Capucci

È ritenuto il più grande creatore italiano d’alta moda, intesa come fucina di pezzi unici. Comincia a disegnare vestiti giovanissimo. Nel ’51 presenta le sue prime creazioni a Firenze, sotto l’egida di Giovanni Battista Giorgini, suscitando sensazione e scalpore e riscuotendo immediato successo. Nel ’56, dopo la sfilata a Palazzo Pitti, viene acclamato dalla stampa internazionale come il miglior creatore di moda italiano. Riceve i complimenti persino da Christian Dior: "In Italia avete un ragazzo prodigio che si chiama Roberto Capucci, se capita a Parigi che mi venga a trovare". Non potrà farlo perché l’inventore del New Look muore quello stesso anno. Nel ’58, con la creazione della sua linea A scatola, si aggiudica l’Oscar della Moda, premio istituito dalla Filene’s di Boston che, per la prima volta, viene assegnato a uno stilista italiano. Dal ’62 al ’68, si trasferisce a Parigi dove apre un atelier e dove sarà il primo couturier italiano cui viene offerto di dare la firma a un profumo. Nel ’70, collabora con Pier Paolo Pasolini che lo sceglie per disegnare i costumi di Silvana Mangano in Teorema. Con il tempo si accentuano sempre di più il suo gusto per la ricerca e la necessità di autonomia dalle mode imperanti ma anche dalla ripetitività dei calendari e dalla logica della griffe. Nei primi anni ’80, quando le sfilate arrivano in televisione e si afferma il prêt-à-porter, abbandona la Camera della Moda e sceglie di presentare le sue creazioni secondo i suoi ritmi, in città sempre diverse, spesso in musei. Nell’86 è chiamato all’Arena di Verona a ideare i costumi delle sacerdotesse della Norma in Omaggio a Maria Callas. Nel ’94, gli viene conferito il titolo di Accademico di Brera. Nel ’95 è invitato dal China Textile Council a tenere un ciclo di seminari sull’arte della moda presso le università di Pechino e Shanghai. Romano, figlio di un medico, studia al liceo artistico e all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove è allievo di Mazzacurati, Avenali, De Libero. Arriva alla moda quasi per caso: avrebbe voluto fare lo scenografo, il costumista, forse l’architetto. Outsider sin dal debutto, è spaventato "dal contagio della volgarità, dal mal gusto imperante, dalla bruttezza" e sceglie la turris eburnea del suo atelier e di una creatività in solitario. Vive appartato, cercando stimoli ben lontani dall’universo — per lui troppo commerciale — della moda. Li trova in un viaggio lontano, osservando il volo di un uccello durante un safari in Africa, ma anche soltanto sbucciando un’arancia, copiando l’elegante voluta della buccia. Trae la sua ispirazione guardando un quadro, una statua, un’armatura, osservando il plissé di una gorgiera, la voluttuosità di un damasco in un ritratto del Bronzino, il panneggio di un manto in una statua del Bernini, l’imprecisabile azzurro in un corsetto di Cosmè Tura. È anche per affinità che sceglie, come cornice più adeguata a mostrare le sue opere, antichi palazzi patrizi, musei, accademie, sale per concerti; e ogni sua sfilata è un evento, più simile alla personale di un artista che a un défilé. Per preparare una collezione, disegna fino a 1200 bozzetti di abiti, prima in bianco e nero per non essere influenzato dal colore, poi li seleziona. Ogni suo vestito può richiedere fino a 4 mesi di lavoro e fino a 180 metri di tessuto, scelto sempre fra i più pregiati. Capucci è l’ultimo a usare il taffettà ermesino, tessuto a mano su telai del ‘500. Pretende rasi che abbiano la morbidezza del crêpe, utilizza il sauvage, seta grezza ricercatissima, il mikado, la georgette, stoffe fatte tingere a Lione, riproduce fino a 172 sfumature di uno stesso colore nella plissettatura di una cappa, di un corpetto, di una gonna, come nell’abito ispirato agli Oceani esposto al padiglione italiano nell’Expo di Lisbona del ’98. Persegue un suo sogno visionario di bellezza in abiti-scultura con volute, creste, nervature che hanno la sontuosità e insieme il rigore e la ieraticità di costumi rinascimentali, di architetture fantastiche, di allegorie spettacolari, abiti di fortissima personalità e di nessuna praticità, ricercati per grandiosi balli o per matrimoni particolarmente importanti. "Non mi sono mai lasciato influenzare dalla logica del quando me lo metto, dove ci vado? Non esisterebbe la storia del costume se altri, nei secoli, avessero pensato così", ripete. È il primo, negli anni ’60, a realizzare passerelle di avanguardia con gag di umorismo stralunato e sottile, in cui si diverte a sperimentare ogni sorta di materiali: rafia, paglia, sassi di mare, plastica riempita d’acqua colorata, bambù, tela di sacco, vetroresina, perspex, grani di rosario fosforescenti (nel ’65 a Parigi). Respinge l’inflazionata definizione di stilista preferendo essere chiamato ricercatore. È il primo ad aborrire e condannare il fenomeno delle top-model, che a suo avviso "vampirizzano" gli abiti. La sua prima cliente fu Isa Miranda, poi Doris Duranti ed Elisa Cegani. Elvina Pallavicini, la principessa dello scisma Lefebvre, fece da battistrada alle primedonne e alle prime fanciulle della grande aristocrazia nera, le cosiddette "capuccine", come le definì Irene Brin. Ha vestito per occasioni particolarmente solenni principesse, dive, first ladies: da Gloria Swanson a Marilyn Monroe, da Jacqueline Kennedy a Silvana Mangano, che Capucci considera la donna più elegante da lui incontrata. Indossava un suo abito in velluto con piccolo strascico Rita Levi Montalcini a Stoccolma, durante la cerimonia del Nobel. Fra le sue mostre personali, Roberto Capucci, l’Arte della Moda, Volume, Colore, Metodo a Firenze, Palazzo Strozzi (organizzata da Pitti Immagine su idea di Luigi Settembrini) e a Monaco di Baviera, Stadtmuseum, nel ’90; Roberto Capucci, Roben wie Rustungen nel ’91 al Kunsthistorisches Museum: 80 suoi abiti affiancati ad altrettante armature da cerimonia del XV secolo; Roberto Capucci, i percorsi della creatività a Roma, Palazzo delle Esposizioni nel ’94, anno in cui a Montefalco (Perugia) alcuni abiti dell’archivio Capucci vengono esibiti accanto a opere d’arte del ‘400 di Benozzo Gozzoli e del Perugino; I disegni mai realizzati di Roberto Capucci, a Milano, Palazzo Bagatti Valsecchi nella primavera del ’99. Suoi vestiti sono esposti permanentemente in numerosi musei del mondo, fra cui: Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze, Museo-Fortuny a Venezia, Victoria and Albert Museum a Londra, Kunsthistoriches Museum a Vienna.

2001, febbraio. Capucci festeggia 50 anni di moda. Venezia gli dedica una mostra, ideata e curata da Gianluca Bauzano, patrocinata dalla Camera Nazionale della Moda e realizzata da Nylstar, in occasione della terza edizione dei Meryl Awards.
2001, luglio. Vende una parte del suo impero a Franco Bruccoleri, da 20 anni distributore di grandi marchi in Europa. Bruccoleri è a capo di una cordata di investitori che hanno deciso di rilanciare il marchio di Capucci, senza intaccarne l’identità. Roberto Capucci rimarrà direttore artistico della maison.
2002, maggio. In occasione della mostra di Capucci a Tokyo, Sistema Moda Italia, insieme all’Associazione Tessile Italiana e alla Camera della Moda, organizza nello stesso luogo Flash Made in Italy. Un’installazione con 4 megaschermi, 5 monitor e uno spazio per incontri tra imprenditori italiani e buyer giapponesi. Sono proiettate immagini di sfilate di Milano Moda Donna, di manifestazioni italiane sui filati e l’abbigliamento. La zona internet dà la possibilità di visitare i siti di oltre 600 aziende. Le griffe italiane, nel 2001, hanno esportato in Giappone capi e accessori per 954 milioni di euro (più 10 per cento rispetto all’anno precedente).
2003, marzo. Un nuovo gruppo creativo, entrato a far parte della maison, ne reinventerà lo stile e l’immagine per il prêt-à-porter, basandosi su un archivio di 30 mila disegni, bozzetti e schizzi (di cui quasi la metà inediti) e nel rispetto della tradizione della casa romana. Sono tre i creativi: il tedesco Bernhard Wilhelm, la spagnola Sybilla, e l’americana Tara Subkoff, designer di Imitation of Christ.
2003, maggio. Abiti come sculture, vere opere d’arte, quelli esposti da Roberto Capucci, in una mostra che ha trovato la sua giusta sede nella settecentesca Villa Panza, ceduta in donazione al Fai dal collezionista di arte contemporanea Giuseppe Panza di Biumo. Gli 80 abiti storici di Capucci sono messi in relazione, per forme e colori, con le opere d’arte che li circondano. È una retrospettiva molto ampia che parte dalla Linea a Scatola del 1958. C’è il "Fuoco" presentato a New York nell’85, il gruppo di abiti per la Biennale di Venezia del ’95 ispirato a un mondo immaginario di elementi minerali, e naturali; l’Oceano creato per l’Expo di Lisbona che unisce mille pezzi di tessuti a simulare i colori del mare, il Giorgini in onore dei 50 anni di moda italiana (2001) e di colui che la lanciò a Firenze nel 1951. La mostra è curata da Gianluca Bauzano, con catalogo di Skira.
2003, luglio. La nuova collezione Eveningwear, disegnata dalla stilista spagnola Sybilla, è presentata a Parigi. L’happening vede anche il debutto della nuova linea di scarpe che Franca Maria Carraro ha disegnato per il marchio. L’alta moda continua a essere opera di Capucci. Una selezione di capi che anticipano la primavera-estate 2004 è presentata al 46 di rue de Sevigné. (Gabriella Gregorietti)
Nel 2006 viene costituita la Fondazione Roberto Capucci con l’Associazione Civita che opera da circa 20 anni nella valorizzazione del patrimonio culturale italiano. La Fondazione ha la finalità di conservare e promuovere la conoscenza del lavoro del Maestro e l’obiettivo di renderlo strumento di formazione e di crescita per la cultura e le idee nella moda, nel design, nell’alto artigianato. La Fondazione è una piattaforma per la selezione e il lancio di giovani talenti e luogo d’incontro e di genesi di nuove creatività e ha sede presso la Villa Bardini di Firenze in Oltrarno. A partire dal 2007 vengono organizzati i primi eventi, tra i quali la mostra "Elogio del Maestro" conclusasi nel marzo 2009. Una serie di immagini esposte nella Stanza delle Esposizioni Temporanee realizzate dal fotografo Fiorenzo Niccoli, che è stato il più fedele tra i reporter del Maestro e sin dalla metà degli anni ’70 lo ha seguito con una continua e costante ammirazione. "La stima e la fiducia che nutro per Niccoli sono incrollabili", afferma Capucci, "e gli dedico molto volentieri uno spazio nel mio museo". Sempre nel 2009 da marzo a maggio le creazioni di Roberto Capucci sono state esposte a Palazzo Fortuny di Venezia. Simbolo della mostra è stata la nuova creazione "Sposa in Rosso".