KENZO

Un prestigioso brand fondato dal fashion designer giapponese Ken Takada nel 1970. Un’alchimia tra Oriente e Occidente.

KENZO

Kenzo è un prestigioso brand fondato dal fashion designer giapponese Ken Takada nel 1970. Un’alchimia tra Oriente e Occidente.

Indice

  1. Storia
  2. Gli anni 2000
  3. Collezioni
  4. Campagne
  5. Conquiste
  6. Opere Caritatevoli

STORIA

L’identià del brand può essere perfettamente descritta come “L’Oriente che incontra l’Occidente”, frase che è una riflessione di Ken Takada, fondatore di Kenzo. Vivendo infatti a Parigi, Takada ha unito la cultura dell’Oriente con quella dell’Occidente. Attraverso stampe divertenti, atmosfere, textures e fiori etnichi, infatti, Kenzo è ormai  un marchio immediatamente riconoscibile.

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Linea di felpe di Kenzo

Inizialmente, le collezioni sono un susseguirsi di influenze asiatiche e cultura parigina. Takada apre la sua prima boutique nel 1970: è Jungle Jap. L’anno successivo i suoi disegni appaiono in Vogue America, in cui i suoi vestiti a tenda, i suoi pantaloni in tela grezza oversize, i suoi giromaniche larghi, le sue forme originali e lo store unico vengono presentati come il prossimo trend delle boutique parigine.

Successivamente, Takada apre negozi nelle maggiori città del mondo. E, nel 1987, Kenzo lancia anche linee per uomo e per bambino e biancheria da letto, oltre che costumi da bagno. Nel 1988, con Kenzode Kenzo si apre la prima linea di profumi per donna.  Kenzo Pour Homme, invece, è la prima fragranza per uomo (1991).

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Linea di profumi femminili di Kenzo

Nel 1993, l’etichetta del brand viene comprata da LVMH e, nel 1999, Takada annuncia il suo ritito dal ruolo di capo stilista. E nell’ottobre dello stesso anno subentra al suo posto Gilles Rosier e Roy Krejberg diventa il direttore creativo di Kenzo Homme.

GLI ANNI 2000

Nel 2000 viene lanciato Flower by Kenzo, che da quel momento diventa il cavallo di battaglia delle linee di profumi del brand. L’anno successivo viene lanciata anche una linea di prodotti per la cura della pelle. Nel 2003, il designer italiano Antonio Marras viene assunto dal Gruppo LVMH come art director di Kenzo e, nel dicembre 2008, viene nominato direttore creativo. Si tratta di una collaborazione che durerà fino al 2011.

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La linea di profumi Flower by Kenzo

Ma, a causa della transizione di diversi stilisti, il brand perde la sua vera essenza e le vendite cominciano a calare. Il Gruppo LVMH sta per vendere il marchio, ma l’intervento del duo Humberto Leon e Caol Lim prendono il posto di Marras come direttori creativi. I due sono le figure dietro allo store americano cult Opening Ceremony. Kenzo Takada aveva rivoluzionato il mondo della moda con un mix di alta moda e street culture ispirati dal suo paese natio, il Giappone. Di conseguenza, Leon e Lim decidono di rilanciare il brand cambiando il mix di prodotti. Guardano indietro, ai tempi del primo store di Takada, un negozio che era famoso per le sue tute. Così, il duo si impegna per recuperare l’identità iniziale del brand, rendendola attuale per le nuove generazioni. E nonostante delle opposizioni all’interno dell’azienda, in quanto non erano previsti pullover nelle precedenti collezioni, Leon e Lim riescono a introdurre questo nuovo capo nella linea di rilancio (2011). E il successo è incredibile: la prima istallazione di questa nuova collezione è sold out negli store parigini dopo sole tre ore dall’esposizione. I due riprendono l’immagine della testa della tigre, rendendola il marchio di fabbrica del brand.

COLLEZIONI

Humberto Leon e Carol Lim sono i direttori creativi del brand dal 2012. Il loro obiettivo? Sconvolgere la “giungla” del mondo della moda. Gli iconici vestiti con la testa della tigre sono stati indossati da molte celebrità e influencer, tra cui Beyoncé, Selena Gomez, Zooey Deschanel, Lorde, Rihanna, Swizz Beatz, Spike Jonze e Joan Smalls.

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Rihanna è una delle icone che ha indossato capi delle collezioni Kenzo

Come accadeva negli anni ’70, Leon e Lim decidono di infrangere le aspettative nei confronti dei trend stagionali. Si dice, infatti, che il duo sia fortemente influenzato dal contesto del XXI secolo. Inoltre, i due hanno collaborato con musicisti, artisti, attori e designer per ogni collezione.

Per esempio, per la collezione Autunno 2014, il brand ha collaborato con il celebre regista David Lynch, che ha mixato la colonna sonora per lo show e ha fornito una scultura. In più, il marchio ha avviato delle collaborazioni con Vans (2012) e H&M (2016), come parte della strategia di rilancio del brand, nonostante non fosse una grande idea collaborare con brand medi. Tuttavia, questa mossa si è rivelata vincente, in quanto ha avvicinato Kenzo a un target più ampio.

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Linea Kids di Kenzo

La collezione eclettica con numerosi motivi ha portato Humberto Leon e Carol Lim oltre la semplice modernizzazione. Senza mai eliminare gli elementi più iconici di Kenzo, il duo ha ribadito la rilevanza del brand in linea con i tempi.

CAMPAGNE

L’ultima campagna del brand ha come protagonista la cantante Britney Spears. Lo shooting prende ispirazione dallo stile divertente degli anni ’80. Indossando tre diversi outfit (un pullover corto, un completo a stampa abbinata e un look total denim comprendente giacca, cappello e stivali sopra il ginocchio), non è stato spiegato il motivo per cui è stata scelta proprio lei per questa campagna. Ma basta guardare il profilo Instagram della star: quando non volteggia nell’atrio di casa in un’infinità di outfit, vende dipinti a 10k dollari. Ovviamente, restando sempre un’iconica. Si tratta di Britney, dopotutto: nessuno può averne abbastanza di lei. Kenzo ha inoltre girato un video con la cantante che debutterà sul suo profilo Instagram quest’anno.

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Brittney Spears è la testimonial della campagna pubblicitaria di Kenzo nel 2018

Se le collezioni per uomo e per donna rimangono i prodotti principali dell’azienda, Kenzo ha sempre dimostrato un grande interesse anche nella fusione tra il mondo della moda e quello dei film. Nel corso degli anni, infatti, il marchio ha collaborato con vari registi, tra cui Akinola Davies Jr, Spike Jonze e Kahlil Joseph. Allo stesso modo, il brand ha lanciato una serie di film per scovare nuovi registi in tutto il mondo.  Per il suo ultimo progetto, per esempio, Kenzo ha contattato la regista di A Girl Walks Home Alone at Night (2014), Ana Lily Amirpour, per interpretare la collezione SS 18. Contenente un soundtrack e un cameo di Yeah Yeah Yeah, il film riprende la famosa scena del cult del 1966 Blow Up, con una piega inaspettata. Riguardo alla partnership con la Amirpour e Karen O, Carol Lim ha detto: “La parte straordinaria di questo progetto è il fatto che due donne abbiano deciso di fare un film insieme. Si tratta quindi di una meravigliosa impresa artistica e di un diaogo tra due donne.” In linea con i diversi show SS 18 in cui le protagoniste erano modelle asiatiche, il film è caratterizzato da un cast asiatico, compresa la modella e attrice Kiko Mizuhara.

Da quando Leon e Lim sono diventati i direttori creativi di Kenzo, hanno trasformato la loro visione in qualcosa di più dei semplici vestiti. Lo dimostra la campagna con protagonista Macaulay Culkin, vestita come uno strano clown.

Durante lo show di Kenzo SS 18, è stato rilasciato il film Cabiria, Charity, Chastity, diretto da Natasha Lyonne, nota per aver recitato nella serie tv Orange is the New Bkack. Nel cast Macaulay Culkin, Matt Lucas e Maya Rudolph, in un viaggio surreale con clown, showgirls e puppet show.

CONQUISTE

Kenzo Takada è stato onorato con il premio per le conquiste ottenute durante la sua vita al 55° Fashion Editor’s Club, alla cerimonia dei Japan Awards a Tokyo, nel maggio 2017. Hiromichi Ochiai, del brand di street wear Facetasm, è stato insignito del premio di stilista dell’anno.

Takada ha ricevuto encomi da parte del Club due volte in passato, rispettivamente nel 1972 e nel 1999, l’anno in cui si è ritirato dall’azienda. Nonostante il designer 78enne abbia definito Parigi come la sua casa per più di cinquant’anni, è andato fino in Giappone per accettare il premio.

OPERE CARITATEVOLI

Humberto Leon e Carol Lim sono entrambi cresciuti in California e, di conseguenza, sono ben consapevoli dei problemi della pericolosa vita per mare. Per questo, hanno deciso di unire le forze con la Blue Marine Foundation, nel tentativo di contrastare la pesca intensiva e l’inquinamento. Il duo ha dichiarato: “Eravamo impazienti di collaborare con un’organizzazione visionaria che ci mostra come possiamo vivere in armonia con gli oceani. Cercando varie associazioni caritatevoli, ci siamo resi conto che la Blue Marine Foundation è quella che fa per noi. Supportiamo quindi con tutto il cuore la loro missione di creare una pesca sostenibile e delle riserve marine. Siamo estremamente elettrizzati per questa partnership a lungo termine tra Kenzo e la Blue Marine Foundation e speriamo di generare più consapevolezza a proposito di questi temi.”

Per contribuire a questa iniziativa, Kenzo ha lanciato una capsule collection unisex per la stagione Primavera/Estate 2014, in cui le protagoniste sono T-shirt e felpe con lo slogan “No fish no nothing”. Tutti i ricavati sono stati donati alla Foundation, nella speranza di assicurare la protezione degli oceani. Inoltre, il brand ha creato un pop up store a Parigi per una settimana, dal 21 al 27 maggio. Uno schermo permette ai clienti di visualizzare e comprare i capi, e a ogni nuovo acquisto un pesce digitale spunta in un acquario, anch’esso digitale. In più, facendo una foto allo store e usando l’hashtag #NoFishNoNothing si può supportare la causa e aggiungere un pesce all’acquario.

K-WAY

Marchio parigino della rivoluzionaria giacca a vento, leggera, impermeabile e ripiegabile in un comodo marsupio. Oggi si è evoluto grazie al contributo di BasicNet.

Indice

  1. La nascita
  2. Origine del nome
  3. Pirelli
  4. BasicNet
  5. La situazione attuale

La nascita

Il marchio K-Way nasce a Parigi nel 1965. Durante una giornata di maltempo, il giovane imprenditore Léon-Claude Duhamél – seduto sulla terrazza del Cafè de la Paix – osserva i passanti infagottati in pesanti abiti da pioggia, con le mani occupate a reggere ombrelli. Tra loro c’è una donna con due bambini, coperti da una specie di abito in nylon rosso. Duhamél prende un appunto sul proprio taccuino e, qualche tempo dopo, si chiude nel laboratorio del padre, che ha una piccola fabbrica a Pas-de-Calais, nel Nord della Francia.

Ne esce con una giacca a vento rivoluzionaria: leggera, comoda e impermeabile che, con il bel tempo, si ripiega in una tasca-marsupio e si lega intorno alla vita. Il prodotto è subito lanciato sul mercato francese e il primo anno di commercializzazione è boom: 250 mila pezzi venduti.

Origine del nome

Il nome K-Way deriva dall’utilizzo della giacca che, prima del lancio, viene chiamata “En cas de”, ovvero “In caso di”; espressione con cui Duhamél intende indicare un indumento sempre a disposizione in caso di pioggia o di vento. L’agente pubblicitario vuole però un suono anglofono; si giunge a un compromesso: la “K” (in francese, ka) ha la stessa pronuncia della parola “cas” (caso); “way” è invece una concessione alle preferenze americane dei consumatori. Il nome ha talmente successo che, nel 1979, entra nei dizionari della lingua francese e italiana come marchio registrato.

Pirelli

Per K-Way, gli anni Settanta sono caratterizzati dalla partnership con diverse squadre sciistiche e, negli anni ’80, grazie alla sua praticità, questo capo di abbigliamento è immancabile nel guardaroba dei giovani.

Il gruppo Pirelli acquista il brand nel 1990; due anni dopo, un incendio nella fabbrica di Harnes distrugge archivi e prodotti: buona parte della storia di K-Way viene così perduta. A un anno di distanza, il gruppo Pirelli cede il marchio alla banca d’affari So.PA.F. e, nel 1999, K-Way viene acquisito dalla milanese Multimoda Network, che decide di rivisitare il prodotto con materiali più innovativi. Questa scelta porta a un significativo aumento dei prezzi di vendita e, nonostante la creazione in collezione di nuovi capi sportivi, gli affari iniziano ad andare male. In breve, la produzione cessa del tutto.

BasicNet

Nel febbraio 2004 – ormai fuori dal mercato – K-Way entra nel portafoglio marchi del Gruppo BasicNet, che ripropone il modello-icona del brand, l’impacchettabile, realizzato con un tessuto traspirante più tecnologico. In pochi anni, il marchio viene rilanciato sul mercato globale grazie al Marketplace del gruppo torinese. Nel 2006 le nuove collezioni K-Way sono presentate alla Fiera Bread and Butter di Barcellona; nel 2010 apre a Torino il primo flagship store K-Way, completamente integrato al Web. Due anni dopo, arriva il primo store statunitense, a Soho, New York. Seguiranno altre aperture a Parigi, Roma, Londra, Seoul. Oggi i negozi a insegna K-Way nel mondo sono 46, di cui 29 in Italia (fonte: bilancio consolidato BasicNet 2017).

Nel 2014 – a dieci anni dall’acquisizione – viene lanciata la giacca K-Way di terza generazione. È il Le Vrai 3.0: stesso modello originale, ma realizzato con un tessuto ripstop ancora più tecnologico del precedente. Il successo è tale che K-Way Le Vrai 3.0 diventa una delle linee più importanti del marchio, arrivando a comprendere anche altre categorie di prodotto.

In occasione dei 50 anni del brand, al Salone di Ginevra 2015 viene presentata la nuova Fiat Panda K-Way.

Si intensificano, intanto, i co-branding: a quelli iniziali con Italia Independent, Versus Versace, Colette, Marc Jacobs si aggiungono i più recenti, dalle attitudini urban, come quello con Dsquared2.

La situazione attuale

Oggi i prodotti K-Way sono distribuiti in oltre 20 mercato del mondo, con un annuale aumento a 2 cifre delle vendite aggregate, che nel 2017 hanno superato i 60 milioni di euro (+ 12,1% rispetto al 2016). Le collezioni – oltre alle giacche – comprendono ormai una brand extension che include maglie, polo, T-shirt, pantaloni, gonne, felpe, borse, costumi da bagno e numerosi accessori.

KAPPA

Kappa e Robe di Kappa, benché ritenuti erroneamente sinonimi,  sono due marchi ben distinti, che si posizionano in due segmenti del mercato dell’abbigliamento, accessori e calzature molto diversi tra loro. Entrambi i brand sono di proprietà del Gruppo torinese BasicNet.

Kappa e Robe di Kappa, benché ritenuti erroneamente sinonimi,  sono due marchi ben distinti, che si posizionano in due segmenti del mercato dell’abbigliamento, accessori e calzature molto diversi tra loro. Entrambi i brand sono di proprietà del Gruppo torinese BasicNet.

Indice

  1. Activewear
  2. Sponsorizzazioni attuali
  3. Mercato
  4. La situazione attuale
  5. Gli inizi
  6. Le sponsorizzazioni nel corso degli anni
  7. Il logo
  8. BasicNet

Activewear

Kappa è un marchio di abbigliamento, accessori e calzature per lo sport, con collezioni activewear che vanno dal calcio allo sci, dallo snowboard al golf, dal rugby alla scherma, passando per linee dedicate ad attività sportive assai diffuse, che abbracciano tutta l’area del training indoor e outdoor.

Sponsorizzazioni attuali

Oggi Kappa sponsorizza oltre un centinaio tra le più importanti squadre di calcio e federazioni sportive del mondo. Alle ultime Olimpiadi invernali PyeongChang 2018, Kappa ha vestito tutti gli atleti italiani in gara: sia quelli della Federazione Sport Invernali sia quelli della Federazione Sport del Ghiaccio, oltre all’intera Federazione Sci Sudcoreana. Kappa, inoltre, è sponsor degli Azzurri di scherma, canottaggio, golf, motociclismo, judo, karate, lotta libera e arti marziali.

Mercato

Accanto alle collezioni tecniche, negli ultimi anni Kappa ha conquistato una larga fetta del mercato fashion, nel segmento dello streetwear, grazie a due linee dall’impronta marcatamente urban: Kappa Authentic e Kappa Kontroll. È in questo ambito che si inseriscono le collaborazioni e i co-branding con i grandi nomi internazionali dello streetwear, tra cui il russo Gosha Rubchinskiy, l’argentino Marcelo Burlon, il collettivo parigino Faith Connexion, il designer italiano Danilo Paura; con il brand di moda sudcoreano Charm’s; con grandi retailer del fashion come Barneys New York e Opening Ceremony.

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Capo di activewear di Kappa

La situazione attuale

Oggi i prodotti a marchio Kappa sono presenti in oltre 120 mercati del mondo, nei 5 continenti, con vendite aggregate che superano il miliardo di dollari l’anno e più di 60 milioni di pezzi venduti.

Gli inizi

La storia di Kappa inizia nel 1956, quando uno stock fallato di calze “Aquila” – marchio di proprietà dell’allora Maglificio Calzificio Torinese (MCT), azienda fondata nel 1916 da Abramo Vitale – finisce per errore sul mercato. I negozi restituiscono la merce e il MCT, per ridare credibilità al prodotto, etichetta le nuove produzioni con la sigla “K” e la dicitura “Kontroll”: una parola dal suono tedesco per rafforzare nel consumatore il concetto di qualità certificata. L’operazione riesce alla perfezione. Da quel momento i clienti ordinano esclusivamente “le calze con la K”. In breve, la vecchia dicitura “Aquila” viene abbandonata e, nel lessico comune, Kappa diventa un marchio prima ancora di essere ufficialmente registrato. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Kappa è ormai leader italiano nel settore delle calze e della maglieria intima.

Alla fine degli Anni Sessanta, da una costola del brand, nasce Robe di Kappa, dedicato non più all’abbigliamento intimo ma a quello casual. Nel 1978, Kappa torna alla ribalta come nome della neonata divisione tecnico-sportiva di Robe di Kappa: inizialmente Robe di Kappa Sport, subito divenuta Kappa Sport, e presto semplificata in Kappa, in brevissimo tempo torna a essere a tutti gli effetti un marchio a sé.

Le sponsorizzazioni nel corso degli anni

Nel 1979, primo in Italia, Kappa sponsorizza una squadra di calcio: la Juventus. L’anno successivo, diventa sponsor tecnico della Nazionale Americana di Atletica Leggera (USA Track & Field), che si presenta alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e a quelle di Seul 1988 con il “logo degli Omini” su tutte le divise da gara. Nasce così la celebre Banda: il tape a ripetizione verticale di logo, a tutt’oggi il tratto iconico del marchio.

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Kappa divenne famose per le sponsorizzazione e la vestizione degli atleti nell’olimpiade del 1988 a Seoul

La “Banda con gli Omini” di Kappa diventa celebre in mondovisione grazie agli ori olimpici di giganti dell’atletica come Carl Lewis e Edwin Moses (Los Angeles ‘84) e alle performance sportive dell’affascinante velocista Florence Griffith (Seul ‘88).

Il logo

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Il famoso logo del marchio Kappa con gli omoni seduti

È certamente dalla caratteristica grafiche di questo logo che deriva la confusione tra i marchi Kappa e Robe di Kappa, benché quest’ultimo – a differenza del primo – sia distribuito quasi esclusivamente sul mercato italiano. Entrambi i brand, infatti, sono rappresentati dalla silhouette di un ragazzo e una ragazza seduti a terra, appoggiati schiena contro schiena con le gambe piegate. Più piccolo e discreto sui capi a marchio Robe di Kappa; più grande ed “esploso” sulle collezioni Kappa. In tutti e due i casi, si tratta dell’unico logo nel settore dell’abbigliamento che rappresenti una figura umana, invece di un animale o di un segno grafico. A parte una sola, ancorché parziale, eccezione: il logo di Ralph Lauren, che raffigura un cavallo con un giocatore di Polo.

BasicNet

Dopo anni di successi commerciali, nel 1994 il Maglificio Calzificio Torinese fallisce a seguito della morte prematura del suo amministratore delegato Maurizio Vitale, pronipote del fondatore Abramo. È l’imprenditore torinese Marco Boglione ad aggiudicarsi, all’asta fallimentare, i cespiti del MCT. Tra questi, i suoi tre marchi: Kappa, Robe di Kappa e Jesus Jeans.

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Veduta esterna della sede di BasicNet

Marco Boglione cambia il nome del MCT in BasicNet e ne rivoluziona il modello di business, sostituendo la precedente organizzazione verticale con un modello di impresa a rete, interamente fondato su Internet.  E rilanciando con successo, sul mercato globale, i marchi acquisiti: primo tra tutti, Kappa.

MICHAEL KORS

Americano, fashion designer e creative director del suo brand di ready-to-wear uomo e donna, accessori, orologi e tanto altro.

Indice

  1. Le origini
  2. Céline
  3. Sportswear Holding Limited rileva Michael Kors
  4. Project Runway
  5. Nuove linee
  6. 30° anniversario
  7. Michael Kors per il sociale
  8. Situazione attuale

Le origini

Stilista americano classe 1969, figlio di una modella, nato e cresciuto a Long Island, vicino a New York City. Frequentò per nove mesi il Fashion Institute of Technology: infatti, a soli 19 anni, cominciò la sua carriera professionale, disegnando una collezione per la boutique Lothar’s di New York, per la quale aveva cominciato a lavorare come assistente alle vendite. Il successo, fu tale da convincerlo ad aprire un’attività in proprio.

Michael Kors negli anni '90
Michael Kors negli anni ’90

Nel 1981 debuttò la griffe Michael Kors: la prima collezione, basata su di uno sportwear di lusso perfettamente strutturato, venne recensita più che favorevolmente dagli addetti del settore. Fu distribuita, fra gli altri, da Bergdorf Goodman e Saks Fifth Avenue. Nel ’95, lanciò la linea Kors Michael Kors, prodotta e distribuita da Onward Kashiyama USA, filiale di Onward Kashiyama Giappone. Nel novembre ’97 presentò la sua prima linea di prêt-à-porter uomo.

Céline

Céline Micheal Kors per Céline, collezione primavera/estate 2001
Micheal Kors per Céline, collezione primavera/estate 2001

Sempre nel ’97, Kors venne nominato stilista di Céline di cui, nel ’99, diventò direttore artistico. Considerato antesignano dello stile minimalista, lo stilista vive fra Parigi e New York.

Nel ’99 Kors cedette un terzo delle azioni del brand a LVMH, gruppo proprietario di Céline. L’anno seguente lanciò il primo profumo, prodotto e distribuito dalla Parfums Givenchy; aprì due punti vendita newyorkesi, entrambi sulla Madison Avenue, seguiti nel 2002 da altri tra Soho e Tokyo. Il Council of Fashion Designers of America nominò Kors, nel 2002, Womenswear Designer of the Year.

L’anno 2002 vide anche il lancio della collezione uomo Michael Kors. L’anno seguente lo stilista annunciò che, alla scadenza del contratto per Céline, avrebbe lasciato la maison. La collezione autunno/inverno 2003-2004 fu quindi l’ultima creata dalla stilista di Long Island, che, con il nuovo anno, si dedicò completamente alle linee del marchio che porta il suo nome. L’annuncio giunse come un fulmine a ciel sereno: solamente poche settimane prima, al rinnovo del contratto annuale con la LVMH, Kors aveva fatto intendere che la sua collaborazione con il gruppo sarebbe durata ancora a lungo.

Sportswear Holdings Limited rileva Michael Kors

Lo stesso anno, i due imprenditori Silas Chou e Lawrence Stroll, a capo della società Sportswear Holdings Limited, acquisirono l’85% delle azioni Michael Kors, inclusa la quota di LVMH; il 10% dal 2000 era nelle mani di Onward Kashiyama USA e la quota restante rimase di proprietà di John Orchulli, partner commerciale di Kors, che restò in carica come amministratore delegato nel breve periodo di transizione.

Project Runway

Michael Kors Project Runway 2010: i giudici Heidi Klum, Nina Garcia, Faith Hill, Michael Kors e Bryant Park
Project Runway 2010: i giudici Heidi Klum, Nina Garcia, Faith Hill, Michael Kors e Bryant Park

Nel 2004, Kors fu giudice del nuovo reality show televisivo Project Runway: nel programma di immediato successo, i commenti critici di Kors sono sempre stati applauditi dal pubblico. Lo stilista rimase nella trasmissione fino al 2012, dopo che il programma aveva già ricevuto diverse nomination agli Emmy Award.

Nuove linee

Michael Kors La nuova linea Michael by Michael Kors
La nuova linea Michael by Michael Kors

Sempre nel 2004, Michael Kors ha lanciato due nuove linee, MICHAEL Michael Kors e KORS Michael Kors. Queste linee sono vendute in 350 negozi negli Stati Uniti offrono prêt-à-porter, borse, costumi da bagno, jeans, calzature e accessori. La compagnia firmò un contratto con la Fossil per la nuova linea di orologi Michael Kors.

30° anniversario

Nel marzo 2011, l’azienda celebrò il suo 30° anniversario con l’apertura di un nuovo flagship store a Parigi e un dinner party, pieno di celebrità, modelle, cantanti, editori, IT girl e attrici.

Michael Kors 30° anniversario
30° anniversario

Kors è stato il più giovane designer a ricevere il The Geoffrey Beene Lifetime Achievement Award (Premio alla carriera Geoffrey Beene) dal CFDA. Un anno dopo, venne rinnovato il contratto con Fossil, ampliando la convenzione ad una nuova linea di gioielli.

Michael Kors per il sociale

Michael Kors per il sociale
Michael Kors per il sociale

Kors, sempre coinvolto nel sociale, ha combattuto battaglie contro la fame nel mondo per più di 20 anni. Nel 2013 ha collaborato con il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) con il progetto dell’orologio limited edition per la sei e 100: parte dei proventi venne dedicata ad un programma di alimentazione per l’infanzia. Nel 2015, il designer divenne Global Ambassador Against Hunger per il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite: l’azienda aveva contribuito a fornire oltre 10 milioni di pasti ai bambini di tutto il mondo. La società è anche una sostenitrice di lunga data del God’s Love We Deliver, e ha lavorato con l’organizzazione newyorkese per aiutare a distribuire pasti a persone sieropositive, ammalati di cancro o di altre gravi malattie.

Nel 2016, Michael Kors siglò una partnership con la McLaren-Honda, diventando partner ufficiale del campionato del mondo di Formula Uno.

Situazione attuale

Michael Kors Campagna pubblicitaria 2018
Campagna pubblicitaria 2018

A luglio 2017, la società Michael Kors annunciò l’acquisizione del marchio di calzature e accessori di lusso Jimmy Choo per 1,2 miliardi di dollari. A novembre, Francesca Leoni divenne Vice Presidente Senior e Chief Brand Officer di Michael Kors.

Attualmente i negozi Michael Kors sono presenti nelle più prestigiose città del mondo, da New York, a Londra, a Milano, a Parigi, fino a Shanghai e Tokyo. Attraverso negozi di proprietà e partner Michael Kors offre prodotti di consumo tra cui accessori, calzature, orologi, gioielli, prêt-à-porter uomo e donna, occhiali e una linea completa di profumi.

DONNA KARAN

Famosa stilista americana, ha creato numerosi brand: l’omonimo Donna Karan New York, il brand d’abbigliamento DKNY e quello di lifestyle Urban Zen.

Indice

  1. Le origini
  2. Anne Klein
  3. Lo stile
  4. DKNY
  5. LVMH rileva Donna Karan International
  6. DKNY PR Girl
  7. Lo sviluppo del brand
  8. LVMH vende DKNY
  9. Situazione attuale

Le origini

Donna Karan
Donna Karan

Donna Karan is an American designer, born as Donna Faske in Forest Hills, Long Island in 1948. She decided to become a designer when very young, having been surrounded by the world of fashion from childhood, her mother, father, and uncle all worked in the industry. After high school, she attended the Parson’s School of Design in New York. She spent the Summer of her second year, working for Anne Klein & Co. She was later hired as their assistant designer.

Donna Faske, ovvero Donna Karan, è una stilista americana, nata a Forest Hills, Long Island, nel 1948. Circondata dal mondo della moda sin dall’infanzia (madre, padre e zio vi lavoravano), decise di diventare stilista già da bambina. Dopo il liceo si iscrisse alla Parson’s School of Design di New York. Trascorse l’estate del secondo anno come stagista presso Anne Klein & Co., dove venne successivamente assunta come assistente stilista.

Anne Klein

Donna Karan da Anne Klein, 1980
Donna Karan da Anne Klein, 1980

Nel 1974 Anne Klein morì improvvisamente e Donna Karan, a soli 25 anni, passò alla direzione stilistica della Casa. Nell’82 creò la “diffusion line” Anne Klein II, nella quale si potevano già scorgere i segni dello stile pulito e moderno che contraddistinguerà, due anni dopo, la collezione firmata a suo nome, Donna Karan (cognome del primo marito sposato nel 1973 e da cui aveva divorziato poco dopo). Il lancio del nuovo marchio fu reso possibile dalla Takiyho inc., società giapponese proprietaria della Anne Klein & Co.

Lo stile

La collezione, dinamica ed essenziale nello, introdusse il concetto di Donna dei sette pezzi facili. Propose un guardaroba intelligente fatto di pochi capi intercambiabili, perfetto per vestire ogni ora della giornata la donna lavoratrice, a cui Donna guardò sempre con particolare interesse. Alla base delle sue collezioni si trova ancora oggi il nero, il non-colore che Donna considera come tela pronta a essere dipinta. Introdusse il body, indumento rubato alla biancheria intima e proposto nei nuovi tessuti stretch aderenti e modellanti, da indossare fuori, accessoriato con una giacca per l’ufficio o una collana per la sera.

Donna Karan DKNY, campagna pubblicitaria Leotard, 1990
DKNY, campagna pubblicitaria Leotard, 1990

La versatilità e semplicità di questo capo ebbero un enorme impatto nel modo di vestire della seconda metà degli anni ’80 (quando vi fu un rinato interesse alla forma fisica e quindi all’abbigliamento per metterla in risalto). Rimasero tipiche le sue forme avvolgenti per accentuare le linee e nascondere i difetti, così come l’uso del cashmere preferibilmente nero, per stimolare i sensi. Sin dalla fondazione del brand erano state lanciate nuove linee e aperti nuovi negozi ogni anno.

DKNY

In 1988 Karan extended her women’s ‘Donna Karan New York’ line by creating a less expensive clothing line for younger women, called DKNY. DKNY is the most successful line proved through record of sales. It is medium expensive with a target young, active, urban clientele who appreciates a casual elegance.

Nell’88 Karan ampliò la linea donna “Donna Karan New York” creando una linea di abbigliamento più cheap per le donne più giovani, la DKNY. Diviene presto la linea più fortunata, registrando il primato nelle vendite: di medio costo, è mirata a una clientela giovane, attiva, urbana e amante del casual elegante.

Donna Karan DKNY campagna pubblicitaria, 1990
DKNY campagna pubblicitaria, 1990

Molti gli accordi di produzione su licenza, tra i più importanti quello con la Esteé Lauder per la linea di cosmetici, firmato nel ’97. All’epoca l’impero Donna Karan comprendeva: moda donna, uomo, bambino, con diverse linee dall’elegante al casual, accessori, cosmetici e arredamento per la casa. Il secondo marito, Stephan Weiss, sposato nel ’77, si occupava della gestione dell’azienda che conta oltre 2000 dipendenti ed è quotata sulla borsa di New York. Negli anni ’90 la Karan abbracciò la filosofia New Age, cercando di trovare un equilibrio esistenziale in una vita frenetica. Affermò:

“Tutto quello che faccio è una questione di cuore, corpo e anima”.

Molto importante per lei il suo coinvolgimento personale ed economico sul fronte sociale: entrò a far parte di due comitati per la lotta all’Aids e di uno per la ricerca sul cancro alle ovaie. Vinse diverse volte il Council of Fashion Designers of America Award, il Coty American Fashion Critics Award e altri riconoscimenti alla carriera. Il suo vecchio college, la Parson’s, le conferì una laurea ad honorem nell’87; ivi tornava regolarmente per tenere lezioni, sedendo nel comitato dei direttori. Sono stati scritti diversi libri su di lei, sul suo stile e sulla sua ascesa a stilista di fama internazionale.

LVMH rileva Donna Karan International

Ad aprile 2001, la stilista annunciò la vendita di Donna Karan International, per la cifra di 250 milioni di dollari: l’acquirente era il gruppo francese Lvmh, che aveva già acquisito la “licence holding company” di Donna Karan. La spesa totale fu di 643 milioni di dollari. Il quartier generale del brand rimase a New York. La dichiarata intenzione di Lvmh era quella di traghettare la griffe verso un mercato d’eccellenza. Nel 2002, DKNY rilanciò la linea d’abbigliamento per bambini in collaborazione con CWF (children worldwide fashion). I jeans DKNY si affiancarono alla campagna antidroga della Casa Bianca con la pubblicazione di un calendario in cui molte celebrità quale fosse il loro “anti-droga”. Tra le quattordici, musicisti e attori come Enrique Iglesias, Brendan Fehr e Jay Hernandez.

Donna Karan DKNY collezione autunno/inverno 2003
DKNY collezione autunno/inverno 2003

A maggio 2003 Donna Karan International annunciò che non avrebbe prodotto una collezione maschile per la prima volta dal 1992. Per la Fashion Week 2003 DKNY presentò una sfilata in cui la donna, protagonista, veniva mostrata in tutte le sue diverse sfaccettature: la studentessa, la donna in carriera, la preppy e la punk. L’anno 2003 portò sulle passerelle le strade della dinamica New York City; la collezione primaverile fu una rivisitazione dell’abbigliamento retrò. DKNY ospitò la Vanity Fair “In concert” a beneficio di Step Up Women’s Network: anche la musicista Mya e l’attrice Chloe Sevigny parteciparono all’evento alla Hammerstein Ballroom di New York. Il primo flagship store in Giappone venne aperto a Omotesando, Shibuya Ward, Tokyo.

Nel 2004 la società rilanciò la collezione uomo e la location così anticonvenzionale dello spettacolo DKNY rese questo uno degli anni più straordinari della storia del brand. La collezione uomo/donna era dedicata agli abitanti urbani, ambiziosi, frenetici: i newyorkesi. Donna Karan International e Luxottica Group S.p.A. firmarono un accordo di licenza quinquennale per la progettazione, la produzione e la distribuzione mondiale di montature da vista e occhiali da sole Donna Karan e DKNY.

Nel 2005 Donna Karan fu premiata con il “Lifetime Achievement Award“; da quell’anno venne reso possibile anche lo shopping online delle linee DKNY, direttamente sul sito web dell’azienda. I prodotti spaziavano da abbigliamento donna/uomo, accessori, scarpe, abbigliamento bambino e alla collezione PURE.

Mark Weber, ex chief executive officer di Phillips-Van Heusen, fu nominato direttore creativo di Donna Karan International, in sostituzione di Jeffry Aronsson. Lo show DKNY fu ancora un gran successo: la collezione primavera 2006 venne presentata nel Classic Car Club di Manhattan, dove gli abiti erano presi in prestito dallo stile anni Sessanta.

Dopo la morte per cancro del marito, avvenuta nel 2001, Donna sentì il bisogno di convincere i medici a prendersi più cura del paziente, non solo della malattia: nel 2007 fondò, così, la Urban Zen. Inoltre, ad agosto, lanciò la sua prima collezione con Stardoll, una community online per gli amanti della moda donna. Nella primavera 2008, tornarono gli anni Settanta con le loro iconiche tute, riportate in auge con energia e ottimismo.

DKNY PR GIRL

Donna Karan Aliza Licht
Aliza Licht

Donna Karan fu uno dei primi brand di lusso ad entrare a far parte dei social media nel 2009. La DKNY PR girl su twitter così come su tumblr, gestita da Aliza Licht, divenne ben presto un forte mezzo per coinvolgere i consumatori e rispondere alle loro richieste. Per festeggiare il ventesimo anniversario del brand, si decise di presentare una nuova collezione di borse e di presentare sette nuovi pezzi ogni stagione, a partire dall’autunno. Le celebrazioni continuarono; la sede della collezione primavera 2009 fu trasferita dalla solita unica stanza al Bryant Park. Questa stagione dovette molto allo street wear: collezione dopo collezione DKNY abbracciava sempre di più l’idea della “fast fashion“, indumenti base da indossare con un pizzico di estroso divertimento.

Nel 2010 DKNY era ormai divenuta parte essenziale del guardaroba di ogni ragazza, un vero e proprio mix di stile madre-figlia. Il disegno di DKNY del buy now-wear (compra e indossa) fu protagonista fino all’autunno e alla primavera 2010. Donna Karan vinse il prestigioso Clinton Global Citizen Award nel 2010, a riconoscimento dell’impegno con Urban Zen Haiti Artisan Project. Fu anche premiata con il Gordon Parks Foundation Award per l’utilizzo di mezzi creativi per cambiare ed educare il mondo.

Lo sviluppo del brand

A inizio 2012, DKNY aprì i primi negozi in Cina e in Russia. Il brand, per avere un dialogo più diretto con le sue giovani fashion-lover fan, si presenta tramite una nuova applicazione di Facebook, che consentiva agli utenti di seguire la creazione degli abiti dall’inizio alla fine. L’app Facebook Atelier offriva agli appassionati del brand l’opportunità di conoscere meglio i loro abiti preferiti.

La #UK2012 era una campagna iniziata per convincere alla riapertura del negozio londinese: DKNY contattò 50 influencer a cui chiese di postare con l’hashtag # UK2012. #UK2012 divenne tendenza, soprattutto su Twitter, e senza essere supportata da accordi monetari, tanto che venne citata dal Wall Street Journal come campagna di enorme successo.

Fall menswear DKNY presented its latest menswear collection at the glass-walled Nasdaq Market Site building, the first men’s brand to do so. The collection showed a new detail with every jacket having an iPhone pocket hidden in it.

L’uomo dell’autunno di DKNY venne presentato all’ultima collezione, all’edifico vetrato Nasdaq Market Site; fu il primo brand uomo a farlo. La collezione mostrò un nuovo e inaspettato dettaglio: ogni giacca prevedeva una tasca ben nascosta, dimensione iPhone.

During the 2013 MET Gala, an event to which most people do not have live access, DKNY made its own Twitter Ball to invite consumers to view the live stream with the brand. The online event tagline was “if you’re not invited, you’re invited.” The event generated 408 user tweets mentioning @DKNY, @VogueMagazine and #METGala . Vogue also streamed @DKNY tweets on its Web site during the night.

Per il MET 2013, evento con partecipanti scelti, DKNY creò il Twitter Ball, che diede ai suoi follower la possibilità di vedere l’evento in live streaming. Lo slogan, la tagline online dell’evento era “if you’re not invited, you’re invited” (se non sei invitato, sei invitato). 408 furono i tweet per l’occasione: taggavano @DKNY, @VogueMagazine e #METGala. Persino Vogue tweettò @DKNY sul suo sito durante la notte.

Donna Karan Installazione a Time Square
Installazione a Time Square

DKNY utilizzò numerose installazioni d’arte per pubblicizzarsi in diverse città: commissionò 10 artisti di diversa provenienza (New York, Londra, Parigi, Milano, Dubai, Kuwait City, Hong Kong, Shanghai, Seoul e Tokyo), ai quali fu richiesto di creare delle opere che rappresentassero, reinterpretandola, New York. DKNY ha anche lanciato un’app in realtà aumentata (iOS e Android) che permette agli utenti di scattare foto di tali opere per poi vederle in un video contestualizzato. Per coinvolgere ancora di più il suo pubblico, un’opera d’arte tridimensionale di 10×13 piedi venne portata a spasso per Londra, in tre destinazioni tutte da scoprire. Per raggiungere l’opera gli utenti dovevano cercare gli indizi su Twitter e Facebook.

Questa forte campagna pubblicitaria di branding ebbe sicuramente riscontri sulle vendite: DKNY presentò la collezione #dknyarts: tutto stampato, borse, sciarpe e altri oggetti.

Donna Karan Cara Delevingne per la collezione 2014
Cara Delevingne per la collezione 2014

Il 2014 vide Cara Delevingne come testimonial della capsule collection: per scegliere gli altri modelli che avrebbero posato con Cara a New York, venne bandito un concorso su Instagram. A sole 12 ore dall’annuncio del contest, gli hashtag dedicati erano più di 23.000.

DKNY celebrò il suo 25° anniversario riproponendo, rivisitati, alcuni dei più grandi successi del brand, come l’abito scollato sulla schiena reso tanto famoso da Carrie Bradshaw. DKNY venne lanciata sul mercato mediorientale da una capsule collection, proprio nel periodo del Ramadan. Collaborando con celebrità molto famose, DKNY riuscì a rendere il suo pubblico sempre più ampio.

LVMH vende DKNY

LVMH accettò di vendere Donna Karan International al G-III Apparel Group per 650 milioni di dollari. A giugno 2015 Donna Karan lasciò il brand, seguita da Aliza Licht, che abbandonò DKNY PR. Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne furono nominati direttori creativi di DKNY, mentre Hector Muelas divenne Chief Image Office di Donna Karan International. Oltre a questi enormi cambiamenti, venne anche ridisegnato il logo: presentato nella primavera 2016, il font Franklin Gothic sostituiva il carattere blocky.

Donna Karan I direttori creativi Dao Yi Chow e Maxwell Osborne
I direttori creativi Dao Yi Chow e Maxwell Osborne

Chow e Osborne vollero mantenere l‘identità del brand e il suo essere marchio maturo di abbigliamento femminile. Decisero anche che il 40% del budget totale investito per i dei media sarebbe stato rivolto solo ed esclusivamente al digitale, passo significativo per un brand che, nel 2015, aveva investito nel digitale solo il 5%.

La società partecipò alla serie NEW INC, parte del progetto New Women’s, in collaborazione con il New Museum, che forniva supporto alle artiste donne. Inoltre, venne presentato il progetto Experiential Bus Tour in occasione del lancio del profumo #BeTempted: il tour promozionale attraversò il Regno Unito regalando un’esperienza fotografica personalizzata a bordo.

Situazione attuale

Donna Karan Campagna pubblicitaria DKNY 2017
Campagna pubblicitaria DKNY 2017

Nel 2017 Bella Hadid diventa musa della nuova campagna DKNY. Un nuovo accordo di partnership viene concluso con la Divisione Black & White di Farfetch; DKNY continua a volere una partecipazione e connessione su più livelli con il suo pubblico. I direttori creativi, Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne, hanno lasciato la società a gennaio, così come all’amministratore delegato DKI Caroline Brown.

DKNY sta rilanciando il suo sito per aumentare l’utilizzo dell’e-commerce, sfruttando la tecnologia Farfetch: navigazione intuitiva, messaggistica personalizzata, liste dei desideri, home page localizzata e piattaforma mobile di grande reattività offrono un’esperienza completa e facile, spedizioni in giornata a New York, Londra, Las Vegas, Los Angeles e Manchester.

Kieselstein-Cord Barry

(1948). Creatore di gioielli o, come egli stesso le definisce, “sculture per il corpo”. La sua ambizione è infatti da sempre quella di affrancare i gioielli dalle tendenze della moda, unendo evocazioni dei tempi passati a suggestioni dell’arte moderna. Ne sono un esempio le fibbie che si rifanno al vecchio West, come la Winchester, creata nel 1976 e tuttora in produzione. Alcune sue creazioni sono esposte al Metropolitan Museum di New York.

Kawakubo

È madame Comme des Garçons, griffe fondata nel ’69. Nasce a Tokyo, dove muove i primi passi nella moda presso un’industria tessile. Nell’81, la prima collezione parigina sconvolge lo scenario del prêt-à-porter con quel suo pauperismo che sembra proporre stracci, e non abiti. Le stesse indossatrici sono ragazze pallide, spettinate, infagottate di strati di tessuto per un effetto sghembo, per niente donante. Oltre tutto sottolineato dal nero, una sorta di colore-filosofia che crea inquietudine e sgomento. Le sue sfilate sembra vogliano ostentare decadenza, sciatteria: in realtà si tratta di uno stile fatto di sottili riferimenti, di vestiti che rompono le convenzioni, creano l’inatteso. Lei stessa afferma: "Un fatto fondamentale della mia carriera, è stato quello di averla vissuta come un modo per essere esposta alla immediata reazione del pubblico". Colta, sempre più vicino all’arte che alla concezione di prodotti per il mercato dell’abbigliamento, è la sacerdotessa del minimalismo ieri come oggi, avanguardia dello stilismo povero. La sua moda è l’espressione della sua coerenza. Detesta il decorativismo, le tendenze di stagione le sono indifferenti: non subisce influenze altrui, ma riparte ogni volta da zero. I fatti d’altronde le danno ragione: ha seguaci nel mondo, anche fra gli uomini per i quali, al contrario, riesce perfino a disegnare completi a fantasie femminili. Dice in proposito: "La mascolinità si può esprimere con i fiori, bisogna girare intorno al problema". Intende la moda come fuga dal quotidiano, desiderio di libertà soprattutto interiore. Elementi occidentali e orientali, abilità sartoriale nei volumi e ricercatezza dei materiali sono gli ingredienti preferiti: insomma, una voce fuori dal coro, libere invenzioni che a volte si lasciano sedurre dal "contrario di tutto", dal mix lei-lui in cui la marsina si ingentilisce di ruches e i volants della blusa ostentano il rigore della cravatta.

L’eccezione che comunque non fa la regola: se si percorrono le sue tappe appare evidente quanto le sue idee siano sempre state anticipatorie. Proposte, che parevano astrazioni inattuabili, sono diventate poi concetti correnti. È una figura assolutamente lontana dalla massa, quella che si immagina attorno alle passerelle o affezionata alle riviste patinate, un po’ misteriosa, dotata contemporaneamente di gran fascino enigmatico. La stilista ha influenzato la moda spazzando via stereotipate immagini, per impostare un look completamente diverso, piaccia o non piaccia. Più che descrivere i suoi modelli, se ne respira l’atmosfera, che di certo ha coinvolto i giovani e provocato critiche di tradizionalisti incapaci di vedere nelle sue collezioni una inesauribile creatività, nei tessuti come negli abbinamenti di colore. Non è mai una sfacciata atmosfera, piuttosto un sottotono giocato preferibilmente sulla maglia: pull girocollo da indossare con longuette a riquadri, sportswear alternativo semplice e raffinato. Oppure fantasie plaid per abiti-midi stile impero, per svolazzanti sottane a fazzoletto sotto camicie candide. E, ancora, una specie di fai da te, con pannelli di jersey arrotolati e annodati sul corpo. Una continua scoperta all’insegna del povero-povero: è qui che Rei Kawakubo esprime tutta la sua potenza. Moda coraggiosa e rivoluzionaria, un’anarchia che distrugge le vecchie regole per crearne di nuove. 

Per la collezione autunno-inverno 2001-2002, presentata alla sala Wagram di Parigi, la stilista lancia la "donna erotica" di Comme des Garçons. Alle note di Je t’aime, moi non plus di Serge Gainsbourg, sfilano modelle in abiti-lingerie con fogge di sottovesti, con reggiseni in evidenza sopra le giacche.
2003. Sperimenta collaborazioni con gruppi di danza e mattatori della fotografia internazionale.

Koike

Kazuko. Esperta di moda e scrittrice giapponese. La sua formazione inizia a Parigi, dove studia all’Ecole de la Chambre Syndicale de Couture. Tornata in Giappone, diventa ben presto un’eminente autorità per quanto riguarda la storia della moda e del costume: numerose le sue pubblicazioni in questo campo. Insegna alla famosa scuola Bunka Fukuso Gakue, dove i suoi corsi sono strapieni ed è considerato un onore essere suoi allievi. Ha creato un suo museo della moda, di cui è conservatore. Consulente per i grandi magazzini Seibu, ha collaborato con Issey Miyake e Rei Kawakubo.

Knapp

Peter (1931). Fotografo e grafico svizzero. Frequenta la Kunstgewerbeschule a Zurigo dove si appassiona alla fotografia. Si trasferisce a Parigi nel 1951 per frequentare un corso di pittura alla École des Beaux Arts e alla Académie Julian. Contemporaneamente, apre uno studio grafico. Nel ’55 diventa art-director della rivista Nouveau Fémina e, nel ’59, di Elle, per la quale scatta le sue prime fotografie e dove rimane fino al ’66. Dal ’68 è art-director di Recontre e collabora come fotografo a Vogue, Stern, Time, Elle, Sunday Times e con gli atelier di Courrèges e di Ungaro. Dal ’74 al ’77 lavora ancora per Elle come art-director. Durante gli anni ’80 è responsabile per il design e il layout di una serie di libri pubblicati dal Centre Georges Pompidou. Dall’86 al ’90 lavora per la casa editrice Hachette-Filipacchi come art-director per Decoration International e Femme. Insegna all’École Supérieure des Arts Graphiques di Parigi.

Kefiah

La scoperta di quanto fosse fashionable quella sciarpa dal decoro così optical che ha contrassegnato molte battaglie del popolo palestinese (ma anche molte partecipazioni ai cortei di contestatori tout-court e di studenti in vena di piccole rivoluzioni) si lega alla onda lunga dello chic multietnico. Anche se non si può parlare forse di trionfo vero e proprio, la sua ricorrente apparizione in passerella testimonia la voglia di nobilitare l’arte dell’apparenza (leggi, la moda) con qualcosa di più profondo, aggiornando la vecchia filosofia dell’eskimo con un tocco di frivolezza.