ASHISH

LE ORIGINI

Ashish Gupta alla sfilata FW 2016

Ashish Gupta è il fashion designer del marchio Ashish, che prende il suo nome. Nasce a Delhi, in India dove frequenta Belle arti, inseguito si sposta nel Middlesex dove frequenta un corso di Fashion Design e si specializza con un Master in moda a Londra alla prestigiosa Central Saint Martins nel 2000.

Ashish FW 2016

Si trasferisce a Parigi con l’intenzione di entrare in un atelier francese, ma prima di riuscire a farsi conoscere gli viene rubato il portfolio, ma non si lascia abbattere e inizia una piccola produzione di 10 pezzi per i suoi amici , fin quando non viene notato da un editor della rivista Tank che apprezza subito il suo gusto. La settimana dopo riceve la chiamata di Yeda Yun di Browns Focus che gli commissiona il primo vero e proprio ordine nel 2001. Da allora le sue collezioni sono in vendita lì e distribuiti in Italia, USA, Russia, Dubai e Kuwait.

FW 2016
Ashish SS 2016

LO STILE GLAMOUR DI ASHISH

Ashish FW 2015
FW 2015

Con il suo mix perfetto di influenze occidentali e orientali, lo stile di Gupta si fonde nello sportswear, dal gusto estremamente glamour e artigianale. I suoi capi iniziano ad essere richiesti da grandi personaggi dello spettacolo come Madonna, M.I.A., Miley Cyrus, Jerry Hall, Victoria Beckham, Kelly Osborne, Lily Allen e Patrick Wolf. Nel 2004 debutta con la sua prima vera e propria sfilata alla London Fashion Week e vince per tre anni consecutivi il premio New Generation Awards.

SS 2016 Ashish
Sfilata SS 2015, le scarpe Ashish realizzate anche per la capsule di Topshop

Recentemente collabora con Topshop, marchio di fastfashion inglese, per produrre una gamma di capsule collection “Ashish for Topshop”.

Ashish per Topshop
Ashish SS 2017

SS 2017 backstage

I suoi capi sportivi non mancano di scintillio, brillantini e lustrini sono segno distintivo di Ashish. Molti pensano che siano decorazioni scadenti, ma non per il designer che ritiene l’applicazione delle paillettes una vera e propria tecnica artistica. I suoi capi sono coloratissimi, scintillanti, divertenti e a tratti perino irriverenti, ma sicuramente ci lasciano prendere una boccata d’aria nuova nel fashion system.

Ashish FW 2014 backstage
SS 2017
SS 2017
FW 2018

 

 

Azzedine Alaïa

Indice:

  1. Le origini e il grande sogno
  2. Il sarto delle donne
  3. Le modelle del gigante della moda
  4. Lo scultore del corpo
  5. Il grande ritorno in passerella
  6. Per sempre Azzedine Alaïa

LE ORIGINI E IL GRANDE SOGNO

Azzedine Alaïa

Azzedine Alaïa nasce il 26 Febbraio 1940 a Tunisi. Partito a soli 17 anni con pochi soldi e tanti sogni, il giovane inizia la carriera come baby sitter. Cresciuto dalla nonna, una donna che passava ore ai fornelli. Nonostante la madre fosse sparita e il padre assente sempre al lavoro sei campi, l’infanzia in Tunisia è rimasto un bel ricordo per Azzedine. C’era il nonno che lo portava sempre al cinema, la nonna che riempiva la casa di gente, l’amata sorella Hafida che lavorava come sarta e che gli ha insegnato a tenere in mano ago e filo. La zia che si vestiva alla francese con una redingote rossa dai revers d’astrakan che rimane un punto di ispirazione nella mente di Alaïa.

Il couturier

Molteplici sono le figure femminili presenti e che hanno segnato la vita del grande designer. La rigorosa eleganza delle suore di Notre Dame de Sion a cui dona il primo disegno. Le modelle di Dior e Balmain che scopre sulle pagine delle riviste di moda nello studio di madame Pineau, levatrice del quartiere dove il giovane si guadagna qualche soldo mettendo dei pentolino d’acqua a bollire sul fuoco.

Carla Sozzani a cena dal sarto

Perché anche la cucina è un luogo speciale, ore spese con la nonna a cucinare, ma anche luogo dove crea e realizza le sue opere d’arte. Proprio lì impone la sua idea di femminilità scultorea, cucendo gli abiti addosso alle sue clienti. La sua cucina, con un piano d’acciaio e due grandi tavoli perfettamente illuminati, è stata per anni un crocevia dove cibarsi di buona cultura e idee, dove piatti culinari e capi stratosferici prendevano vita. Il suo segreto era mischiare, la sarta e il giornalista, la nobildonna e l’artista, un modo per tenere insieme tutti i suoi affetti. Un luogo aperto, dove trovi sempre un piatto caldo, perché Alaïa, ben istruito dalla nonna, metteva sempre dei coperti in più, perché non si sa mai chi può venire a trovarti inaspettatamente. Serviva tutti ed era l’ultimo a sedersi.

Alaia nella sua cucina

È proprio la nonna, di nascosto dal padre, a spingere il ragazzo pieno di talento ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Così Azzedine studia scultura, inizia ad interessarsi al corpo, alle sue forme, nozioni che si riveleranno preziose.  Conosce Leila Menchari, che per trent’anni disegnerà le vetrine di Hermès. Assieme sognano Parigi e decidono di raggiungerla. Affittano una chambre de bonne, pochi metri quadrati, zero soldi tante speranze di raggiungere il loro obbiettivi.

IL SARTO DELLE DONNE

Azzedine inizia a lavorare per Dior, ma l’esperienza dura appena cinque giorni. La Francia è in guerra contro gli indipendentisti algerini. e chi come lui viene da Maghreb non è affatto ben visto. Fa giusto in tempo ad incrociare Marlene Dietrich, che scende dalla sua auto, con delle gambe a dir poco perfette. Capisce che l’unica cosa che desidera realmente nella vita è vestire le donne. Conosce la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali inizia a fare il baby sitter, appunto. Ma quando i bambini dormono, lui cuce gli abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, così come la sua storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà al fianco fino all’ultimo giorno.

Atelier, 1983

Il primo atelier apre sulla rive gauche, 140 metri quadrati di rue de Bellechasse, dove macchine da cucire sono ovunque, persino in cucina e in bagno. Inizia a scomporre e ricomporre abiti di Madame Vionnet e Balenciaga.

Alaïa riceve su appuntamento, code di donne di tutta Parigi, così come la Dietrich, la Garbo e Arletty, che diventa una delle sue amiche più fedeli. I suoi capi nascondo osservando il corpo della donna che gli si trova davanti. Azzedine osserva, amava le donne, si interessava a loro fino a dimenticarsi di sé stesso, ed infatti si vestiva sempre nella stessa maniera, pantaloni neri e dolcevita o camicia, preferibilmente con il collo alla coreana, neri. Non amava essere chiamato stilista, preferiva essere definito un sarto. Mentre Saint Laurent, Pierre Cardin e Guy Laroche fondavano i propri marchi, il tunisino procede per la sua via di appuntamenti e capi fatti a mano su ordinazione.

Azzedine Alaia e Carla Sozzani

Solo nel 1981 Thierry Mugler riesce a convincerlo a fare il salto. Il suo atelier è così piccolo che Azzedine deve far sfilare le modelle per strada. Conosce nel frattempo Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la “soeur italienne”, che molto influenzerà la sua vita personale e lavorativa. Nel 1979 Carla fa uscire su Vogue un pezzo speciale sul sarto e vola direttamente da lui a Parigi. Ovviamente Alaïa volle farle subito un abito, iniziando a prendere le misure, commentando la perfezione della Sozzani, che iniziò a ridere così tanto per il carisma dell’artista che subito instaura un rapporto speciale tra di loro, rapporto di amore, ammirazione e divertimento.

LE MODELLE DEL GIGANTE DELLA MODA

Azzedine Alaïa con Farida Khelfa, 1986.
Azzedine Alaïa e Farida Khelfa, 1984 by Jean-Paul Goude

Si trasferisce in rue du Parc Royal, dove inizia a fare una serie di conoscenze interessanti, come quella con Farida Khelfa, sua prima modella, collaboratrice e musa. Jean Paul Goude diventa il suo fotografo di fiducia e gli presenta l’ex fidanzata Grace Jones. Sarà proprio lei, nel 1985, ad accompagnare Alaïa all’Opéra Garnier a ritirare due Oscar della moda.

Grace Jones e Azzedine Alaia, 1977
Azzedine Alaia e Naomi Campbell
Naomi Campbell nel backstage della sfilata di Azzadine Alaia

Nel 1987 Naomi Campbell sfila per Alaïa, suo il merito per aver scoperto il talento della Venere Nera. Egli diventa il mentore della giovane modella, poco più che quindicenne, ma non solo mentore, praticamente un padre, si prende cura di lei, facendola trasferire nel suo appartamento, ore e ore di film come Donne di Geirge Cukor e filmati di Josephine Baker, le insegna il mestiere dicendole di osservare le grande dive che gli mostrava in televisione, e di apprendere da loro. Naomi appare nell’ultima collezione Haute Couture 2017-2018, bellissima in un abito lungo nero con un cappotto bianco dai motivi black. Ma Naomi non è l’unico talento che trova, a lui va il merito di aver lanciato modelle del calibro di Linda Evangelista e Inès de la Frassange.

Azzedine Alaia e Linda Evangelista
Béatrice Dalle e Azzedine Alaia by Jean Paul Goude

LO SCULTORE DEL CORPO

Azzedine si conquista la nomina di scultore del corpo, preferiva finire i suoi vestiti addosso alle clienti affinché fosse perfettamente suo, un pezzo unico solo per lei. Collabora con alcuni marchi low cost come Les 3 Suisse, La Redoute, Tati, per cui realizza l’iconica linea a quadretti, venduta a pochi franchi all’epoca e oggi in vendita per migliaia di euro nei negozi Vintage.

Azzedine Alaia, FW 1991
Azzedine Alaïa holdinge i suoi due Yorkshire terriers, Patapouf e Wabo, con la modella Frederique per le strade di Parigi 1986, by Arthur Elgort
Linda Evangelista e Azzedine Alaia, 1990

Azzedine Alaïa rimane fedele alla sua idea di moda per tutta la vita. Taglio, materia, fluidità, queste sono le sue regole, un uomo capace di passare notti insonni in preda ad un attacco creativo, di sottofondo i documentari di animali che tanto amava. Ma il sistema della moda è rigido e pretenzioso, sono gli anni dei grandi marchi, delle collezioni cadenzate con scadenze e ritmi precisi. Orgogliosamente fuori sistema Azzedine dichiara: “Sfilo quando sono pronto.” E così, spesso, le sue collezioni escono due mesi dopo le altre, senza farsi coinvolgere dai trand del momento, senza preoccuparsi di cosa va di moda e cosa no, senza guardare il lavoro dei colleghi.

Azzedine e Naomi, 1996
Azzedine Alaia e Naomi Campbell, 1987 by Arthur Elgort

Quando Gianfranco Ferrè esce da Dior, gli viene proposto il ruolo di direttore creativo, ma rifiuta perché ciò significherebbe chiudere Azzedine Alaïa, che nel frattempo si è spostata nel Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy. Lo stesso farà dopo la defenestrazione di John Galliano nel 2011.

Le modelle di Azzedine Alaia
Azzedine Alaia e Linda-Evangelista, 1991, by Arthur Elgort

IL GRANDE RITORNO IN PASSERELLA

Piccolo di statura, grande nella moda

Tra una proposta e l’altra scorrono 15 anni difficili, ma anche di rinascita. Dal rifiuto di un mondo, al volontario esilio che pian piano lo fa sparire anche dai giornali, aggrava la situazione la straziante sofferenza per la morte di Hafida, la cara sorella. È la metà degli anni 90 e la maison per anni va avanti da sola, producendo pezzi su richiesta per una clientela ristretta e producendo la linea ready to wear, fin quando l’affettuosa amica Sozzani, lo prende e lo scuote della sua depressione. Torna così nel Luglio 2017 con la sua collezione di alta moda, dopo sei anni di assenza sulle passerelle. La figlioccia Naomi Campbell apre e chiude la sfilata.

Naomi Campbell sfila nell’ultima sfilata del gran ritorno di Azzedine Alaia, FW 2017

Torna con i suo gusto di sempre, l’uomo che ha spronato centinaia di donne ad essere fiere di sé, dei loro corpi, ripropone i modelli fascianti che gli hanno fruttato l’appellativo di “King of Cling”: tubini di maglia che trasformavano gli agili corpi delle modelle in serpenti sinuosi; i leggings neri con miniabito in tinta che divennero la sua firma, offrendo anche la base per i suoi cappotti “curvy” e le giacche avvitate di coccodrillo. I suoi abiti sono studiati per allungare le gambe, sottolineare la vita e il seno, alzare il sedere, tessuto che si adegua alle forme, le sottolinea e le valorizza, forme che sembravano bilanciare la forte spinta verso valori nuovi con pratiche di approccio all’oggetto-moda che promettono distinzione, la perfezione di armoniche asimmetrie, minimalismi carichi di energia.

Le modelle di Azzedine Alaia, tra cui Naomi Campbell, FW 2017

PER SEMPRE AZZEDINE ALAIA

Azzedine Alaïa, istintivo e maniaco della perfezione, fulminane, instancabilmente creativo, piccolo di statura ma enorme di animo, muore a Parigi all’età di 77 anni, il 17 Novembre 2017.

Non si è mai piegato alle logiche commerciali e ai ritmi frenetici dettati dalla moda, un uomo discreto, sensibile ed estremamente creativo, timido, amante e amato dalle donne, molti piangono ancora la sua morte. Il culmine del suo successo è sicuramente negli anni ’80, i suoi look piacevano tantissimo a donne che apprezzavano un’eleganza rigorosa ma che sapesse pungere, abiti certo seducenti ma dalle note emozionali molto diverse dal glamour tipico del periodo. Abiti che valorizzavano il corpo ma che non perdevano mai il contatto con un’estetica d’avanguardia votata alla sperimentazione, senza confondersi con la ricerca di s/grazia dei brutalismi estetici dei due distruttori dello stile occidentale ovvero Kawakubo e Yamamoto. I suoi abiti davano spesso l’impressione di una energica struttura che a conti fatti aveva la leggerezza che sapeva magicamente usare Issey Miyake nelle sue celebratissime architetture di tessuto.

Tatjana Patitz e Linda Spierings per Azzedine Alaïa FW 1988-89 by Peter Lindbergh

Una mostra a lui dedicata a Londra subito dopo la sua morte ne celebra l’immenso talento. Mostra curata da Mark Wilson insieme allo tesso designer, prima di lasciarci, intitolata “Azzedine Alaïa: The Couturier”. L’esposizione ripercorre la vita e il lavoro di un uomo geniale e fuori dal coro, con 60 modelli iconici.

Mostra Azzedine Alaia The Couturier

Il percorso dello stilista tunisino e la forza senza tempo delle sue idee sono rappresentati nelle stanze del Design Museum di Londra e raccolte in più sezioni:  Wrapped Forms, Exploring Volume, Black Silhouette, Renaissance perspective, Timelessness,  Spanish accent e Other places other cultures.

Tra gli ospiti all’inaugurazione troviamo a Naomi Campbell e  Carla Sozzani, Suzy Menkes, Christoph von Weyhe, Manolo Blahnik, Philip Treacy, Anya Hindmarch, Farida Khelfa, Marc Newson, Charlotte Stockdale, Zandra Rhodes e Stephen Jones, che in un modo o nell’altro hanno segnato e sono stati segnati da Azzedine Alaïa.

Azzedine Alaia con le sue modelle alla sfilata SS 1986

Palazzo Clerici di Milano gli dedicherà una mostra dal 21 al 25 settembre, curata da Olivier Sillard, con opere del periodo compreso tra il 1980 al 2017.

 

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli. Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998
Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen
Alexander McQueen FW 1998-99

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997
Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999
Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001
Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

 

Plato’s Atlantis collection, SS 2010
Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen
Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy

ALESSANDRO MICHELE

Indice:

  1. Le origini e il sogno
  2. Il sogno diventa realtà
  3. Gucci di Alessandro Michele
  4. Lo stile di Alessandro Michele

LE ORIGINI E IL SOGNO

Alessandro Michele per VOGUE

Roma, novembre 1972, nasce Alessandro Michele. Il padre è tecnico dell’Alitalia. Indirizzato fin da subito dalla madre nel mondo del cinema, dello spettacolo, del bello in ogni sua sfaccettatura, si iscrive all’Accademia di Costume e Moda della capitale, qui i suoi talenti iniziano a prendere forma, il suo sogno è diventare scenografo, la moda è solo di sfondo.

Per necessità economiche accetta diversi lavori ben distanti dalle sue passioni, come il giornalaio, il manovale e il muratore, fin quando non gli viene data l’occasione di collaborare con un grande marchio come Les Copains, nel settore della maglieria. Entrare nel settore del fashion risveglia in lui desideri ed ossessioni, come quella per gli accessori. Inizia la sua ricerca di gusto e di stile che raccoglie in diversi book che invia a diverse case. Fendi negli anni ’90 capisce subito il genio di Alessandro e lo decreta Senior agli accessori, evolvendo la sua formazione stilistica e culturale anche grazie al lavoro di Karl Lagerfeld, suo mentore. Kaiser Karl gli insegna che la creatività è per definizione instabile, e che può raggiungere la sua massima espressione solo quando è lasciata completamente libera. Per Alessandro sarà una regola da allora in poi.  Ma il creativo ha sempre fame d’ispirazioni: libri, musica, cinema, materiali e tessuti, così impara che la creatività è anche studio e ricerca continua, ma anche un caos cosmico che non lo abbandonerà mai.

IL SOGNO DIVENTA REALTÀ

Nel 2002 Tom Ford posa gli occhi su di lui e lo chiama a Londra per collaborare con lui, dove trova una realtà ben diversa da quella di Fendi. Tom Ford, designer in quegli anni di Gucci, applica un lavoro di ricercatezza e perfezione legati ad uno standard di bellezza molto americano. La Gucci di Ford rappresenta l’ordine clinico e maniacale della bellezza, lo stilista texano è talmente convincente che Alessandro non riesce a dirgli di no.  Anche da Gucci il ruolo di Alessandro rimane legato al settori degli accessori.

Da questo momento in poi lo stilista non lascerà più il marchio fiorentino, e avrà la fortuna di lavorare prima con Alessandra Facchinetti ed in seguito diventare Associate creative director al fianco di Frida Giannini. Nel 2013 Gucci acquista Richard Ginori, brand di Firenze leader nella porcellana pregiata, nel 2014 Alessandro Michele ne diventa il creative director, mostrando la sua versatilità creativa. Nel 2015 viene convocato all’amministratore delegato Marco Bizzarri e ben distante da ogni sua aspettativa viene decretato nuovo creative director di Gucci, a solo una settimana dalla sfilata maschile A|I 2015-2016.

Il genio di Alessandro viene dimostrato proprio in questa occasione, il suo debutto bene ritenuto dalla stampa di settore come l’evento più d’impatto delle sfilate di Milano dell’anno. Egli ribalta le regole del marchio fiorentino e pone le basi per la sua nuova filosofia aziendale, lo chic clinico che lo precedeva viene sostituti da una visione più colta, antropologica e contemporanea. Nello stesso anno viene nominato International Fashion Designer of the Year.

GUCCI DI ALESSANDRO MICHELE

Gucci torna ad essere di nuovo oggetto di desiderio, con una moda imperfetta, ma ricca di contaminazioni date dalle passioni-ossessioni dello stilista, il collezionismo, il cinema, l’opera, la musica, la letteratura, i luoghi dimenticati, in un mondo sospeso tra una visione passata e una decisamente futurista.

Backstage Cruise Collection 2016 Gucci by Alessandro Michele
FW 2017 Gucci by Alessandro Michele

Il suo immaginario è caotico ma potente, ha voglia di giocare con i vestiti e con gli accessori, di prendere il vintage e di renderlo odierno, nuovo, vuole colpire, stupire, rendere i suoi capi familiari ma anche nuovi, simbologie e richiami storici letti e realizzati in chiave moderna. La sua visione di bellezza non è di certo intesa in maniera classica, ma è una bellezza inusuale, soggettiva, che mischia passato-presente-futuro, è costante ricercatezza di colori, di fantasie, di dettagli, di contaminazioni dell’epoche da lui preferite, di qualità dei materiali, di continuo richiamo al genderless che rimane padrone delle sue collezioni.

SS 2016 Gucci by Alessandro Michele

Espressione artistica ma con finalità commerciali che funzionano, a tal punto che il marchio vende il 21,1% in più nel 2016, rispetto all’anno precedente, anno in cui il designer ha preso in mano le redini del brand. Nel 2017 ha archiviato l’anno fiscale con 6,2 miliardi di euro, con un ulteriore crescita del 45%. E già si parla della terza coppia d’oro nella storia della griffe: dopo Tom Ford e Domenico De Sole, Frida Giannini e Patrizio di Marco, ora è l’era dominata da Alessandro Michele e Marco Bizzarri. La ciliegina sulla torta? L’inaugurazione del Gucci Garden all’interno dello storico Palazzo della Mercanzia di Firenze e ideato in prima persona dal direttore creativo. Alessandro Michele ha trasformato Gucci in qualcosa di unico e ogni sfilata è una nuova sorpresa.

Il ristorante all’interno di Gucci Garden

LO STILE DI ALESSANDRO MICHELE

FW 2018 Cyborg Gucci by Alessandro Michele

Alessandro Michele si può definire un perfetto mix di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità. Per lui epoche e momenti non si escludono ma si sommano, in un annullamento ideale del tempo. Una forma mentis in cui non è forse facile entrare, ma su cui è perfettamente allineato Giovanni Attili, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma e storico compagno del designer, che lo accompagna e sostiene mentalmente in ogni processo creativo, come in quello che ha portato alla realizzazione della sfilata co-ed A/W 2018 e ambientata in una sorta di camera operatoria per cyborg.

FW 2018 Gucci by Alessandro Michele

ANNA DELLO RUSSO

indice

  1. Le origini
  2. Da Vogue a Fashion Icon
  3. Una vita da eccentrica

LE ORIGINI

La fashion icon Anna Dello Russo nasce a Bari il 9 aprile 1962, da una famiglia borghese.

La sua passione per la moda nasce già a sei anni, quando Anna stacca le etichette  dai vestiti per collezionarle. Ama le Barbie, ne colleziona persino gli accessori: dalle borse di Louis Vuitton in miniatura alle microcollane di perle, che conserva ancora a casa.

Si distingue in adolescenza dalle sue coetanee indossando camicie di Versace e foulard di Hermès. Se i suoi compagni volevano i jeans di tendenza di quel momento lei voleva le giacche di Armani. Nessuno poteva scegliere i vestiti per lei, per questo non ha mai gradito i regali a sorpresa.

Già eccentrica al liceo, viene presa in giro dai compagni per i suoi look perfettamente coordinati.

Frequenta e si laurea all’Università di Bari in arte e letteratura, in seguito si diploma a Milano alla Domus Academy in design della moda.

DA VOGUE A FASHION ICON

Anna Dello Russo regina di stile

E’ il punto di riferimento per i trend setter di mezzo mondo. Conosciuta come icona incontrastata dello stile in Europa come in Asia. Amata tanto a Los Angeles quanto a New York. Androgina e femminile, sofisticata e di una semplicità disarmante, eterea e al tempo stesso concreta.

Grazie alla giornalista Annalisa Minella di Vogue Italia, entra a far parte della redazione dopo aver lavorato per la testata Donna. Dal 2000 al 2006 è direttrice di Vogue Uomo.

Nel 2006 diventa fashion director at large di Vogue Giappone, l’unica ortana che vanta nella moda una collaborazione a così alto livello con una testata straniera. Lancia il suo profumo Beyond nel 2010. Nel 2012 realizza per H&M una collezione esclusivamente di accessori, da lei considerati veri pezzi chiave per dare personalità all’outfit.

Borse, bijoux, cappelli, scarpe e occhiali da sole che, sicuramente, saranno caratterizzati da quell’appeal stravagante, eccentrico e sopra le righe che da sempre contraddistingue Anna Dello Russo. Fashion Shower è il video promozionale della capsule di cui è testimonial.

Dal 2017 è consulente di stile per l famosa catena di alberghi Rosewood Hotels & Resorts.

È tra le donne più potenti del mondo della moda, una delle più influenti, trasgressiva e rivoluzionarie.

UNA VITA DA ECCENTRICA

Una vita all’insegna dello stile

Anna si definisce un infedele, adora lasciarsi attraversare dal piacere del momento, dalla passione per una collezione, e poi cambiare, senza voltare la testa indietro. Come la moda, che cambia continuamente, tutto è in movimento costante e continuo per la Dello Russo, e quindi tradire è seguire il corso delle cose. Per questo lascia il marito e ricicla il suo abito da sposa firmato Dolce e Gabbana per ricavarne delle tende. Perché Anna è così, follemente alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Abita attualmente a Milano, proprietaria di due appartamenti, uno in cui vive e nell’altro ci tiene, maniacalmente in ordine, le sue collezioni di abiti e di scarpe, dopo aver assunto 10 assistenti che hanno sistemato e catalogato tutti i capi. Di scarpe ne  ha oltre 4 mila paia. Negli ultimi anni ha messo all’asta i suoi abiti, il ricavato è stato devoluto in beneficienza.

Non indossa mai un abito più di una volta, possiamo capire il perché abbia un loft come guardaroba.

Si ritiene una salutista, non beve, non fuma e pratica yoga quotidianamente.

Figlia della cultura gay, adora il kitsch, gli eccessi, la diversità dei linguaggi. Non esiste un alto o un basso, un bello o un brutto, tutto può convivere e trovare una perfetta armonia. Gli opposti che si intersecano. Ama il cattivo gusto e il conformismo, così come il blu delle giacche tristi dei politici italiani.

Il lavoro che compie da Vogue Giappone è mixare le culture, cogliendo il meglio da ognuna, interpreta perfettamente il concetto di fusion.

 

ANNABELLA

ANNABELLA

Indice

  1. Le origini
  2. Sviluppo del brand
  3. Pellicce e ambiente
  4. Volti famosi
  5. Situazione attuale

LE ORIGINI

La casa di moda Annabella viene fondata nel 1957 da Giuliano Ravizza, che situa la compagnia a Pavia. Ravizza ha spesso detto: “Mio padre era un sarto. Devo al suo lavoro di ago e filo l’opportunità di aver iniziato la mia carriera su una base solida. Appena prima della fine dell’ultima guerra, lui intuì che l’era dei capi su misura era quasi tramontata. E così fece il grande balzo, inizialmente con un negozio di abiti preconfezionati, poi due negozi. Nel 1950 ne aveva cinque, tutti a Pavia. Ma nel 1960 si è ammalato e io sono stato costretto ad abbandonare il campo medico. Tuttavia, non volevo seguire proprio le sue orme: da qui nasce l’idea di un unico, grande store di pellicce. In più, volevo demitizzare il cappotto di visone, abbassando i prezzi e trasformando il mito della pelliccia in un prodotto di consumo comune quanto le lavastoviglie.”

Grazie all’accordo con Angelo Rizzoli Senior, lo store viene battezzato Annabella, come uno dei suoi magazine di successo.

mame dizionario ANNABELLA collezione recente
Capo di una delle collezioni più recenti di Annabella

SVILUPPO DEL BRAND

Grazie all’intuizione del fondatore Giuliano Ravizza riguardo all’importanza del marketing, il brand Annabella raggiunge presto la notorietà a livello internazionale. Ciò è stato possibile grazie ai fashion show al Teatro della Scala a Milano. Importante anche il design di Misha, la mascotte di visone presentata ai Giochi Olimpici di Mosca del 1980 alla presenza di Mrs. Breznev. Inoltre, il brand è stato ambasciatore della moda italiana alle celebrazioni per il bicentenario della Casa Bianca negli Stati Uniti. Ovviamente, innumerevoli celebrità e testimonial hanno contribuito a rendere noto il marchio in tutto il mondo.

mame dizionario ANNABELLA sofia loren in annabella
Sofia Loren è uno dei volti storici della pellicceria

Nel corso degli anni e grazie anche alla seconda generazione rappresentata oggi da Riccardo, Ruggero e Simonetta Ravizza, il brand si trova al vertice della moda sia in termini di immagine che di prodotti. Sempre un riferimento per l’industria di pellicce italiana, con collezioni innovative, un uso dei colori all’avanguardia e un artigianato che caratterizza i vestiti del marchio. Un abile mix di tradizione, lusso e tecnologia per un pubblico perspicace, con uno sguardo costantemente rivolto agli ultimi trend.

mame dizionario ANNABELLA verushka in annabella
Una delle prime modelle per Annabella fu Verushka

L’apertura di un nuovo flagship store rappresenta il desiderio odierno di guardare al futuro, con la stessa passione di sempre per le sfide comportate dai nuovi progetti. La rivoluzione, d’altronde, è un concetto non nuovo all’azienda. Ravizza infatti  è stato il primo a prendere la rivoluzionaria decisione di pubblicare i prezzi delle pellicce sui giornali e di produrre format tv commerciali brevi e lunghi.

PELLICCE E AMBIENTE

La pellicceria Annabella utilizza solo pelli che sono state acquistate all’asta e in mercati internazionali dichiarati commerciabili dalla Washington Convention. Dal 1973, infatti, la Washington Convention protegge e regola il commercio delle speci della flora e della fauna che sono a rischio di estinzione. L’obiettivo è quindi quello di preservare queste speci e assicurare un utilizzo eco sostenibile. Oggi, 174 paesi aderiscono a questa convenzione.

VOLTI FAMOSI

mame dizionario ANNABELLA alain delon e simonetta ravizza
Alain Delon, testimonial di Annabella, assieme a Simonetta Ravizza

La leggendaria top model degli anni ’70-’80 Verushka è stata la prima celebrità a promuovere il brand, seguita dal regista Franco Zeffirelli che gira uno spot per il marchio con protagonista Jerry Hall. Dopo è stato il turno di Alain Delon con una giovane Monica Bellucci, e in seguito anche Sofia Loren lega la propria immagine a quella di Annabella. Così, il brand diventa un’icona della pellicceria italiana, attraverso le lenti del fotografo Gianpaolo Barbieri.

SITUAZIONE ATTUALE

Dopo la morte di Giuliano Ravizza, la compagnia è andata in gestione ai tre figli del fondatore: Simonetta, Ruggero e Riccardo. I tre riescono a incrementare il fatturato. Gli edifici principali si trovano a Pavia, cioè 14 vetrine larghe 20000 piedi quadrati. Nella milanese via Montenapoleone, inoltre, è stato aperto un negozio intitolato Simonetta Ravizza.

mame dizionario ANNABELLA collezione autunno 2018
Pelliccia di Annabella della collezione 2018

La compagnia ha concluso il 2016 con un fatturato di più di 8 milioni di euro. Il 2018, invece, ha visto l’apertura di nuovi edifici Annabella in piazza Minerva, sempre nel cuore di Pavia ma in un’area più conveniente. In più, i nuovi uffici si basano su un concept totalmente nuovo e modernizzato, per attirare nuove generazioni di clienti. Il brand, tuttavia, resta coerente con i valori tradizionali e con la storia di Annabella, presentati in una chiave nuova e contemporanea.

AGNONA

Agnona è un italiano di capi di lusso, famoso per l’utilizzo di materiali pregiati quali cashmere, alpaca e vicuña.

Agnona è un italiano di capi di lusso, famoso per l’utilizzo di materiali pregiati quali cashmere, alpaca e vicuña.

AGNONA

  1. Storia
  2. Collezione
  3. Arredamento

STORIA

Agnona prende il suo nome da un villaggio ai piedi del Monte Rosa. La compagnia è stata fondata da Francesco Ilorini Mo, il quale parte da tessuti e gomitoli, creando collezioni di moda che sono diventate parte della storia e della cultura italiana.

Agnona è un brand di lusso per donne avviato nel 1953, produttore leader di capi realizzati con i più prestigiosi materiali. E i materiali distintivi dell’azienda sono cashmere, alpaca e vicuña. Agnona, quindi, ha scritto un capitolo del grande libro della moda, contribuendo attivamente al prestigio della haute couture durante la sua epoca d’oro. Tuttora, Agnona rappresenta il vertice del lusso e dell’artigianato fatto a mano italiano. Questa abilità sopraffina è parte integrale e intrinseca dell’azienda e del suo patrimonio.

Drappeggiato o aderente, il doppio filato, come per esempio il doppio cashmere, dà un’immagine leggera e calda del brand. Il nuovo Direttore Creativo, Simon Holloway, abbraccia l’eredità italiana e una cultura dello stile che è profondamente chic.

Negli anni ’60, Agnona diventa il fornitore di pregiati materiali per molti brand leader internazionali: Balenciaga, Balmain, Cardin, Courage, Dior, Givenchy, Hermes, and Saint Laurent.

mame dizionario AGNONA
Giacca Agnona

Nei primi anni ’70, Walter Albini viene scelto per disegnare la prima collezione del brand. Dagli anni ’80, i cappotti e le giacche migliorano sempre di più, fino a raggiungere l’eccellenza. Agnona continua la sua ricerca tessile e sartoriale e si muove verso l’Oceania, riportando la lana di lusso di nuovo in Italia.

Nel 1994, avvia una collaborazione con la Peruvian Societad de Criadores de Vicuña per preservare gli allevamenti. Così riceve l’esclusivo diritto di produzione e di marketing, insieme ad altri due membri della International Vicuna Consortium.

Agnona si unisce al Gruppo Ermenegildo Zegna nel 1999, il quale ne prende il totale controllo. In questo modo, il Gruppo Zegna dà un nuovo impeto all’azienda, iniziando collaborazioni con importanti personaggi quali David Sims e Patrick Demarchelier. Inoltre, Stefano Pilati si unisce al team come Direttore Creativo di Agnona, svelando nel settembre 2013 la sua prima collezione, cioè “Agnona collezione ZERO”. Il designer vi conferisce la sua lussuosa e raffinata intepretazione.

Nel maggio 2014, Alessandra Carra viene nominata CEO di Agnona. Viene quindi strategicamente coinvolta nello sviluppo del potenziale unico del brand, inteso come uno dei mercati leader nel lusso a livello mondiale.

COLLEZIONE

L’evoluzione del Gruppo Ermenegildo Zegna dai suoi primi anni è stata incredibile. Simon Holloway è stato nominato Direttore Artistico del brand, a partire dalla collezione Fall Winter 2016. Ancora oggi sta continuando a far evolvere le collezioni da un approccio “product driven” a uno “designer driven”, in un look che è allo stesso tempo femminile, puro e rilassato, profondamente chic. L’artigianato, inoltre, è una parte integrale dell’eredità del brand.

Le collezioni, insomma, sono la personificazione del lusso italiano, un lusso che eleva il livello di qualità dei materiali, i quali sono meticolosamente disegnati e intrecciati dai gomitoli in toni, colori e textures eccezionali. Questa, infatti, è la forza di Agnona. L’obiettivo, infatti, è portare la bellezza luminosa in una collezione impudentemente femminile. Basti pensare alle stiliste che hanno avuto esperienza con Agnona e hanno ricreato questa nozione in una collezione per donne che oggi è di grande stile e di gran gusto.

ARREDAMENTO

La lussuosa espressione di una lunga tradizione di splendidi materiali intrecciati dalla lana merino, cammello, alpaca e cashmere si applica anche all’arredamento per la casa. Anch’esso, infatti, possiede l’essenza del made in Italy, così come un sottile look chic.

mame dizionario AGNONA agnona x giorgetti
Linea di arredamento Agnona x Giorgetti

La collezione Home riflette lo stile di Agnona, elegante e chic come i tessuti fatti con il cashmere, in differenti colori e fantasie. Proprio come nell’industria dell’abbigliamento, Agnona continua a crescere anche nell’industria dell’arredamento per casa.

 

ALBINO TEODORO

Nel 2004 nasce Albino Teodoro, brand fondato dallo stilista Albino D’Amato, classe 1974, in collaborazione con Gianfranco Fenizia. Lo stile sobrio di Albino Teodoro conta dettagli minimi e indispensabili: rende omaggio al passato,al Design e alla Couture anni ’60, a certi aspetti degli Eighties.

Indice

  1. Le origini
  2. Le prime collaborazioni
  3. La nascita del brand
  4. Lo stile del brand
  5. L’ultimo decennio
  6.  Ultime collezioni
    1. Autunno ’17 ready-to-wear
    2. Resort 2018
    3. Primavera ’18 ready-to-wear
    4. Pre-fall ’18
    5. Autunno/inverno ’18/19 ready-to-wear

Le origini

Albino D’Amato, fondatore di Albino Teodoro, nasce a Roma nel 1974. Dapprima studia architettura nella capitale e nello stesso tempo frequenta l’Accademia di Costume e di Moda. Poi, in seguito, si trasferisce a Torino per seguire i corsi di design industriale.

Dizionario della Moda Mame: Albino Teodoro. Lo stilista Albino D'Amato
Lo stilista Albino D’Amato

Proviene da una famiglia piuttosto rigida, che sognava per lui una carriera da architetto o da ingegnere. Abitava nello stesso quartiere di Valentino Garavani. Verso i 14 anni, di ritorno da scuola, era solito lasciare alcuni disegni nella cassetta della posta del couturier. Valentino rispose, consigliandogli di fare esperienza.

Nel 1995 svolge uno stage presso la Fiat Torino e l’anno dopo si trasferisce a Parigi. Qui frequenta alcuni corsi presso l’Ecole de la Chambre Syndicale de la Couture. Nello stesso periodo lavora da Ungaro, con Giambattista Valli, alla linea Parallel. Questa un’esperienza fondamentale per lui. Confessa:

“Tutto il mio universo creativo è nato lì.. Il talento è una cosa che hai dentro. Anche se all’inizio non conosci le tecniche o i materiali, o non sai disegnare, se è una cosa che vuoi davvero, succede”

Le prime collaborazioni

Sicuramente grazie alla sua preparazione eterogenea e al suo talento naturale per il disegno, lo stilista collabora con Maison prestigiose quali Emmanuel Ungaro, Giambattista ValliGuy Laroche. Ancora, Emilio Pucci e Louis Vuitton e Kenzo.
Successivamente, nel 2004, lo stilista torna in Italia. A Milano collaborerà, quindi, prima con Versace (collaborazione in effetti nata a Parigi) e poi Dolce & Gabbana e nel frattempo lavora alla sua linea personale.

Dizionario della Moda Mame: Albino Teodoro. Collezione autunno 2017
Collezione autunno 2017

La nascita del brand

Nel 2004 Albino fonda con il designer partenopeo Gianfranco Fenizia il brand che porta il suo nome, Albino Teodoro. Più tardi, nell’autunno di quell’anno presenta, infatti, la sua prima collezione primavera/estate 2005, in una galleria d’arte in Place des Vosges.

La scelta di presentare a Parigi comunica l’impronta che i due soci hanno scelto di dare ad Albino Teodoro, una collezione che associa all’esclusiva manifattura made in Italy un’allure decisamente parigina, con forti reminiscenze Couture.

Dizionario della Moda Mame: Albino Teodoro. Collezione autunno 2018
Collezione autunno 2018

La collezione vince Who is on next? , concorso indetto da Vogue e dalla Camera della Moda, guadagnandone in visibilità. Albino Teodoro si ispira, nei colori e nelle forme, al movimento Bauhaus: primo pezzo un trench militare con fodera in evidenza. Ancora, memorabile l’abito che Albino mostra a Franca Sozzani durante le selezioni: dopo aver sfilato in nero, una versione verde militare viene indossata per la serata di gala da Linda Evangelista.

In seguito, la seconda stagione, l’autunno/inverno 2005/06, suscita l’interesse di clienti internazionali, dagli States al Giappone, passando per Hong Kong ed, ovviamente, Europa. Albino D’Amato si occupa della parte creativa, mentre Gianfranco Fenizia ne cura gli aspetti organizzativi, direttamente dallo spazio dedicato di via Gallina 11 a Milano.

Lo stile del brand

La moda sobria di Albino Teodoro conta dettagli minimi e indispensabili: lo stile radicale rende omaggio al passato senza nostalgia,al Design e alla Couture anni ’60, a certi aspetti degli Eighties.

Dizionario della Moda Mame: Albino Teodoro. Collezione Resort 2018
Collezione Resort 2018

Misticismo, modernità e romanticismo si combinano nei suoi abiti dove prevale il gusto per la sartorialità. Design architettonico e femminilità sono, quindi, elementi imprescindibili, così come la capacità di mescolare colori in modo creativo e sofisticato. Prima di tutto, bisogna ricordare che il modello da cui imparare, per Albino, è stato Valentino:

“Una star, oltre che un designer straordinario. Ha creato un’ideale femminile che mi ha molto ispirato.Albino D’Amato

Le creazioni Albino Teodoro sono architettoniche, femminili, cool.

L’ultimo decennio

Nel 2007 Albino diviene consulente di Trussardi sule collezioni Uomo e Donna. Successivamente, le collaborazioni si estendono a Karl Lagerfeld e Les Copains, brand per il quale dall’aprile 2008 è consulente stilistico. Per Les Copains, dalla P/E 2010, disegna anche scarpe, prodotte da Le Sillla.
Albino è anche Design Director della Maison Vionnet e consulente del gruppo Max Mara.

Per l’autunno/inverno 2010/11 Albino Teodoro abbandona le atmosfere eighties per tornare alle linee anni ’60, mescolate a una rigorosa ispirazione ecclesiastica“. Il nero è illuminato da sfumature cipria e camel, l’insieme è mistico e romantico.

Dizionario della Moda Mame: Albino Teodoro. Collezione pre-fall 2018
Collezione pre-fall 2018

Ultime collezioni Albino Teodoro

Autunno ’17 ready-to-wear

A febbraio 2017, un mix di immagini è stato intonacato sul moodboard di Albino D’Amato. L’austero concettualismo dei designer giapponesi simescola ai languidi abiti di Jean Muir e ai sandali a spillo anni ’80 di Yves Saint Laurent, scattati da Guy Bourdin. Il tocco di raffinata eleganza era l’immagine di due ragazzini che si tenevano per mano, con giacche oversize troppo grandi per loro. Lo stilista dichiara:

“Non potevo resistere. C’è tanta tenerezza; è così dolce e innocente. Volevo catturare quella sensazione – mi ha ispirato a lavorare attorno all’idea di una decostruzione gentile”

Dopo una pausa di alcune stagioni, D’Amato torna in passerella. La collezione presenta studiatissimi capispalla, lunghi mantelli e cappe dal morbido tocco architettonico. I giochi di pieghe, di tradizione giapponese, donano al tutto estrema sensualità. Calibrate le imperfezioni: orli grezzi, rifiniture incomplete, scontri cromatici. Il punto di Flimsy d’ésprit appariva ancora più delicato sul feltro di lana; l’ovvia femminilità del pizzo era compensata da texture asciutte e maschili.

Resort 2018

Albino Teodoro ha abbinato tagli rigorosi a ricami opulenti, in un gioco di decostruzione leggera e decoro ridotto. Un raffinato cappotto da opera aveva una silhouette sottile, impreziosita da ricchi motivi floreali che sembravano stampati ma erano tessuti a jacquard. Linee semplici e pulite, come in una tunica geometrica in duchesse di satin, stampata con strisce bianche e nere. Una gonna ampia in broccato d’argento e oro era indossata con un top arricciato. Albino Teodoro ha anche provato alcuni look maschili: un parka, un cappotto e un eccentrico faille turchese e geranio.

Primavera ’18 ready-to-wear

Pre-fall 2018

Pochi mesi dopo, a gennaio 2018 Albino Teodoro predilige un approccio elegante e adulto. Il suo stile ha sempre virato verso una certa raffinatezza: le forme hanno un’inclinazione architettonica leggera e levigata da un tocco di glamour. Lo stilista è appassionato di haute couture e la raffinatezza della costruzione che ne consegue.

Albino Teodoro ha tagliato il tessuto in un elegante tailleur a doppio petto con pantaloni aderenti. Le superfici nitide e brillanti come la duchesse satin e il gazar sono le preferite del designer. A seguire, una corta tunica in zafferano o polveroso taffetà rosa era leggermente imbottita. La stessa sensazione di praticità chic era evidente nei capospalla: ricchi broccati o lussuosi doppi cashmer e lane. Le forme erano per lo più a trapezio, mantenute lineari ed eleganti, con un tocco anni ’60. Un elegante soprabito con cappuccio in jacquard di seta trapuntato bronzo e verde sembrava semplice e funzionale quanto elegante.

Autunno/inverno ’18/19 ready-to-wear

Minimalismo e struttura: la collezione autunno/inverno 2018-2019 di Albino Teodoro stupisce per la sua evoluta semplicità. Realizza una collezione che ricorda, per impianto concettuale, gli studi in architettura. La silhouette lineare si arricchisce di tessuti pregiati come il broccato con fili ricamati oro e viola o la seta, che alleggerisce long skirt con tasche alla francese. Le paillettes e il neoprene conferiscono alla collezione un’allure moderna e glamour. Giochi di asimmetrie attestano le tecniche acquisite durante i corsi presso l’Ecole de la Chambre Syndicale de la Couture.

“Ho lavorato intorno ai miei temi di moda preferiti: la costruzione couture, la sartoria maschile, gli anni ’60, le forme femminili, la geometria, il colore. Volevo inserirli in un contesto moderno” Albino D’Amato

Il punto forte della collezione era la sartoria, del resto una delle migliori risorse di Teodoro. I cappotti erano consistenti, tagliati nitidi ed evidenziati con interessanti combinazioni di colori. Poi, c’erano vari pezzi di valore. Ad esempio un mantello blu scuro con orlo asimmetrico sportivo ma elegante. Oppure ancora un tailleur maschile a scacchi con un enorme piumino bianco. Poi, una serie di abiti a palloncino di varie lunghezze, di broccato stampato in digitale. Ibridi di calza a gambaletto alti fino al ginocchio, indossati con sandali in pelle verniciata erano un gesto concettuale fuori contesto

GIORGIO ARMANI

Designer italiano, nato a Piacenza nel 1934, è di gran lunga la figura dominante del prêt-à-porter di alta moda, che da Milano si diffuse in tutto il mondo.

 Indice

  1. Le origini
  2. La Rinascente e Cerutti
  3. La nascita dell’azienda
  4. L’ultimo periodo con Galeotti
  5. Lo stile Armani
  6. Le collezioni
    1. 1970
    2. 1980
    3. 1990
  7. 2000 – 2005
    1. Le collezioni
    2. Sviluppo del brand
    3. Inaugurazioni
    4. Giorgio Armani nel mercato giapponese
    5. Nuovo COO
    6. Acquisizioni del brand
    7. Licenze e co-branding
    8. L’espansione del brand
    9. La prima collezione Haute Couture
    10. Armani per la Nazionale Inglese di calcio
  8. Dal 2005 ai giorni nostri
    1. La beneficenza
    2. Lancio della linea Cosmetics
    3. Il mercato asiatico
    4. Collaborazioni e licenze
    5. One Night Only
    6. Armani per la Nazionale Italiana alle Olimpiadi
    7. 40° anniversario
    8. Situazione attuale

Le origini

Giorgio Armani è un stilista italiano, nato a Piacenza nel 1934. Protagonista assoluto nella straordinaria fioritura dell’alta moda pronta da Milano nel mondo e insieme personaggio che, per il fascino fisico, il modo distaccato di mostrarsi, per la capacità di coinvolgere, nella sua visione semplice, scabra, rigorosa e nitida, ambienti e lavoro, è sembrato esprimere perfetta simbiosi fra scenario di vita ed eleganza dei suoi modelli. Il suo impero non premia soltanto, come per altri nomi prestigiosi dello stilismo, la creatività, la fantasia. Il suo successo riconosce un’invenzione che ha captato desideri, conciliato bisogni opposti e ridisegnato in modo geniale un archetipo del vestiario.

Giorgio Armani
Giorgio Armani

Armani è tutt’uno con il successo della famosa giacca, che libera l’uomo dall’antica corazza dell’abito borghese e dà sicurezza alla donna con la sua apparenza mascolina e, come si diceva sul finire degli anni ’70, l’ha aiutata più del femminismo. Lo stilista iniziò il suo spettacolare cammino nel prêt-à-porter a 40 anni. Ma il suo lungo apprendistato è sfaccettato e prezioso, sia sul piano del gusto sia su quello del rapporto moda-industria.

La Rinascente e Cerutti

Interrotti gli studi di medicina, trovò lavoro negli anni ’60 al La Rinascente, vero crogiolo all’epoca dell’inventiva di architetti, designer, ricercatori di marketing e pubblicità. La sua era una composita attività che spaziava dagli acquisti per l’abbigliamento maschile, scegliendo sul mercato quanto, nell’anticipo necessario a produrlo, sarebbe stato in sintonia con la voglia di cambiare della gente, all’allestimento delle vetrine (ancora oggi non resiste alla voglia di dedicare una mattinata alle vetrine di una delle sue numerose boutique).

Si accorse delle sue doti Nino Cerruti (1965) che lo assunse come stilista per ridisegnare la confezione della sua ditta Hitman. Armani, già allora puntiglioso e perfezionista, apprende a conoscere l’importanza del tessuto, sia per la sua potenzialità creativa sia per il valore economico anche d’un solo centimetro risparmiato sul costo d’un abito, e comincia a inventare vestiti adatti a essere riprodotti su ampia scala. Sette anni da Cerruti a scegliere stoffe sempre più leggere, colori più freddi, a gettare via strutture interne, a spostare bottoni, assottigliare spalline per imprimere alla giacca maschile, fino allora formale e imbalsamata, una sciolta aria vissuta, giovane per tutte le età. Erano gli anni ’70. La moda, al di qua e al di là dell’oceano, adorava il primo made in Italy e nuovi ceti stavano per aprirsi all’idea che a sottolineare il successo occorresse un abito di pregio.

Sergio Galeotti, un giovane di Viareggio che aveva appena lasciato uno studio di architettura per diventare acquirente di modelli, intuì che un talento come Armani non poteva restarsene a fare lo stilista per conto terzi, invece di pensare a una collezione in proprio. Prudente ma anche svagato, Armani impiegò due anni a convincere se stesso e ad aprire (’73) con Galeotti un ufficio di consulenza in corso Venezia a Milano, mentre lavorava per varie ditte da Gibò a Montedoro, da Tendresse a Courlande, a Sicons, imponendosi subito nelle ultime sfilate di Palazzo Pitti a Firenze. Appena l’anno dopo (’74), la prima collezione maschile firmata e, nel ’75, la prima collezione femminile.

La nascita dell’azienda

Fu un tale trionfo che, nel 1976 nacque la Giorgio Armani. Fu Galeotti l’ideatore della struttura societaria: niente produzione in proprio, solo idee. Una formula che venne ribadita (’78) dall’accordo con il GFT, il primo che rese finalmente possibile un prêt-à-porter d’alta moda eseguito in fabbrica ma sotto la cura dello stilista che lo firmava. Presto le sfilate Armani, anche per la ricerca dell’interior design delle location, divennero le più attese. La lungimiranza della nuova griffe non ebbe sosta, fulminea l’intuizione che sarebbero stati soprattutto i giovani i consumatori di moda, purché questa avesse un prezzo accessibile senza nulla perdere in fascino. Precocissimo rispetto al diffondersi delle seconde linee, nacque l’Emporio Armani.

Giorgio Armani posa per la copertina del Time Magazine
Giorgio Armani posa per la copertina del Time Magazine

L’aquilotto segnò per i ragazzi l’appartenenza a un nuovo modo di vestire e di essere; la scioltezza del look più agile e meno ieratico incantava le ragazze. Lo stilista crebbe rapidamente in notorietà. Bastò che, irritato da alcune polemiche intorno a una collezione ispirata agli antichi costumi giapponesi, sulla scia dei film di Kurosawa (’81), decidesse di non sfilare per una stagione, che Time, trovando esplosiva la protesta, mise la sua foto in copertina: il fatturato si triplicò (’82). Intanto la sua supervisione stilistica era richiesta da Mario Valentino per i capi in pelle, da Erreuno e aumentavano i licenziatari, Bagutta per le camicie, Hilton per i capispalla, Allegri per gli impermeabili. Il suo tocco, inconfondibile e sempre vario, accese un decennio di lavoro, mentre la sua centrale ricerca nell’alta moda prêt-à-porter lo condusse verso esiti di tale raffinatezza da non poter più essere realizzati in fabbrica.

L’ultimo periodo con Galeotti

Nell’83, Armani mutò il suo accordo con GFT, che eseguirà da quel momento in poi una nuova linea, Mani, destinata soprattutto agli Stati Uniti, mentre l’alta moda prêt-à-porter assunse l’etichetta di Borgonuovo 21, la via milanese dove aveva ristrutturato e affittato il palazzo che era stato di Franco Marinotti (Snia Viscosa) e dei cotonieri Riva. Le sfilate si svolgevano nel teatro di 513 posti ricavato al posto della sala da ballo e della piscina. Galeotti fece appena in tempo a seguire la sfilata primavera-estate dell’85. Muorì nell’agosto di quell’anno.

Il secondo decennio dell’attività trovò Armani solo ma deciso, grazie a studio e volontà, ad aggiungere ai suoi primati l’essenzialità d’una vera rivoluzione nel vestire femminile. Fermenti nuovi agitavano la donna che non sentiva più il bisogno di mimetizzarsi, di cancellare il proprio corpo nella scioltezza d’una giacca perfetta.

Lo stile Armani

Analizzando lo snodarsi stilistico lungo ormai 25 anni di attività, resistono alcune costanti e si profila qualche concessione divagante del suo caratteristico rigore. Mai sono venuti meno il gusto e la logica della sua rivoluzione d’inizio, sia per l’uomo sia per la donna con reciproci scambi dei loro elementi peculiari non solo nella forma, nel taglio, ma anche attraverso la scelta dei colori intercambiabili, dei materiali, apparenza mascolina, mano cadente e morbida o viceversa camicie e giacche femminilizzate per un uomo di sconcertante libertà.

Giorgio Armani 1970, Completo pantalone nero, scatto di Barry Lategan
1970, Completo pantalone nero, scatto di Barry Lategan

Amato dall’élite come dalla massa, come dalla critica, accumulò in Italia tre premi Occhio d’Oro per la migliore collezione della stagione e diversi riconoscimenti in tutto il mondo. Vestì Catherine Deneuve in Speriamo che sia femmina, Richard Gere in American Gigolò e i protagonisti del melodramma Elektra di Strauss alla Scala con la regia di Luca Ronconi e la scenografia di Gae Aulenti.

Le collezioni

1970

La George Sand della primavera ’76, nell’inverno di quell’anno vestì giacche in tweed a disegno evidente, molto maschile, ma una gonna plissé che come i pantaloni concedesse passo lungo e sciolto; nella primavera ’77 le gonne erano due, sovrapposte, mentre la giacca maschile assunse aspetti sofisticati e l’idea del doppio vale anche per lìuomo, quando la giacca in maglia ricoprì il blazer. La giacca era destinata ad unirsi ad ogni altro capo d’abbigliamento.

Giorgio Armani Collezione 1978
Collezione 1978

Nel ’78 posò la giacca sul costume da bagno, in autunno assemblò sapori militareschi a ricerche continue per quanto riguarda il punto nevralgico delle spalle e il risultato fu una giacca alla Garbo, suscettibile di resistere anche in crêpe de chine. Ma l’evoluzione della giacca poggiò (’83) su tre proposte: il blazer di velluto nero, la giacca maniche intere e spalla tonda, il caban di gusto andino. Pochi pantaloni e invece molte gonne pantalone in nuovissimi stampati trompe-l’oeil. La giacca si trasformò, divenne intercambiabili e da abbinare in piena libertà.

1980

Solo nell’84 ritornò il gusto del guardaroba maschile tradotto al femminile, in una collezione androgina come non mai. Ma l’anno dopo, per l’autunno-inverno, Armani premette il pedale della dolcezza, allacciando bassa e in morbidezza la giacca pur maschile per una donna ariosa, nuca libera dai capelli e camicetta senza collo: in scena ben 350 tessuti diversi nelle sfumature del blu, grigio, marrone.

Giorgio Armani Collezione primavera/estate 1985
Collezione primavera/estate 1985

A ottobre dello stesso anno la collezione per la primavera-estate ’85 riscosse un successo straordinario con la sua donna eterea, stilizzata, le gambe velate di calze chiarissime perfettamente in vista, tacchi alti, una femminilità difficile eppure per certi lati anche troppo esibita. Qualcosa mutò nel sobrio look di Armani. La giacca era sempre l’indizio di un modo di vestire, ma nuovi suggerimenti vennero dagli abiti in seta stampata modello princessa.

Novità della collezione autunno-inverno ’86, gli abiti da sera. La donna, mixage di seduzione e razionalità, poteva contare su un universo Armani: dal profumo a una alta moda prêt-à-porter atemporale, simile a se stessa con minime variazioni, dalla carta da lettere alle lampade, a una linea più libera e articolata nei vari aspetti della diffusione, la linea Emporio.

Armani Campagna pubblicitaria 1980
Campagna pubblicitaria 1980

Nel 1986, la sera presentava abiti molto più interessanti di quelli da giorno, secondo le richieste del mercato americano. La donna di Armani, sicura e senza nostalgia, sceglieva una giacca non più rigida e rigorosa e ruppe il diktat di giacca-camicia per osare nuovi abbinamenti (’87). Così via via (1988) la collezione autunno-inverno fu caratterizzata da un’aria soft e luminosa nei colori e la provocazione sottile di una giacca assestata in vita e sui fianchi, con gonne lunghe e doppie.

1990

Nel ’90 ancora punto di riferimento la giacca, sottile, avvolgente con spalle piccole e la vita segnata; con gonne corte o al polpaccio e pantaloni ora dritti e severi, oppure ampi come quelli maschili. Fu una scelta di colori polverosi, decisi, ma temperati dal grigio e dai tipici sabbia della palette Armani. E inoltre i grandi cappotti avvolgenti come djellaba tunisini.

Giorgio Armani, 1991
Giorgio Armani, 1991

Nel ’92 divenne distintivo della stagione lo smoking, interpretato in un’escalation di variazioni, complici tessuti e dettagli femminilissimi. Nuove arrendevolezze, nuove concessioni, nuovissimo lusso. Tessuti eleganti applicati a forme sportive, furono una speciale caratteristica del ’94, con una tavolozza colore rubata a Matisse. Sotto le giacche occhieggiavano i gilet; i pantaloni erano a tutta lunghezza e le gonne lunghe, guarnite anche da frange, diventarono importanti e soliste. Gli abiti da sera assunsero un’imperiosa eleganza nei colori e nella preziosità del tessuto e di contro pretesero solo forme essenziali.

Armani Campagna pubblicitaria 1993
Campagna pubblicitaria 1993

Per l’autunno-inverno ’96, una grande ricercatezza, un amore per la struttura che si rivelò anche nei cappotti lunghi alla caviglia con paramonture di velluto e interni matelassé. L’uso ripetuto e ricercato di tessuti tagliati in sbieco, che accarezzavano il corpo, fu più grande che mai; la passione per la sera, dall’abito “boldiniano” in velluto di seta appeso al collo dal collier di rose, agli abiti guaina di tulle stretch nero con ricami tatuaggio.

Nel ’97 esplose il “sophisticated grege” nuova tonalità in bilico tra grigio e sabbia. Forme asciutte, proporzioni minute, emblematica semplicità. Tessuti ricercati come le lane plissé, i matelassé, i doppio crêpe. E per la sera, tutto era prezioso: i ricami grafici avorio ed ebano, il pizzo e il velluto. Lo stile era ormai sempre più definito e autorevole e non cambiava; cambiavano i modi, le scansioni, i dettagli, prevalevano la ricercatezza dei materiali e le rifiniture di alta sartoria, che concorsero a fare della sofisticatezza il concetto portante della stagione.

Negli anni ’98-99 sempre in crescendo l’unicità della sera con abiti ricamati ispirati alle porcellane orientali. Le giacche, sottili, prive di revers, con allacciatura nascosta, spesso laterale, persero l’ossessione del tailleur e si portarono anche sopra l’abito lungo, sopra i pantaloni a vita bassa, sopra la lunga gonna dritta a enfatizzare la silhouette disegnata. E tanti spolverini, una serie di cappotti tagliati come giacche, che scivolavano lunghissimi.

Nel settembre 1999, la Giorgio Armani S.p.A. Giorgio Armani SpA costituì la divisione accessori con l’obiettivo di migliorare i risultati degli articoli in pelle. La Dawn Mello & Associates fu la società incaricata per la nuova divisione. La struttura commerciale del Gruppo (diretto e in franchising), attiva in 33 paesi, comprendeva 53 boutique Giorgio Armani, 6 negozi Collezioni, 129 Emporio Armani, 48 A/X Armani Exchange e 4 Armani Jeans.

2000 – 2005

Le collezioni

E per il 2000 un’immagine forte, lineare, glamour, pura e precisa: amore a prima vista per i pastelli inglesi e un occhio di riguardo al nero. Gonne alla caviglia, giacche corte con grandi maniche chimono, giacche tagliate come camicie indiane, pantaloni sottili sotto le tuniche o pantaloni extralarge con la camicia maschile. E una sera ricercata nella nuova concezione di ricami “cattura luce” su tulle e stretch lavorato a ragnatela, volutamente lineare la scelta delle linee pulite, levigate sul corpo.

La donna Armani è entrata nel terzo millennio con un allure attuale e brillante, con un occhio vigile all’uso e all’esercizio dello stile e l’altro attento alle attitudini giovanili, ma sempre consapevole che la forza della propria immagine è fatta dell’insuperabile impronta Armani, colori speciali, linea, taglio sapiente. È una donna che scivola con leggerezza, garbo e classe inimitabile lasciandosi alle spalle le inevitabili forzature di un modernismo spesso sguaiato o troppo semplicemente brutto. L’ultima collezione presentata che già si affaccia al nuovo millennio, G.A. uomo primavera-estate 2000, ha riconfermato il primato di Giorgio Armani nell’abbigliamento maschile.

Giorgio Armani Collezione autunno/inverno 2001
Collezione autunno/inverno 2001

Femminilità e romanticismo: da queste due parole nacque la nuova donna di Giorgio Armani. L’immagine venne proposta per l’inverno 2001-2002: evocava emozioni da primo ballo, con gonne-tutù a volant di tulle, oppure fazzoletti di organza tagliati in sbieco, portate con lunghi pullover di ispirazione marinara o piccoli top. Sfilarono fanciulle leggiadre, come sulle punte: “Il balletto è l’apoteosi dell’eleganza”, affermò lo stilista. Tutto era delicato, aereo, sembrava alludere a sensazioni trasognate: memorabile il finale della collezione, affidato a trenta autentiche ballerine che posarono alla maniera di Degas. La conferma a quanto si era visto nella stagione precedente, con tailleur pantalone caratterizzati da una insolita dolcezza: un vago ricordo la donna manager. La vena morbida fu in crescendo anche nelle sfilate successive. E lo storico blazer? Si adeguò al nuovo corso, per l’estate 2003 si allungò, era quasi marsina ondeggiante sulla figura esile: pezzi insoliti scombinarono l’abituale ritmo degli accostamenti, la sensualità era a fior di pelle, senza nostalgia esotica né aggressione erotica.

Giorgio Armani Campagna pubblicitaria primavera/estate 2003
Campagna pubblicitaria primavera/estate 2003

Nell’autunno-inverno 2003-2004, Armani virò ancora di bordo, la sua moda ridisegnò il corpo, lo sottolineò accarezzando la vita messa in risalto da giacche corte e svettanti e poi, sorpresa, onorò le gambe con minigonne a paralume o short, interpretazione gentile degli hot pants anni ’70. Una scicchissima donna intinta nell’inchiostro, nel rigore del nero spezzato dal bianco per un suggestivo effetto grafico. Al solito, i suoi abiti andrebbero visti da vicino, sofisticati nel dettaglio, nella ricerca dei particolari e dei tessuti. Nel firmamento di ricami. Si abbassò l’età della moda, che l’Emporio accentuò con lo stile impertinente e stuzzicante della maschietta francese: sempre nel furore del corto. Anche l’uomo si aggiornò: un ritratto fra ragione e sentimento, silenzioso rivoluzionario del nuovo classico che rispettava le regole della comodità, affidata soprattutto al comfort della maglieria.

Sviluppo del brand

Nel gennaio 2000, Giorgio Armani S.p.A. aumentò la partecipazione nella Giorgio Armani Japan Co. Ltd., joint venture nata nel 1995, portando la sua quota all’85% e lasciando il restante 15% alla Itochu. A febbraio, nacque la Armani Collezioni che riuniva, in Europa e in Asia, le già esistenti Giorgio Armani, le Collezioni Uomo e Mani Donna. La nuova etichetta fu introdotta anche negli Stati Uniti, mentre rimase invariata la linea Mani Uomo (per abiti e camicie) esclusiva per il mercato americano. Nel mese di giugno, il Gruppo Armani acquistò dal Gruppo Finanziario Tessile (GFT), per un valore di 55 miliardi di lire, le attività di produzione della linea uomo Armani Collezioni, nonché le attività di distribuzione e di vendita dei marchi negli Stati Uniti.

A luglio, il Gruppo Armani e il Gruppo Zegna siglarono un accordo per la creazione di una joint venture (51% Armani, 49% Zegna) per produrre e distribuire le linee Armani Collezioni. La nuova società aveva l’obiettivo di sfruttare al massimo il potenziale del marchio Armani Collezioni Uomo nel mondo e del marchio Mani Uomo negli Usa, avvalendosi delle competenze industriali e organizzative di entrambi i gruppi.

Inaugurazioni

Proseguiva l’apertura dei punti vendita. A ottobre nacque a Milano lo spazio Armani in via Manzoni 31. Progettato dallo Studio Gabellini Associates, in collaborazione con lo stilista, il megastore si sviluppa per circa 8 mila mq, articolati su tre piani. L’interrato, di 900 mq, è destinato all’Elettronica, dove Sony espone tutti i suoi prodotti. Al pianterreno, l’Emporio Donna, l’Emporio Uomo, l’Emporio Accessori, lo spazio dedicato ai profumi, Armani Jeans uomo e donna. Al primo piano, oltre a un ristorante, Nobu, e Armani Caffè, c’è Armani Casa. L’anno 2000 registrò ricavi consolidati netti pari a 2.002 miliardi di lire, in aumento del 20% rispetto al 1999, un risultato operativo pari a 374 miliardi, un utile netto consolidato di 235 miliardi (+11%) e una posizione finanziaria pari a 618 miliardi.

Armani Flagship Store a Milano
Flagship Store a Milano

Nel febbraio 2001 aprì, a Milano, in via della Spiga 19, la prima boutique Giorgio Armani Accessori, dedicata a borse, scarpe e pelletteria di alta qualità. A maggio, la Giorgio Armani S.p.A., già proprietaria del 53,2% del capitale sociale di Simint S.p.A., società italiana quotata sul Mercato Telematico Azionario, promosse un’Opa (offerta pubblica di acquisto) delle azioni ordinarie di Simint non possedute dal Gruppo. Il corrispettivo unitario offerto era di euro 6,2. L’obiettivo fu quello di attivare un processo di internazionalizzazione delle attività di produzione e commercializzazione dei prodotti Armani, all’interno di società appartenenti al Gruppo. A luglio, l’Opa su Simint S.p.A. si concluse con l’adesione del 39,49% del capitale sociale di Simint S.p.A. che, aggiunto al 53,24% già di proprietà, permise alla Giorgio Armani S.p.A. di controllare il 92,73% della Simint.

Giorgio Armani nel mercato giapponese

Armani Concept Store in Giappone
Concept Store in Giappone

Il 2001 vide protagonista La Giorgio Armani Japan, fondata nel 1987 in seguito a una joint venture con la Itochu Corporation, la quale ripensò le attività retail del mercato giapponese. Il programma riguardava la riapertura, dopo un totale rinnovamento, coerente all’immagine delle nuove boutique Giorgio Armani di Milano in via Sant’Andrea e di Parigi in Place Vendôme, della boutique Giorgio Armani di Tokyo, a Kioi-cho, lo store Giorgio Armani più grande del mondo. Fece seguito l’inaugurazione di due nuovi negozi Emporio Armani a Marunouchi e ad Aoyama, e il rinnovo dell’Emporio Armani di Midosuji. Il mercato giapponese era il terzo in ordine di importanza dopo gli Stati Uniti (34%) e l’Italia (15%). La Giorgio Armani Japan distribuiva cinque linee di prodotto del Gruppo Armani: Giorgio Armani, Giorgio Armani Accessori, Armani Collezioni, Emporio Armani e Armani Jeans. La società gestiva 22 negozi: 10 boutique Giorgio Armani, un negozio Armani Collezioni e 11 Emporio Armani. Le linee Giorgio Armani e Armani Collezioni erano vendute anche attraverso la formula shop-in-shop.

Nuovo COO

Nel luglio del 2001, Roberto Pesaro fu nominato Chief Operating Officer della Giorgio Armani Corporation. Un mese dopo, Armani aprì la sua prima boutique in Russia, a Mosca, al numero 1 della Moskow’s Tretyakovskji Proezd. Si trattava del 33esimo punto vendita inaugurato dal Gruppo Armani nell’anno 2001 e rientrava nel piano di espansione dell’esclusiva rete retail. 20 negozi vennero rinnovati. Venne anche creata la joint venture Borgo 21, per sviluppare la prima linea a marchio Giorgio Armani.

I ricavi consolidati raggiunsero i 1272 milioni di euro, con un incremento del 23% che riguardava tutte le aree geografiche e tutte le linee. Il giro d’affari era così suddiviso: Europa 45%, Nord America 28%, Asia-Pacifico e resto del mondo 27%. L’utile netto consolidato fu di 110 milioni di euro, la posizione finanziaria netta di 122 milioni di euro, mentre gli investimenti furono pari a 307 milioni di euro.

Acquisizioni del brand

A gennaio 2002, Armani acquistò il 100% di Miss Deanna, azienda specializzata nella produzione di maglieria di alto livello. A novembre fu inaugurato il megastore Armani-Chater house a Hong Kong, articolato su tre piani, 3 mila mq, secondo per dimensioni solo a quello di via Manzoni a Milano. Nel frattempo, iI Gruppo Armani e Luxottica Group conclusero il rapporto di licenza per la produzione e distribuzione delle linee Giorgio Armani ed Emporio Armani occhiali.

I risultati dell’anno evidenziarono una crescita dei principali indicatori economici. Il fatturato consolidato, 1301 milioni, salì del 2,3% rispetto al 2001. Il fatturato indotto, pari a 1691 milioni crebbe del 6,4. Sostenuta la crescita di Orologi Emporio Armani, + 24%, e dell’area cosmetica, +11%. L’utile prima delle imposte, 199 milioni, registrò una crescita del 9,7%. Notevoli anche gli investimenti, pari a 87 milioni di euro, destinati, tra l’altro, all’espansione della rete distributiva (30 nuovi negozi e 16 ristrutturati) e all’acquisizione di stabilimenti industriali. Infine, l’azienda investì il 10% del fatturato indotto in comunicazione.

Licenze e co-branding

Nel febbraio 2003 il Gruppo conferì a Safilo una licenza pluriennale per la produzione e distribuzione mondiale delle collezioni di occhiali Giorgio Armani ed Emporio Armani. In parallelo, l’esclusiva rete distributiva del Gruppo comprendeva 57 boutique Giorgio Armani, 12 negozi Armani Collezioni, 115 Emporio Armani, 66 negozi A/X Armani Exchange, 10 Armani Jeans, 5 Armani Junior, 1 Giorgio Armani Accessori e 12 negozi Armani Casa in 35 paesi nel mondo.

Armani collabora con Mercedes Benz
Armani collabora con Mercedes Benz

A giugno, la boutique Giorgio Armani in via Condotti a Roma riaprì completamente rinnovata. Al restyling del negozio hanno lavorato lo stesso stilista e l’architetto Claudio Silvestrin. Inoltre, Mercedes-Benz e Giorgio Armani entrarono in una joint venture per la creazione della Mercedes-Benz CLK Giorgio Armani Design Car. Armani disse:

“Mercedes-Benz ha raggiunto una fama straordinaria per la qualità, lo stile e l’eleganza delle sue auto. Per me è stato molto interessante osservare quanto siano simili le nostre filosofie progettuali e il nostro modo di lavorare. Questo mi fa pensare che in futuro ci possano essere più opportunità per realizzare progetti comuni che possano sviluppare i nostri rispettivi punti di forza”.

In ottobre John Hooks fu nominato nuovo presidente della Giorgio Armani Japan, mentre Giorgio Armani rimase direttore commerciale del gruppo. Il terzo e più grande negozio di Armani/Funf-Hofe, il multi-concept di Armani, venne aperto in Theatinerstrasse a Monaco, sommandosi all’Armani di via Manzoni a Milano e all’Armani/Chater House di Hong Kong. I risultati economico-finanziari del 2003 furono brillanti. Il fatturato consolidato di 1.255 milioni di euro era cresciuto del 3% a cambi costanti. L’utile netto di 134 milioni di euro era aumentato del 14%. Eccellente anche l’aumento del patrimonio netto (149%), pari a 264 milioni di euro. Nello stesso anno la società investì 38 milioni di euro nella distribuzione, con 30 nuovi punti vendita aperti e 11 restyling.

L’espansione del brand

Armani Hotel Milano, interior design di una stanza
Armani Hotel Milano, interior design di una stanza

Nel febbraio 2004, il Gruppo Armani si diede agli hotel di lusso: firmò con EMAAR Properties PJSC, la più grande società immobiliare del Medio Oriente, un accordo per la costruzione di resort Armani e hotel di lusso. La collaborazione prevedeva l’apertura di dieci hotel e quattro resort entro sette anni. L’investimento fu di circa 1 miliardo di dollari. EMAAR doveva gestire gli aspetti costruttivi e manageriali e Armani sarebbe stata responsabile della progettazione e del design. A marzo, la società siglò un accordo di licenza pluriennale con Wolford AG per la produzione e la distribuzione mondiale della linea di calzetteria Giorgio Armani. In aprile, furono inaugurati il quarto negozio multi-concept nel Three on the Bund, a Shanghai e un negozio Armani a Dubai.

A luglio, la rivista Fortune pubblicò un elenco dei 25 business men più potenti in Europa: Giorgio Armani fu l’unico italiano citato, al 25° posto. Ad agosto, vennero aperti nuovi negozi Emporio Armani a Riga e a Shanghai; un mese dopo, a Parigi, fu inaugurato un negozio secondo il nuovo concept Emporio Armani.

“Il nuovo design di Emporio Armani a St. Germain fa parte di una strategia volta a rafforzare e differenziare le varie linee di prodotto e a creare un ambiente in cui l’architettura possa risaltare la presentazione delle collezioni, in modo moderno e accessibile alla clientela” Giorgio Armani.

A settembre aprì un negozio Armani Jeans in Corso di Porta Ticinese a Milano, progettato dagli architetti Massimiliano e Doriana Fuksas: all’interno anche un Armani Jeans Café. Nella boutique Armani di Maidson Avenue, la modella Eugenia Silva organizzò una vendita di beneficenza a favore dell’ American Museum of Natural History. Nel frattempo, ad Armani fu assegnato il Superstar Award ai Night of Stars Awards del Fashion Group International.

L’anno 2004 si chiuse con un fatturato di 1.299 miliardi di euro, (+6,5% a cambi costanti, +3,5% a cambi correnti). L’utile netto fu di 126 milioni di euro, in leggero calo rispetto all’anno precedente (-5,2%). Il patrimonio netto fu di 397 milioni di euro, con un incremento del 50,3% rispetto ai 264 milioni del 2003. Gli investimenti ammontavano a 50 milioni di euro, di cui 35 milioni per l’apertura di 16 nuovi negozi e il restyling di quelli esistenti.

La prima collezione Haute Couture

Nel gennaio 2005, il designer presentò a Parigi la prima collezione haute couture, la Giorgio Armani Privé. Trentuno abiti in puro stile Armani, unici e preziosissimi. 31 come gli anni di attività dell’azienda. In onore della storica amicizia con l’attrice Michelle Pfeiffer, Giorgio Armani commissionò al famoso fotografo Mario Testino una serie di scatti che vedessero l’attrice protagonista del catalogo donna primavera/estate 2005.

Giorgio Armani Prima collezione Haute Couture Collection, 2005
Prima collezione Haute Couture Collection, 2005

Il primo trimestre del 2005 registrò una crescita delle vendite dirette del 16% rispetto all’anno precedente. In particolare, le vendite in Cina sono aumentarono del 52%, in Giappone del 15%, in Europa del 10% e negli Stati Uniti del 3%. Nello stesso periodo aprì un nuovo negozio monomarca Armani Casa a Milano, in via Manzoni 37.

Armani fu nominato Designer of the Year dal Fashion Editors Club of Japan. La retrospettiva di Giorgio Armani, esposta al Guggenheim, venne trasferita al Mori Art Museum di Tokyo. Per l’occasione furono presentate le collezioni uomo/donna autunno/inverno 2005-2006. Al termine dello show venne anche presentata la prima collezione haute couture di Armani. In quel periodo il gruppo contava 4.700 dipendenti, 13 stabilimenti produttivi, 58 boutique Giorgio Armani, 11 negozi Armani Collezioni, 121 negozi Emporio Armani, 70 negozi A/X Armani Exchange, 12 negozi AJ/Armani Jeans, 6 negozi Armani Junior, 1 Giorgio Armani Accessories store e 17 negozi Armani Casa, distribuiti in 37 paesi in tutto il mondo. Il marchi del Gruppo Armani erano: Giorgio Armani, Armani Collezioni, Emporio Armani, AJ/Armani Jeans, A/X Armani Exchange, Armani Junior e Armani Casa.

Armani per la Nazionale Inglese di calcio

Nel maggio 2004, Armani vestì la Nazionale Inglese di calcio per gli eventi sportivi negli Stati Uniti. Armani disegnò anche le divise dell’equipaggio del Bribon, la nave a vela del Re di Spagna.

Al tempo, la Giorgio Armani controllava cinque linee: Borgonuovo 21, G.A. Collezioni Mani, AX (moda basic dell’omonima catena di negozi in Usa) e Armani Jeans, senza contare le linee di biancheria, intimo e costumi da bagno.

Dal 2005 ai giorni nostri

La beneficenza

Durante il World Economic Forum tenutosi a Davos a gennaio, Armani annunciò la sua partecipazione a (PRODUCT) RED, la rivoluzionaria iniziativa globale lanciata da Bono e Bobby Shriver per raccogliere fondi per il Fondo Globale per combattere l’AIDS in Africa. A supporto di RED, Armani disegnò i suoi primi due prodotti per (Emporio Armani) RED: un paio di occhiali da sole e un orologio. La collezione donna Emporio Armani per la primavera/estate 2007 venne presentata alla settimana della moda di Londra invece che a quella di Milano, durante un esclusivo evento di moda e musica che celebrava il lancio della prima capsule collection Emporio Armani (PRODUCT) RED. Alicia Keys, Andrea Bocelli, Beyoncé, Bono, 50 Cent e Leonardo DiCaprio sono solo alcune delle celebrità che parteciparono all’evento One Night Only. A fine anno, Giorgio Armani ricevette il Premio Leonardo 2006 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in qualità di importante rappresentante dei prodotti italiani di qualità all’estero.

Lancio della linea Cosmetics

Nel 2007, Giorgio Armani lanciò Crema Nera, primo prodotto della linea skincare, Attitude, nuova fragranza uomo, e Diamonds, profumo femminile Emporio Armani, la cui campagna pubblicitaria vide protagonista Beyoncé. La retrospettiva Giorgio Armani arrivò anche a Milano, alla Triennale. Nel frattempo, la sfilata Giorgio Armani Privé primavera/estate 2007 avvenne a Los Angeles, in concomitanza con la 79° edizione degli Academy Awards. Giorgio Armani aprì il suo quarto concept store a Ginza, Tokyo, chiamato Armani/Ginza Tower.

Il mercato asiatico

L’anno seguente Giorgio Armani entrò nel mercato indiano con i primi negozi Giorgio Armani ed Emporio Armani a Nuova Delhi. Altre inaugurazioni vi furono per i primi negozi Emporio Armani a Mosca e a Pechino. In europa aprì la più grande boutique Giorgio Armani a Milano, in via Montenapoleone. Altre novità furono il sito e-commerce Emporio Armani Europa e il nuovo progetto per un cellulare Emporio Armani Samsung Night Effect. Emporio Armani Underwear for women fu lanciato negli Stati Uniti. Giorgio Armani diventò membro onorario del Costume Institute al Metropolitan Museum di New York durante l’inaugurazione della mostra Superheroes: Fashion and Fantasy.

Collaborazioni e licenze

Nel 2012, al Festival di Cannes, Giorgio Armani presentò la collaborazione di un anno con J/P HRO (Haitian Relief Organisation), che includeva una campagna mediatica esclusiva in cui il designer e Sean Penn posavano insieme per la prima volta. Durante la settimana della moda femminile, venne inaugurata Eccentrico all’Armani/Teatro di Milano, mostra di abbigliamento e accessori dal 1985 al 2012, che mostrava lai fusione tra arte, moda e design. Il Gruppo Armani firmò un accordo di licenza esclusiva con Luxottica per design, produzione e distribuzione in tutto il mondo delle collezioni di occhiali Giorgio Armani, Emporio Armani e A/X Armani Exchange. In collaborazione con il gruppo Astas Holding/Bemes, venne annunciata la fine del progetto Maçka Residences, esclusiva area residenziale nel centro di Istanbul.

One Night Only

Armani Evento One Night Only, Roma
Evento One Night Only, Roma

Lo stesso anno si festeggiò il 10° anniversario del Gruppo Armani in Cina con l’evento One Night Only Beijing. Nel 2013 continuò la serie di eventi One Night Only, prima a Roma e poi a New York: il successo newyorkese fu tanto grande che il sindaco, Michael Bloomberg, istituì il 24 ottobre come il Giorgio Armani Day. L’anno seguente, Giorgio Armani inaugurò la One Night Only Paris.

Armani per la Nazionale Italiana alle Olimpiadi

Armani veste il team italiano alle Olimpiadi
Armani veste il team italiano alle Olimpiadi

Nel 2013 Giorgio Armani annunciò di voler prolungare l’accordo con il Comitato Olimpico, confermandosi Official Outfitter della Nazionale Italiana per le Olimpiadi invernali di Sochi (2014) e per le Olimpiadi di Rio de Janeiro (2016). A maggio 2014, Giorgio Armani, tenendo fede al rapporto di lunga data con il mondo del calcio internazionale, annunciò la collaborazione con il Bayern Monaco, con il quale il brand si sarebbe impegnato a creare creare l’abbigliamento ufficiale del club.

40° anniversario

Armani Campagna pubblicitaria New Normal
Campagna pubblicitaria New Normal

Il 2015 fu il 40° anniversario del Gruppo Giorgio Armani, celebrato con il lancio di New Normal, collezione completa, ma concisa, che creava un guardaroba ideale per la donna di oggi, riassumendo 40 anni di stile senza tempo. Giorgio Armani è stato nominato Special Ambassador per Expo Milano.

Il 30 aprile si tenne una grande festa con più di 500 ospiti, tra cui VIP, celebrità, autorità e stampa internazionale. Lo stesso giorno Armani/Silos, il grande spazio espositivo dedicato all’esperienza professionale di Giorgio Armani, aprì le sue porte per la prima volta.

Armani Silos Milano, installazione
Armani Silos Milano, installazione

Il Ministero dello Sviluppo Economico e li Poste Italiane celebrarono il 40° anniversario di Giorgio Armani e l’apertura di Armani/Silos con l’emissione di un francobollo dedicato. Il primo ottobre venne pubblicato il libro di Giorgio Armani (edito da Rizzoli New York) in cui egli racconta in prima persona quarant’anni di carriera, di stile e di passione. Il volume era già stato presentato al pubblico il 28 settembre dal famoso giornalista inglese Suzy Menkes, alla conclusione dello spettacolo Giorgio Armani.

Situazione attuale

Nel 2016, Giorgio Armani ricevette il “Collare d’oro al merito sportivo”, per i suoi contributi al mondo dello sport. Il 14 aprile Giorgio Armani si recò a Mosca per una serie di eventi che celebravano l’avvento del Gruppo Armani in Russia. Dopo Londra 2012 e le Olimpiadi invernali di Sochi, continuò la collaborazione con il Comitato Olimpico Nazionale italiano: EA7 Emporio Armani fu, ancora una volta, fornitore ufficiale delle squadre olimpica e paraolimpica Italiana ai Giochi Olimpici di Rio 2016. Nel mese di luglio, Giorgio Armani annunciò la creazione della Fondazione Giorgio Armani, volta al pubblico e al sociale. La Fondazione doveva anche servire ad assicurare che gli asset di governance del Gruppo fossero mantenuti stabili nel tempo, coerenti con i principi alla base delle attività di Giorgio Armani di designer e imprenditore.

A settembre, all’Armani/Silos, fu inaugurata “Emotions of the Athletic Body”, mostra fotografica dedicata alla celebrazione di sportivi e atleti, curata personalmente dal designer, il quale ebbe la possibilità di attingere dai vasti archivi di fotografie che lui stesso aveva commissionato nel corso degli anni. A settembre, Giorgio Armani presentò a Parigi, per la prima volta, la collezione donna primavera/estate 2017 Emporio Armani durante la settimana della moda. Venne annunciata una partnership biennale tra EA7 Emporio Armani e RCS Sport: la linea sportswear sarà sponsor della 17° maratona annuale di Milano, la Milano Marathon. Il club esclusivo, Armani/Privé, viene riaperto con un look completamente rinnovato.

Armani Campagna pubblicitaria primavera/estate 2017
Campagna pubblicitaria primavera/estate 2017

Nel 2017 il Gruppo Giorgio Armani annuncia la riorganizzazione del portafoglio brand: a partire dalla stagione primavera/Estate 2018, i brand saranno Giorgio Armani, Emporio Armani e A/X Armani Exchange. Inoltre, Emporio Armani viene portato per la prima volta alla London Fashion Week con la collezione primavera/estate 2018 read-to-wear. Viene riaperto anche il rinnovato negozio di Bond Street.

And

Columbia Spa, player italiano della camiceria, fondata nel 1981 a Mirano (VE) da Paolo Pistellato, crea nel 1993 il marchio And. Columbia, nata con l’obiettivo di disegnare, produrre e distribuire camicie donna e uomo attraverso partnership con grandi gruppi internazionali, apre il primo negozio monomarca And, punto vendita caratterizzato che riscuote subito successo. Le collezioni And propongono uno stile ageless, che si posiziona fuori dal trend e fuori dal classic: una filosofia dove i contenuti moda si affiancano a proposte basic, dai capi da indossare tutti i giorni fino a quelli che soddisfano le esigenze più formali. Per la donna, And propone camicie, maglieria e confezioni affiancando alla linea principale Andissime proposte per taglie comfort femminili; mentre per l’uomo camicie e maglieria. Oltre che in Italia, in cui ha da poco raddoppiato la sua presenza a Roma e imposto il suo stile a Milano, anche grazie ad eventi e collaborazioni con la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti), è presente in paesi come Spagna, Austria, Croazia e Slovenia e ha come obiettivo quello di inaugurare a breve il 200° negozio.