Kieselstein-Cord Barry

(1948). Creatore di gioielli o, come egli stesso le definisce, “sculture per il corpo”. La sua ambizione è infatti da sempre quella di affrancare i gioielli dalle tendenze della moda, unendo evocazioni dei tempi passati a suggestioni dell’arte moderna. Ne sono un esempio le fibbie che si rifanno al vecchio West, come la Winchester, creata nel 1976 e tuttora in produzione. Alcune sue creazioni sono esposte al Metropolitan Museum di New York.

Kawakubo

È madame Comme des Garçons, griffe fondata nel ’69. Nasce a Tokyo, dove muove i primi passi nella moda presso un’industria tessile. Nell’81, la prima collezione parigina sconvolge lo scenario del prêt-à-porter con quel suo pauperismo che sembra proporre stracci, e non abiti. Le stesse indossatrici sono ragazze pallide, spettinate, infagottate di strati di tessuto per un effetto sghembo, per niente donante. Oltre tutto sottolineato dal nero, una sorta di colore-filosofia che crea inquietudine e sgomento. Le sue sfilate sembra vogliano ostentare decadenza, sciatteria: in realtà si tratta di uno stile fatto di sottili riferimenti, di vestiti che rompono le convenzioni, creano l’inatteso. Lei stessa afferma: "Un fatto fondamentale della mia carriera, è stato quello di averla vissuta come un modo per essere esposta alla immediata reazione del pubblico". Colta, sempre più vicino all’arte che alla concezione di prodotti per il mercato dell’abbigliamento, è la sacerdotessa del minimalismo ieri come oggi, avanguardia dello stilismo povero. La sua moda è l’espressione della sua coerenza. Detesta il decorativismo, le tendenze di stagione le sono indifferenti: non subisce influenze altrui, ma riparte ogni volta da zero. I fatti d’altronde le danno ragione: ha seguaci nel mondo, anche fra gli uomini per i quali, al contrario, riesce perfino a disegnare completi a fantasie femminili. Dice in proposito: "La mascolinità si può esprimere con i fiori, bisogna girare intorno al problema". Intende la moda come fuga dal quotidiano, desiderio di libertà soprattutto interiore. Elementi occidentali e orientali, abilità sartoriale nei volumi e ricercatezza dei materiali sono gli ingredienti preferiti: insomma, una voce fuori dal coro, libere invenzioni che a volte si lasciano sedurre dal "contrario di tutto", dal mix lei-lui in cui la marsina si ingentilisce di ruches e i volants della blusa ostentano il rigore della cravatta.

L’eccezione che comunque non fa la regola: se si percorrono le sue tappe appare evidente quanto le sue idee siano sempre state anticipatorie. Proposte, che parevano astrazioni inattuabili, sono diventate poi concetti correnti. È una figura assolutamente lontana dalla massa, quella che si immagina attorno alle passerelle o affezionata alle riviste patinate, un po’ misteriosa, dotata contemporaneamente di gran fascino enigmatico. La stilista ha influenzato la moda spazzando via stereotipate immagini, per impostare un look completamente diverso, piaccia o non piaccia. Più che descrivere i suoi modelli, se ne respira l’atmosfera, che di certo ha coinvolto i giovani e provocato critiche di tradizionalisti incapaci di vedere nelle sue collezioni una inesauribile creatività, nei tessuti come negli abbinamenti di colore. Non è mai una sfacciata atmosfera, piuttosto un sottotono giocato preferibilmente sulla maglia: pull girocollo da indossare con longuette a riquadri, sportswear alternativo semplice e raffinato. Oppure fantasie plaid per abiti-midi stile impero, per svolazzanti sottane a fazzoletto sotto camicie candide. E, ancora, una specie di fai da te, con pannelli di jersey arrotolati e annodati sul corpo. Una continua scoperta all’insegna del povero-povero: è qui che Rei Kawakubo esprime tutta la sua potenza. Moda coraggiosa e rivoluzionaria, un’anarchia che distrugge le vecchie regole per crearne di nuove. 

Per la collezione autunno-inverno 2001-2002, presentata alla sala Wagram di Parigi, la stilista lancia la "donna erotica" di Comme des Garçons. Alle note di Je t’aime, moi non plus di Serge Gainsbourg, sfilano modelle in abiti-lingerie con fogge di sottovesti, con reggiseni in evidenza sopra le giacche.
2003. Sperimenta collaborazioni con gruppi di danza e mattatori della fotografia internazionale.

Koike

Kazuko. Esperta di moda e scrittrice giapponese. La sua formazione inizia a Parigi, dove studia all’Ecole de la Chambre Syndicale de Couture. Tornata in Giappone, diventa ben presto un’eminente autorità per quanto riguarda la storia della moda e del costume: numerose le sue pubblicazioni in questo campo. Insegna alla famosa scuola Bunka Fukuso Gakue, dove i suoi corsi sono strapieni ed è considerato un onore essere suoi allievi. Ha creato un suo museo della moda, di cui è conservatore. Consulente per i grandi magazzini Seibu, ha collaborato con Issey Miyake e Rei Kawakubo.

Knapp

Peter (1931). Fotografo e grafico svizzero. Frequenta la Kunstgewerbeschule a Zurigo dove si appassiona alla fotografia. Si trasferisce a Parigi nel 1951 per frequentare un corso di pittura alla École des Beaux Arts e alla Académie Julian. Contemporaneamente, apre uno studio grafico. Nel ’55 diventa art-director della rivista Nouveau Fémina e, nel ’59, di Elle, per la quale scatta le sue prime fotografie e dove rimane fino al ’66. Dal ’68 è art-director di Recontre e collabora come fotografo a Vogue, Stern, Time, Elle, Sunday Times e con gli atelier di Courrèges e di Ungaro. Dal ’74 al ’77 lavora ancora per Elle come art-director. Durante gli anni ’80 è responsabile per il design e il layout di una serie di libri pubblicati dal Centre Georges Pompidou. Dall’86 al ’90 lavora per la casa editrice Hachette-Filipacchi come art-director per Decoration International e Femme. Insegna all’École Supérieure des Arts Graphiques di Parigi.

Kefiah

La scoperta di quanto fosse fashionable quella sciarpa dal decoro così optical che ha contrassegnato molte battaglie del popolo palestinese (ma anche molte partecipazioni ai cortei di contestatori tout-court e di studenti in vena di piccole rivoluzioni) si lega alla onda lunga dello chic multietnico. Anche se non si può parlare forse di trionfo vero e proprio, la sua ricorrente apparizione in passerella testimonia la voglia di nobilitare l’arte dell’apparenza (leggi, la moda) con qualcosa di più profondo, aggiornando la vecchia filosofia dell’eskimo con un tocco di frivolezza.

Kasper

È considerato il Pierre Cardin americano, essendo riuscito a proporre creazioni sartoriali a prezzi moderati. I suoi vestiti sono portabili e hanno avuto un buon successo commerciale. Si è specializzato nella maglieria, nella seta e nella lavorazione del camoscio. Newyorkese di nascita, ha partecipato alla Seconda guerra mondiale. Ha frequentato la Parson’s School of Design, la Chambre Syndicale de la Haute Couture di Parigi e ha lavorato da Fath, Rochas e per la rivista Elle. Passato negli anni ’60 alla Leslie Fay, ne è diventato vicepresidente. Si è messo in proprio nell’85.