Casati

Luisa (1881-1957). Grande Eccentrica e icona dell’eleganza. “Voglio essere un’opera d’arte vivente” diceva la marchesa, nata solidamente e floridamente borghese come Luisa Amman e poi sposata al marchese Casati nel 1900. “Essere un’opera d’arte vivente”: una dichiarazioni d’intenti che riecheggia l’estetismo wildiano dell’esistenza come un capolavoro, ma anticipa anche il divismo pop-mediatico di Andy Warhol. Lei nell’aspetto diventa presto, con la sua bellezza antigioconda l’emblema di una femminilità fatale, imprevedibile, inquietante: alta, magrissima, con il candido volto dominato da predatori occhi verdi (sempre circondati dal nerofumo e inondati dalla belladonna per renderli più profondi), e incorniciato da una cascata di riccioli rossi. È la Protagonista Assoluta del primo trentennio del XX secolo: non solo della mondanità, ma anche dell’effervescenza creativa che condensa intorno alle leggendarie magioni, il Palazzo dei Leoni a Venezia, il Palais de Rose a Parigi, la villa San Michele a Capri, la casa avita di Arcore, oggi residenza di Silvio Berlusconi. Vi invita artisti in feste ormai depositate nel mito, ricchissime e dissennate, chiedendo, nel corso degli anni, a Boldini, Augustus John, Van Dongen, Brooks e Zuloaga di ritrarla. A Drian, Martini e Alastair di disegnarla. A Balla, Barjansky ed Epstein di scolpirla. A Beaton, de Meyer e Man Ray di fotografarla (quest’ultimo realizzerà il celeberrimo ritratto in cui ha tre paia di occhi). A Bakst, Poiret, Fortuny ed Erté di vestirla creando abiti-costume improbabili: pellicce lunghe fino ai piedi con cui passeggia di notte, lasciate aperte sul corpo nudo, scortata da tigri trattenute con guinzagli di diamanti da servitori neri completamente rivestiti di foglia d’oro. Il gusto parossistico per l’ego, per il capriccio come regola nascondono però in lei una dissonanza pallida come il suo volto, la traccia di una estraneità sotterranea da se stessa che la spinge sempre altrove. Nei luoghi – fu una delle più grandi viaggiatrici del suo secolo e i cinquanta bauli di leopardo e velluto nero che precedevano i suoi arrivi erano ammirati come processioni – ma soprattutto nella ricerca di emozioni. La passione per la magia nera, le sedute spiritiche, i serpenti veri come bijoux, la fissazione per il “döppelganger” (negli anni ’20 si fa costruire una sua riproduzione in cera che mette a tavola vestita come lei, divertendosi poi a ingannare gli ospiti rimanendo immobile per tutta la cena) indicano una personalità febbrile e autodistruttiva nella sua splendente, ridondante decadenza. Unico stabilizzatore del suo umore-amore, Gabriele D’Annunzio, che la ribattezza Coré e ne gode molti benefici, soprattutto economici. Ma è lui ad aiutarla a coltivare il senso dell’avanguardia: è la musa dei Futuristi, ammalia Diaghilev, commissiona musiche a Ravel. Personaggi cinematografici a lei ispirati verranno interpretati da Theda Bara, Ingrid Bergman, Valentina Cortese, Vivien Leigh. La sua figura viene celebrata nel ’98 da John Galliano per la Collezione Haute Couture primavera-estate. Le costa caro diventare un mito: nel 1930 i suoi debiti ammontano a 25 milioni di euro. Vende molti dei suoi ritratti, per sfuggire ai creditori scappa dalla nipote a Londra, dove muore povera ma non sola nel ’57. Sulla sua tomba, una citazione dello shakespeariano Antonio e Cleopatra: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”. La sua vita è la metafora di un mondo che non esisterà mai più: quello dell’estremo lusso unito allo sprezzo di ogni convenzione.