Hepburn

Audrey (1929-1993). Attrice americana. Nasce a Bruxelles: vero nome Hedda van Heemstra Hepburn-Ruston. Esile, grandi occhi da cerbiatta, collo lungo, passione giovanile per la danza, inconfondibile silhouette nera sui manifesti dei cinema: la bellezza di Audrey Hepburn è a dir poco inconsueta per i canoni degli anni ’50 in cui trionfa il modello della maggiorata. Eppure, sin dalle sue prime apparizioni si impone come indiscutibile icona del gusto. Già il suo primo film di successo, Roman Holiday (Vacanze romane, 1953), oltre a farle guadagnare l’Oscar come migliore attrice, rende popolari le camicette bianche indossate su gonne ampie con fascia elastica in vita e il foulard annodato intorno al collo. A Hollywood la Hepburn era arrivata da Broadway, dove era stata protagonista — scelta proprio da Colette, l’autrice — della trasposizione teatrale del romanzo Gigi. Altri due suoi film, entrambi del ’57, Funny Face (Cenerentola a Parigi) e Arianna, lanciano altre mode, quelle dei pantaloni aderenti lunghi alla caviglia, delle calze colorate, delle tute nere attillate antesignane dei fuseau, delle ballerine ultra piatte. Poi arriva Breakfast at Tiffany’s (Colazione da Tiffany, ’60) a segnare il trionfo dei tubini neri e dei grandi occhiali da sole. Nonostante la diva si sia più volte servita da Valentino, Yves Saint-Laurent, Emilio Pucci, Ralph Lauren e André Laug per i suoi abiti, da Gucci, Hermès, Vuitton e Ferragamo per gli accessori, il nome di Audrey Hepburn è comunque strettamente legato a quello di Hubert de Givenchy. I due si conoscono sul set di Sabrina (’54) quando il regista, Billy Wilder, incarica, ma su suggerimento dell’attrice, il couturier francese di affiancare Edith Head nella realizzazione degli abiti per la protagonista. Da quel film nasce tra la diva e il couturier un sodalizio che sarebbe durato per tutta la vita. Da allora, infatti, Givenchy ha firmato la maggior parte degli abiti indossati dalla Hepburn sia sul set sia nella vita privata. A questo proposito Audrey ha dichiarato più volte: “Ho bisogno di Givenchy come le donne americane hanno bisogno dello psicoanalista”.

Hip-hop

Moda urbana nata nei ghetti afroamericani di New York sull’onda del movimento musicale e artistico. La prima espressione si palesò, alla fine degli anni ’70, nel South Bronx in concomitanza ad altre quattro componenti della cultura hip-hop: i graffiti, il rap, la breakdance e DJing. In principio, non si pose come un trend, ma come la manifestazione di un nuovo punto di vista opposto alla disco music e i suoi miti, come una via alternativa alle gang, un modo positivo per rimanere in contatto con la strada, la comunità e lo spirito day-to-day degli afroamericani. Gli elementi di stile fondamentali erano: le scarpe da ginnastica Puma con le stringhe slacciate, i cappelli della marca Kangol, pesanti gioielli d’oro e abiti larghi. I colori accesi dei vestiti riflettevano gli elementi cromatici dei graffiti che spuntavano sui muri di tutta la città. I pantaloni fuori misura e le scarpe slegate erano perfetti per eseguire le acrobazie della breakdance. La fama internazionale conquistata in seguito dai rapper contribuì a introdurre questo stile nelle masse e l’industria della moda cominciò a intravedere una possibilità di profitto. Aziende di nicchia, come Cross Color e Karl Kani, conobbero un successo senza precedenti. Un nome importante, Tommy Hilfiger, pur lontano dallo spirito hip-hop, ne cavalcò l’onda diventando il più importante stilista-divulgatore del genere. Oggi tra i maggiori marchi produttori ci sono Fubu, Pelle Pelle, Avirex, Rocawear, J.Lo, Ecko Red, Mecca.

Hugo Boss

Otto fabbriche operanti in 6 paesi; 2 mila addetti. L’industria è stata fondata nel 1923 a Metzingen, vicino a Stoccarda, dal rappresentante di commercio Hugo Boss. Prima della guerra fornitrice della polizia e dell’esercito, è in seguito diventata la più importante azienda tedesca di abbigliamento per l’uomo, con l’accorta regia di Uwe e Jocken Holy, i nipoti del fondatore. Il successo internazionale è degli anni ’80, con l’ascesa dello yuppismo e dei colletti bianchi, per i quali Boss è stato uno status symbol. Negli anni ’90, ha generato due altri marchi: Baldessarini, linea più ricercata, e Hugo, linea pensata per un pubblico giovane e informale. La società è stata acquistata nel ’91 dal gruppo italiano Marzotto.
2000, ottobre. Il marchio Boss entra nel settore dell’abbigliamento femminile, un passo orientato a sfruttare nuovi segmenti nel mercato internazionale. L’investimento iniziale totale è di 75 milioni di vecchi marchi tedeschi.
2001, dicembre. Dopo aver consolidato nel mercato italiano il marchio Boss, il Gruppo punta sui brand Hugo e Baldessarini, le altre due linee del Gruppo tedesco controllato da Marzotto. Hugo è forte in Germania, Nord Europa e Inghilterra, ma la sua quota all’interno del fatturato italiano di Hugo Boss è marginale così come quella di Baldessarini, il top di gamma del Gruppo. Quest’ultimo, caratterizzato da un alto contenuto sartoriale e realizzato interamente in Italia, viene distribuito in 10 boutique multimarca.
2001. La collezione Boss Woman, lanciata alla fine del 2000, consegue un fatturato di 48 milioni di euro, soffrendo una perdita di 28 milioni, rispetto ai 14 preventivati. Contrariamente a quanto annunciato, il Gruppo ammette che il break even non verrà raggiunto nel 2002. Nasce un problema Boss Woman.
2001. Il fatturato complessivo ammonta a 1,095 miliardi euro, più 19 per cento rispetto al 2000. L’utile netto è pari a 107 milioni di euro, in progresso dell’8 per cento rispetto ai 99 milioni di euro dell’anno precedente, ma al di sotto della crescita attesa dalla società. Il brand Boss ha registrato un aumento del 16 per cento, Hugo del 48 e Baldessarini del 52.
2002, marzo. A fronte dei risultati negativi di Hugo Boss Woman la casa madre, che vuole esercitare un controllo diretto, riporta l’ufficio stile e sviluppo collezione a Metzingen, nel quartier generale del Gruppo. Non sarà più Cristina Salvador a disegnare la collezione donna, ma Lothar Reiff che è il direttore creativo di tutte le collezioni Boss.
2002. Il Gruppo tedesco ha archiviato l’anno con un fatturato di 1,093 miliardi di euro, in linea con quello del 2001 (di 1,095 miliardi). Il fatturato, però, è cresciuto dell’1,3 per cento se depurato dell’effetto cambi. I profitti sono stati di 74,7 milioni, in netto calo rispetto ai 117,6 milioni del 2001.
2003, maggio. Il fatturato del primo trimestre si è concluso, con un calo delle vendite del 5 per cento, a 340 milioni di euro. Le stime relative al 2003 sono per una situazione di stabilità rispetto all’anno precedente. Senza tenere conto dell’impatto derivante dal rafforzamento dell’euro, il giro d’affari è risultato invariato rispetto allo stesso periodo del 2002. L’utile netto di periodo è sceso invece a 44 milioni di euro, dai 53 milioni del primo trimestre 2002 a tassi di cambio comparabili. 

Il 2002 è l’anno di nascita della linea Baldessarini, dal nome dello stilista della casa Werner Baldessarini. Oggi le collezioni firmate Boss sono: la BOSS Black, abiti eleganti e d’affari, la BOSS Selection, linea Haute Couture, la BOSS Orange, casual, la BOSS Green, sportiva e la HUGO, casual e giovanile.

Hartnell

Norman (1901-1979). Creatore di moda inglese, stilista della casa reale. Era ancora studente a Cambridge, e già disegnava abiti e modelli per la rivista Footlights. Nel 1923 apre con la sorella un atelier in Burton Street, e diventa il couturier preferito dell’aristocrazia britannica. Nel ’35 disegna l’abito da sposa per la duchessa di Glouchester e per la nobiltà invitata alle nozze, tra cui la regina. Nel ’47 disegna l’abito da sposa di Elisabetta e nel ’53 quello della sua incoronazione. Successivamente è incaricato di realizzare le uniformi dell’esercito e della polizia, e si dedica anche ai costumi teatrali. Il suo stile era piuttosto conservatore, in ossequio al rigido protocollo imposto dalla royal family: lunghezze sotto al ginocchio per il giorno, cappelli a tesa non troppo ampia per non nascondere il volto. Nel ’77 fu nominato baronetto. La casa di moda alla sua morte passò prima sotto la direzione di Manny Silverman e in seguito di Marc Bohan; ma i tempi non erano più adatti allo stile sontuoso di Hartnell e la casa, nel ’92, chiuse i battenti.

Hong

Si diploma alla Bunka School, la prestigiosa scuola di moda giapponese, e lavora come stilista nel paese del Sol Levante. Nel 1989, fonda la sua maison e presenta le sue collezioni a livello locale, principalmente a Seoul. Nel ’93 arriva a Parigi. Nel 2001 approda a New York. Sfila di regola nella capitale francese. Il suo motto: "dare femminilità ai capi mascolini".

Hotel

Marchio tedesco di abbigliamento femminile nato nel 2000 dal duo di designer Ingken Benesch e Kai Duenhoelter. Una grande passione per l’estetica moderna e i materiali alimentano le collezioni. Sono abiti sensuali che, grazie a particolari geometrie, coprono e scoprono il corpo, ma in modo discreto. Uno stile che tende a uscire dalla stagionalità delle collezioni.

Hemingway

Figlio di un capo indiano canadese, crea con Gerardine la marca Red or Dead nel 1982, vendendo a prezzi accessibili vestiti di seconda mano personalizzati e scarpe in una bancarella a Camden Market. Oggi è presente in 120 punti vendita e ha 5 negozi in esclusiva in Gran Bretagna. La sua è moda da strada, destinata a non durare nel tempo e dedicata a una clientela giovane, individualista e working class. Red or Dead è stato il primo a commercializzare le scarpe del Dr. Martens, rendendole accessori di moda irrinunciabili per una clientela punk rock e, in particolare, per le ragazze a cui questi pesanti scarponi con le cuciture gialle hanno cambiato la silhouette del piede. Red or Dead sfila in passerella dal 1988.
2000-2001. I due stilisti si prendono una pausa di riflessione e mandano in "ibernazione" il marchio.
2002. Esce Red or Dead. The Good, the Bad and the Ugly, cronaca di vent’anni della maison, scritto da Tamsin Kingswell e pubblicato dalla Thames & Hudson.
2003. Usando toni messianici, gli Hemingway annunciano la ripresa dell’attività.