Brunetta

Mateldi (1904-1988). Disegnatrice, illustratrice, pittrice italiana. Conoscevo Brunetta, anche prima della guerra, cioè l’incontravo qui e là, piccola, magra, caracollante sui trespoli dei tacchi a spillo, gli occhi verdissimi pesantemente anneriti dal bistro (mi ricordavano quelli di Colette), e nascosti da bellissimi, eccentrici cappelli che spesso confezionava lei stessa. Ma la mia vera conoscenza di Brunetta avvenne il primo anno di guerra a Bagutta, la trattoria milanese dove, nel 1927, è nato il protopremio letterario italiano. Da poco ero stata ammessa alla famosa tavola. Quella sera, avevo un tricorno di velluto cognac con la veletta a pois di ciniglia. Seduta davanti a me, Brunetta mi chiese di togliermi la veletta e in dieci minuti mi fece un ritratto delizioso senza ombra di caricatura: “Il mio terzo occhio non ha visto proprio niente che potesse dar spunto a una caricatura cattiva”. Non c’era bisogno del terzo occhio, lei aveva negli occhi il radar. Mi sbalordiva quando la vedevo alle collezioni, a teatro, per la strada: i suoi disegni erano esattissimi eppure molto più veri del vero. I suoi schizzi dei Balenciaga erano molto più spagnoleschi degli originali di Cristobal stesso. Un giorno, glielo dissi. Mi rispose: “È che io ho gli occhi come certe lenti: con il punto focale che vede il dettaglio più insolito, più aggressivo, più nascosto”. Per questo, lei trasformava le più comuni figure in personaggi; le spogliava coi suoi occhi e le rivestiva con la sua matita come dovevano e volevano essere per rappresentare quel tipo, quel vestito, quell’ambiente. Forse applicava anche a se stessa questa inesorabile lente, perché una volta, guardandosi allo specchio, mi disse: “Io non mi vedo, sai: io non ci sono, io sono uno dei miei personaggi”. Umorismo o amarezza di non amarsi come era e come non voleva essere vista? Certo i suoi sbalzi d’umore spesso lasciavano interdetto chi non la conosceva bene, quei suoi sfoghi d’ilarità seguiti a mutismi, quelle quasi furtive gentilezze seguite da sgarbi o violente proteste non erano che le conseguenze di una grande sensibilità e intelligenza, e di una spaventosa solitudine. Nata a Ivrea, studi all’Accademia di Belle Arti a Torino e Bologna, venuta a Milano sposa giovanissima di Filiberto Mateldi scenografo, pittore, caricaturista, grande amico di Lucio Ridenti, altro piemontese, ultimo dandy d’Europa, fondatore e direttore per anni dell’allora importante rivista teatrale, Il Dramma. Furono loro a crearle un background. “Devo tutto a mio marito”, diceva sovente, dimenticando tutto quello che lei gli aveva dato nei lunghi anni della malattia, sacrificandogli anche la grande occasione che le era stata offerta di andare a New York per un battesimo internazionale. Ma dagli stranieri che contano, Brunetta è stata sempre riconosciuta. Quella acuta, pimpante irlandese Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, fu la prima ad aprirle le pagine della sua bella rivista e alle sfilate di Parigi voleva disegnasse per lei, “perché non c’è sulla piazza più geniale interprete di Brunetta”. Pierre Cardin la stimava al punto da organizzarle una mostra al suo Espace: “Non è solo un’interprete della moda, la ricrea genialmente”. Aveva ragione perché i suoi schizzi inchiodano inesorabilmente tutti i corsi e i ricorsi, le mutazioni, i furti di questi anni. Ha lasciato preziosi libricini, notes di schizzi, più evidenti dei diari dei Goncourt: è una testimonianza visiva che va dalla società del”l’Hotel de Paris di Montecarlo alla gente anonima dei giardini del Lussemburgo, da De Chirico a Joséphine Baker, da Twiggy alle madri d’Italia al tempo di Mussolini. Orio Vergani ha scritto: “Il disegno e la pittura sono in lei istinto. Disegnerebbe con la cenere della sigaretta o con il dito intinto nel fard. Dipingerebbe con la polvere delle ali delle farfalle. Ma l’istinto conta assai poco se non lo guida un sentimento, il quale non è la cosiddetta sensibilità o un movimento del cuore. Il sentimento è la nostra capacità di misurare la vita, non come il disegno misura matematicamente una pupilla, una mano, un braccio, ma la vita, il fluido di quella pupilla, di quella mano, di quel braccio. Ed ecco nascere i disegni e gli acquerelli di Brunetta che non sono “disegni di donne” o crudi riferimenti alla moda, ma storie di donne, racconto di un’ora di femminilità, con tutto il mistero delle sue civetterie e delle sue melanconie”.