Carpi

Città a 18 chilometri da Modena. È fra i capisaldi europei della maglieria. Gli economisti affermano che il “miracolo Italia”, dagli anni ’50 in poi, ha le sue radici più a Carpi, o in certi borghi del Veneto o nei feudi della calza come Castel Goffredo, che nella Torino della Fiat o nella Milano della Pirelli. Il “caso Carpi” non nasce dal nulla. Ha alle spalle una lunghissima tradizione di imprenditorialità diffusa e di artigianato altamente qualificato e capillare nella realtà socioeconomica di quella zona: centinaia di aziende e unità produttive anche monofamiliari che avevano fatto di Carpi la capitale del cappello di paglia di Firenze, dalla lavorazione del truciolo alla paglietta, alla magiostrina, e che sono state duramente bastonate dal decadere di quella moda, dal declino del copricapo. Finita la guerra, quella miriade di industrie, di ditte, di piccoli laboratori si riconvertono, si buttano nel campo della maglieria intuendo che, dopo la bufera, arriverà il benessere, arriverà la fame di guardaroba. Non è una riconversione generalizzata dall’oggi al domani, come se ci fosse stata una parola d’ordine. È un piccolo manipolo di imprenditori della paglietta a cominciare e l’esempio, per emulazione, per imitazione, attecchisce: un brulicare di minime, spesso casalinghe realtà artigianali, di donne passate dai ferri da calza ai telai Cotton, alla follatura, alla garzatura, al doppio cilindro delle macchine circolari, di famiglie che chiedono al telaio quel che la lavorazione della paglia o il lavoro dei campi non assicura più. Via via negli anni, spuntano una miriade di aziende, di “terzisti”, di famiglie ai telai, di “rettilinee” al lavoro sotto i porticati delle aie, di motori di Lambretta che scoppiettano sui terrazzini, sui poggioli delle case per trasmettere energia alla macchina di maglieria che sta nel tinello. Lavorano nonni, genitori, figli: la madre nel ruolo di creativa e quasi sempre di manager, il padre tecnico dei telai, la prole ai turni che occupano tutte le 24 ore della giornata, perché, come ha raccontato Umberto Severi, pioniere e, un tempo, mattatore della maglieria di Carpi, “Giorgio sta alla macchina di mattina, la Maria fa il pomeriggio e Luciano la notte”. Piazzare il prodotto, guardando soprattutto ai mercati internazionali, è qualcosa che appartiene al Dna dei carpigiani. “Avevamo nel sangue l’abitudine di guardare al di là dei nostri confini”, ha testimoniato Severi, “il nome Carpi rappresentava una credenziale per chi, come feci io quand’ero ancora un pivello, andava nel mondo a vendere. La nostra industria di cappelli di paglia si era fatta conoscere: la ditta Riuniti aveva sedi a Parigi, a Londra, a New York, a Tokyo, esportava in tutti i continenti”. Il tessuto dell’imprenditorialità diffusa favorisce il formarsi di un sistema basato sul decentramento produttivo in una geografia che, entro minime distanze, dispone di tutte le fasi della lavorazione e dei necessari servizi: filature, tintorie, tessitura a maglia, confezione, stireria, laboratori di manutenzione per i telai. “In tale sistema”, scrivono Elisa Massai e Paolo Lombardi nel saggio L’industria della maglieria nell’alta moda e nella moda pronta dal 1950 al 1980 (La moda italiana, Electa ’87), “ogni impresa, che progetta il prodotto e raccoglie gli ordini, organizza attorno a sé una serie di terzisti, ai quali affida la realizzazione di singoli articoli e di fasi di lavorazione, ottimizzando tempi e spese di produzione. Le strutture aziendali sono leggere e riducono al minimo indispensabile i costi fissi”. Nel marzo del 1962, Giorgio Bocca, in una serie di reportage per Il Giorno sul “miracolo” nella provincia italiana, inquadra una Carpi già “miracolata”: “…edifici bramanteschi e torri estensi circondati dai dadi rosa-azzurro delle fabbriche, centinaia di fabbrichette con il nome dell’azienda sopra: Clorinda, Miriam, Ccc, Lucy, Giba, Noemi, Effegi, Globus, Marilyn, Magic (…) Sono fabbrichette strane, magari senza una macchina e con poche operaie ma capaci di fornire quantità inverosimili di maglie. Più che fabbriche, luoghi di recapito e di smistamento per le lavoranti a domicilio, ma sì, quelle lunghe fila di donne in bicicletta con i fagotti appoggiati sul manubrio, matasse di lana se rincasano, maglie se vanno in azienda. Nelle aziende si rifinisce il lavoro e si commercia. (…) Se Carpi non esistesse, bisognerebbe inventarla. Per spiegare ai posteri ciò che ha potuto essere il “miracolo” all’italiana. L’anno scorso, ha esportato maglie per diciotto miliardi e per altrettanti ne ha collocate sul mercato interno. Se stiamo alla maglieria, questa è la terza città d’Europa e la prima d’Italia. Qualcuno stenta a crederlo: dieci anni fa qui si era a zero, milleottocento mondine andavano a cercar lavoro nelle risaie piemontesi, la miseria dei braccianti era un brutto peso per tutti.” In quel 1962, le aziende erano 250. Invece della rivoluzione dei rossi (Carpi, come tutta l’Emilia, era comunistissima), era arrivata, scriveva Bocca, la rivoluzione dei “maier”, dei magliai. Oggi le imprese carpigiane sono (il dato è del ’96) 2000. Erano 2258 nel ’90. Fra alti e bassi, boom e difficili congiunture, Carpi resta una capitale della maglieria mondiale e lo specchio di quel “miracolo all’italiana” che si può capire solo se si dà al termine miracolo un significato esclusivamente laico, liberandolo dai suoi risvolti stregoneschi o divini: non un evento che viene dall’alto, ma una realtà costruita dall’intelligenza, dall’intuito, dal coraggio del rischio, dalla creatività, dalla fatica e dalla duttilità imprenditoriale.