolta porta appuntato un mazzetto di fiori freschi. Negli inverni miti, era in uso nella Belle Époque un manicotto detto di fantasia, in velluto o seta imbottito ma non di pelliccia e arricchito di ricami. Scomparso con l’affermarsi della borsetta, è tuttavia ritornato di recente nella moda, che tanto spesso guarda al passato.

Mulas

Ugo (1928-1973). Nasce a Pozzolengo nel bresciano. Muore a Milano dove ha sempre vissuto e lavorato. Per la fotografia italiana del dopoguerra, ha rappresentato uno dei punti di riferimento più interessanti. Uomo dotato di una grande cultura classica e di una forte disponibilità intellettuale e umana, cominciò a fotografare mentre era ancora studente della facoltà di Giurisprudenza — che presto abbandonerà per seguire i corsi dell’Accademia di Belle Arti — frequentando l’ambiente di Brera e del Bar Giamaica, sopra i cui locali abitava in una stanza d’affitto con l’amico Mario Dondero, poi diventato a Parigi reporter di fama. Il suo primo servizio fu sulla Biennale di Venezia del 1954 (cui altri ne seguirono fino al ’72) ma all’interesse per l’arte, che sarà un suo punto fisso anche per l’amicizia che lo legava a personaggi come Lucio Fontana o Alberto Giacometti, accostò quello per il reportage fotografando in un espressivo bianconero la Milano dei sobborghi e quella della ricostruzione. Nel suo studio, lavorò nel campo della pubblicità, della documentazione e del teatro, collaborando con Giorgio Strehler e il Piccolo in numerosi spettacoli, il più emblematico dei quali fu, nel ’64, La vita di Galileo di Brecht. Memorabili furono i suoi viaggi in Russia e in Europa per L’Illustrazione Italiana, Settimo Giorno, Rivista Pirelli, ma anche quelli a New York dal ’64 al ’67, dove entrò in contatto con artisti che sarebbero diventati poi notissimi come Andy Warhol, Frank Stella, Christo, Robert Rauschemberg. Tutti furono colpiti dalla straordinaria capacità intuitiva che consentiva a Mulas di comprendere l’opera di artisti, interpretandone lo spirito. Anche nel campo della moda portò lo stesso spirito: il suo primo lavoro fu con Mila Scho«n che rimase incantata dalla capacità di mettere la creatività all’interno di una composizione molto attenta, al servizio delle creazioni degli abiti. Spesso Mulas — che poi pubblicò su Vogue/Novità (lavorando per Krizia, Valentino, Biki, Tricò, Forquet, La Rinascente) — citava l’arte ambientando modelle e abiti fra le sculture di Moore e Cascella, utilizzando gioielli disegnati da Arnaldo Pomodoro o Jean Cocteau, ma anche facendo incontrare artisti e stilisti, Mila Schön e Lucio Fontana. Negli ultimi due anni di vita, si è dedicato alle Verifiche, un lavoro concettuale molto acuto sul linguaggio e sull’essenza della fotografia.

Moukhina

Vera (1889-1953). Scultrice e costumista russa. In alleanza con la stilista Nadejda Pétrovna Lamanova, lavora nell’Atelier dell’Abbigliamento Moderno di Mosca. Qui presenta creazioni autonome e originali: cappelli e foulard dai disegni geometrici, abiti plastici come sculture. I bozzetti dei suoi vestiti vengono pubblicati sulle riviste di moda Krasnaia Niva e Atelier. A metà degli anni ’20, l’artista frequenta i luoghi di sperimentazione del costume moderno russo come l’Atelier della Moda e la Sezione d’abbigliamento dell’Accademia di Belle Arti di Mosca. I tessuti stampati o ricamati, realizzati sulla base dei suoi disegni, rispecchiano i nuovi criteri estetici che privilegiano l’uso dinamico delle figure geometriche. Le sue creazioni vengono presentate a Parigi a L’Exposition des Arts Décoratifs nel ’25. Nel ’33 l’artista entra a far parte del consiglio artistico della Casa di Moda di Mosca.

Meyer

Gene (1955). Stilista statunitense. Ha una forte passione per il colore. La sua moda maschile, dal tratto originale e anticonformista, è a tinte forti soprattutto negli accessori. Nasce a New York. Dopo brillanti risultati alla Parson’s School, l’esordio nel 1977 come assistente designer da Anne Klein e poi da Geoffrey Beene, fino all’incontro (’94) con il Gruppo italiano Mondo Inc.: una svolta che porta Gene Meyer dallo stilismo femminile a quello maschile. Nel ’97, riceve negli Stati Uniti il Perry Ellis Award destinato al miglior designer di moda uomo. La sua linea, richiesta dai migliori store americani, ma anche in Europa, si rivolge a un giovane uomo alla ricerca di uno stile libero e creativo. La collezione è prodotta totalmente in Italia. La produzione di coperte intessute da Meyer con il particolare metodo del taglia-e-incolla, tecnica già cara a Henry Matisse, è esposta al Museo del Design Cooper Hewitt di New York. È la M&M Design International che si occupa della esecuzione delle coperte disegnate dallo stilista.

Mackenzie

Andrew (1954). Stilista britannico. Nasce nel Galles e si diploma al Dyfed College of Art and Design, specializzandosi poi al London College of Fashion Technology. Ha vissuto e lavorato a New York, Parigi e in Sud Africa. Dal 1980 vive in Italia e dalla primavera-estate ’98 disegna una collezione di jeans e abbigliamento uomo con il suo marchio Amk-Andrew Mackenzie. Nella sua prima sfilata a Mosca, ottobre 2002, hanno stupito, provocato e affascinato i suoi “electroclashers”, presentati poi a Stoccolma e a Rotterdam. Mackenzie ha partecipato con successo anche ad AltaRoma-AltaModa. &Quad;2009. Brillante, innovativo, sorprendente e ribelle, MacKenzie è il re del denim, che sfrutta come base per le sue creazioni. Sfodera, ricuce e reinventa il jeans rendendolo un capo elegante e sportivo al contempo. Lo stile di Andrew Mackenzie è unico e ha rivoluzionato il concetto stesso di pantalone grazie a una continua ricerca della forma spesso ispirata al mondo del cinema e ultimamente all’era digitale.

Missolin

Benoit (1973). Stilista francese. Nasce ad Avignone. Studia alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne per poi entrare nello Studio Berµot. Lavora come apprendista in celebri maison come quella di Thierry Mugler, Jean Colonna e Christian Lacroix. Nel 1997, presenta la sua prima collezione, ma è nel 2001 che debutta con il suo primo défilé parigino allo spazio Paul Ricard dove presenta la sua linea di uomo e accessori. Nel 2002 sfila nella settimana della moda prêt-à-porter. Vince anche lo Swiss Textiles Award nel contesto della manifestazione di moda Gwand 2002.

Myrvold

Pia (1960). Stilista e artista norvegese. Autodidatta dell’arte e della moda, comincia il suo percorso creativo alla fine degli anni ’70. Le sue espressioni artistiche spaziano dalla pittura alla performance art. Si avvicina all’arte tessile e alla moda pronta “che lei definisce “wearable art” nel 1983 con una collezione di capi fatti per sembrare modellati in fango bagnato. Dal ’94 sfila alla settimana della moda parigina. Nel ’98 disegna per la prima volta una collezione uomo. Lo stesso anno, crea un abito particolare per Cartier, in occasione della presentazione di Paris Identity, una nuova collezione di gioielli. &Quad;Per l’inverno ’98-99 si presenta alla settimana parigina con una serie di abiti interattivi. La collezione Post Machine, la sua nona, dispone di interruttori posizionati sui tessuti che consentono alle modelle di attivare suoni e immagini. Per l’occasione utilizza vecchie radio, telefoni e grammofoni riciclati. &Quad;Dream Sequence è il biglietto da visita per il nuovo millennio, linea ispirata idealmente e per confessione della stessa designer, ai grandi sognatori dell’epoca moderna, che con piccoli atti di disobbedienza civile ribadiscono il loro sforzo non violento verso un mondo migliore.

Michael of Carlos Place

Atelier londinese fondato nel 1953 dallo stilista irlandese Michael Donellan, formatosi nella Maison Lachasse. Detto il “Balenciaga di Londra” per la sua creatività scenografica, è stato consulente di moda per Marks & Spencer e per la linea di pellicce di Bradley’s. Ha chiuso nel 1971.

Montorsi

Sartoria italiana. La fonda a Roma nel 1920 Giovanni Montorsi, che aveva allora 37 anni e si era fatto le ossa come tagliatore presso la casa di forniture ecclesiastiche Tanfani e Bertarelli. Il primo atelier, in piazza di Pietra, è di moda maschile. Per 12 anni, Montorsi è il sarto di fiducia di Umberto di Savoia. La moglie lo spinge a occuparsi anche di moda femminile. Nel ’29, acquista un palazzo in via Condotti 65: affitta le vetrine a Salvatore Ferragamo, il resto lo riempie di lavoranti, di tagliatori. Negli anni del regime fascista, la sartoria calamita mogli e amanti dei gerarchi. È celebre l’abito di nozze di Edda Mussolini, sposa di Galeazzo Ciano. Così raccontano le cronache: “Era una creazione ricavata da un raso tessuto sul capo con una ghirlanda di perle e di fiori d’arancio e accompagnata da lunghi guanti di pelle bianca”. La sartoria era organizzata alla maniera di una maison francese, con una serie di laboratori di alto artigianato dove venivano realizzati capi di biancheria intima per signora, abiti, pellicce, completi sportivi. Il personale superava le 100 unità tra lavoranti, première, indossatrici, magazzinieri. Vi erano anche una sala da tè, una sala per la modisteria, un angolo solo per guanti e scialli. Dopo la morte del titolare, l’attività continua sotto la guida delle due figlie di Montorsi: Adriana e Donatella. Nel ’57, venduto il palazzo, si trasferiscono in via Sistina, per poi chiudere alla fine degli anni ’70.

Mahfouz

Abed. Stilista libanese. Laureato in Ingegneria elettronica, nel 1995 rileva la piccola e avviata sartoria della mamma e della sorella a Beirut, ampliandola e trasformandola in un sofisticato atelier. Il successo è immediato. Nel 2003, Mahfouz dirige un ufficio stilistico con oltre 10 disegnatori. Nel luglio 2003 ha presentato sulle passerelle di Roma, in occasione della settimana Alta Moda, capi ispirati alle migliori tradizioni arabe, tra chiffon, paillette e organze multicolori.