Kilt

Gonna scozzese. Identifica praticamente la Scozia e i suoi clan rappresentati dalle fantasie tartan dei tessuti con i quali viene confezionato. A trasformarlo in uno status symbol sono nel 1800 la regina Vittoria e il consorte Alberto che lo utilizzano durante i soggiorni a Balmoral. In realtà, come tessuto da drappeggiare a toga o a plaid sulle spalle, il kilt è già presente prima del Medioevo con misure di 5 metri per uno e mezzo. Dal 1600 diventa la gonna simbolo scozzese. Entra nel guardaroba femminile contemporaneo negli anni ’40 del ‘900. Modernizzato, attorno al decennio ’70, diventa il simbolo delle ragazze Preppie e Ivy League.

Kutoglu

Atil (1968). Stilista turco. Conclusi gli studi liceali a Istanbul dove è nato, si trasferisce a Vienna per specializzarsi in business e amministrazione. Ancora studente, collabora con Vakko e Beymen, aziende turche leader nel campo della moda. Nel ’91 presenta la sua prima collezione grazie alla sponsorizzazione del sindaco di Vienna, Helmut Zilk. Nel ’94 ottiene il premio Diva-Woolmark come miglior stilista austriaco. Riceve in seguito una buona accoglienza sulle piazze di Milano, Parigi e New York. Nel ’97 viene insignito del premio Salzburg Prize. Nel 2000, i suoi abiti vengono esposti a commento della mostra Klimt und die Frauen al Palazzo Belvedere di Vienna. La dimensione cosmopolita non impedisce allo stilista di rimanere legato alle sue radici turche. L’influenza dell’Oriente è presente in tutte le collezioni. I suoi materiali favoriti sono la pelle, l’organza e il velluto. Tra le clienti di spicco figurano alcuni nomi appartenenti all’aristocrazia europea come Francesca von Habsburg e Pilar Goess. Sul mercato americano riesce a penetrare tramite l’aiuto del connazionale Ahmet Ertegun, fondatore dell’etichetta musicale Atlantic Records.

Kaplan

Sul finire degli anni ’50, ha avuto una certa notorietà per avere dissacrato la pelliccia, colorandola di tinte sgargianti e rendendola meno aulica con disegni stampati. Parigino, si era fatto le ossa a New York lavorando presso la succursale dell’azienda paterna fondata nel 1889. È stato fra i primi a proporre le pellicce sintetiche. Si è ritirato nel 1971.

Kirat

(1958). Indossatrice indiana. La sua bellezza e il suo portamento l’hanno strappata, verso la metà degli anni ’70, a un già garantito destino di maharani. Avrebbe dovuto sposare il maharajah di Khandu, quando, a Parigi, fu scoperta da Cardin. Le si aprì una folgorante carriera di passerelle e fotografie. È stata fra le mannequin predilette di Saint-Laurent e una presenza fissa nelle sfilate di Valentino e del primo Versace.

Klein

William (1928). Fotografo, pittore e cineasta americano. Nasce a New York da una famiglia di origine ungherese, cresce nelle main streets di Manhattan e ha una formazione autodidatta, cosa che gli ha permesso di sperimentare, attraverso l’uso di flash, obiettivi grandangolari molto spinti e teleobiettivi, nuove visioni particolarmente innovative. Klein ha usato per la prima volta materiali fotosensibili che gli hanno consentito di intervenire sulle stampe, manipolandole in modo da raggiungere effetti di astrazione e deformazione ai quali l’occhio dello spettatore non era ancora abituato. Nel 1954, dopo 6 anni a Parigi dove frequenta l’atelier di Fernand Léger, passa qualche tempo a Milano dove realizza murali per architetti italiani e rientra poi a New York dove lavora per Vogue America. Risale a questo periodo la realizzazione del suo libro Life Is Good & Good For You in New York (Premio Nadar 1956) pubblicato a Parigi e non negli Stati Uniti dove non gli si perdonava l’arditezza di una grafica aggressiva e il preciso impegno politico. Dopo aver visto questo libro, Fellini lo chiama a collaborare con lui, così Klein conosce molto bene Roma cui dedicherà un intero libro. Le sue immagini si differenziano da quelle degli altri fotografi per l’uso di strane location, personaggi inattesi come nani e statue di cera, allestimenti fortemente ironici e per la sottile ma visibile intesa fra fotografo e modella. Dal ’65 abbandona gradualmente la fotografia per dedicarsi al cinema realizzando un importante film a più mani (Lontano dal Vietnam, 1965) con i registi Alain Resnais e Jean-Luc Godard, e documentari sulle Pantere Nere (Mister Freedom, 1965), sul pugile Cassius Clay-Mohammed Alì (Cassius the Great, 1974), sulla Moda in Francia (1985), sul famoso ballerino francese Babilèe (1991), ancora sulla moda con In & Out of Fashion (1993). Nel 2002 viene pubblicata con il titolo Messiah un’antologia rimasterizzata in dvd dei suoi migliori fra i suoi venti film. Dal 1978 torna con una certa frequenza alla fotografia. Il Museo d’Arte moderna di New York nel 1980 — con catalogo edito da Aperture — e il Centre Pompidou di Parigi nel 1983, gli dedicano due ampie retrospettive. Nel 1994 pubblica presso le Editions de Seoul il volume Mode in and out. Nel 2002 con il volume Paris + Klein conclude idealmente il suo percorso sulle città che dal 1954 ha toccato New York, Roma, Mosca e Tokyo.

Kookaï

Marchio francese di prêt-à-porter, creato nel 1983 da Philippe de Hesdin, Jean-Louis Tepper e Jacques Nataf, tre commercianti parigini di confezioni. L’idea era quella di offrire alle ragazze una linea di abiti pronti economica e sexy: due collezioni base stagionali, aggiornate da uscite flash mensili. Un’idea azzeccata: dal ’90 i negozi Kookaï sono in tutto il mondo: 400 in Europa per un fatturato di circa 700 miliardi di lire.

Knott

Jean Paul (1966). Stilista belga. Studia moda al Fit (Fashion Institute of Technology) di New York. Lavora dal 1988 al ’99 da Yves Saint-Laurent Paris, con il couturier in persona per la haute-couture. Nel ’99 nasce il marchio Jean Paul Knott a Bruxelles e l’anno successivo lo stilista firma la sua prima linea. Dopo un breve periodo presso la maison Krizia, si installa a Parigi e nel 2002 diventa il designer del prêt-à-porter per il marchio Louis Féraud. Continua anche a sfilare con la sua linea.

Keogh

Tom. Disegnatore e illustratore americano. Negli anni 1947-51, è stata la star di Vogue France, fin dalla prima copertina disegnata per il numero di Natale del ’47. Scomparso prematuramente, resta unico il suo stile di disegno molto personale, a tratti vivi e marcati che fanno da contorno a pennellate di colore uniforme, e gli scenari surrealisti in cui ambienta la moda.

Kyoto Costume Institute

Museo giapponese dedicato alla moda femminile occidentale dal XVII al XX secolo: abiti, accessori, senza trascurare l’underwear. Fondato nel 1978, è una presa d’atto istituzionale della metamorfosi nel guardaroba giapponese, passato da radicatissime tradizioni locali a una occidentalizzazione del vestire, alla dilagante domanda di griffe europee e statunitensi. Promotore e conservatore del Kyoto Costume Institute è Akiko Fukai, giornalista, scrittore e organizzatore di mostre sulla storia della moda occidentale. È da ricordare Revolution in Fashion 1715-1815, presentata a Kyoto nell’89 e un anno dopo applaudita al Fa”shion Institute of Technology di New York e al Musée des Arts de la Mode di Parigi.

Khansa

Nato e cresciuto a Beirut dove si diploma in Fashion Design. Nel ’94 si trasferisce negli Stati Uniti e a Los Angeles perfeziona la sua formazione stilistica. Il suo talento per la haute couture gli spalanca le porte del successo: dall’Africa all’America, dal Medio Oriente all’Europa, la lista delle sue clienti internazionali si arricchisce di anno in anno, e le sue sfilate d’alta moda in tutto il mondo (nel gennaio 2003 presenta una sua collezione ad AltaRoma-AltaModa) ne fanno uno dei più interessanti style-setter internazionali d’avanguardia.