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Irene pseudonimo di Maria Vittoria Rossi (1914-1969). Giornalista e scrittrice italiana. Nacque a Sasso di Bordighera, in quella stessa casa dove poi morì a soli 55 anni. Apparteneva a una famiglia alto-borghese; il padre era generale, la madre una nobile austriaca. Iniziò la carriera di giornalista, firmando i suoi pezzi Mariù, al Giornale di Genova e al Lavoro. Leo Longanesi apprezzò talmente quegli articoli così brillanti, acuti e colti (i suoi autori preferiti e sempre citati erano Saint-Simon, Proust e Musil) da volerla subito a Omnibus, il primo settimanale a rotocalco uscito in Italia alla vigilia della seconda guerra mondiale e quasi subito soppresso dal regime fascista. Fu lui a inventarle lo pseudonimo con cui sarebbe diventata celebre. La perfetta conoscenza delle lingue straniere, un umorismo sottile e garbato abbinato a un intuito speciale, per non parlare del suo grande stile, la resero immediatamente la prima grande giornalista di costume in quell’Italia piccola e provinciale. Queste sue straordinarie qualità sono esemplificate al meglio in Usi e costumi 19201940, pubblicato nel ’44 da Donatello De Luigi, editore in Roma. Sposò Gasparo Del Corso, un brillante ufficiale proprietario della galleria d’arte L’Obelisco e insieme, per primi, fecero conoscere a Roma le opere di Cocteau, Matta, Magritte e DalÕ. Donna Irene, come veniva chiamata dagli amici, era molto bella e molto miope ma aborriva gli occhiali; era sempre vestita in modo sofisticato e anticonformista. L’appartamento a Palazzo Torlonia dove abitava, arredato con divani di velluto nero, paraventi Coromandel e splendidi quadri moderni, rifletteva il suo gusto raffinato. Oltre ad avere una seguitissima rubrica di consigli sul settimanale La Settimana Incom che firmava “Contessa Clara”, si occupò di moda per varie testate italiane, come Bellezza, e americane. Fu un’autentica talent scout e si batté perché i sarti italiani si buttassero alle spalle la sudditanza parigina. Bista Giorgini, l’inventore delle sfilate fiorentine che lanciarono il made in Italy, trovò in lei un’intelligente alleata. Per far conoscere oltreoceano le grandi sartorie italiane del dopoguerra, organizzò “8 contesse 8”, un tour in America in cui otto bellissime e aristocratiche signore romane s’improvvisarono indossatrici di moda. Di lei, nel Lato Debole, Camilla Cederna ha scritto: “La conobbi una lontanissima estate in Liguria, in un albergo di impronta mitteleuropea ora scomparso. Era molto bella con chiarissimi occhi spalancati sul mondo che osservava instancabile. Era molto giovane e già scriveva, ogni domenica, sul Lavoro di Genova, una mezza colonnina in margine a fatti, avvenimenti, incontri, firmata Mariù. E bastò quella mezza colonnina a far capire che era nata la prima giornalista italiana e a farla guardare con ammirazione, invidia e molto sospetto (…) negli anni un cui la donna che scriveva usava toscaneggiare tra la Nunziata, il Bista e abballinare le materassa; o, chiusa in un bozzolo di provincialismo, dipanava evasioni villerecce col fattore, pazze rincorse di violinisti satanici; se no favoleggiava di sciagurate avventure con avieri o sceicchi; oppure dalle pagine di violacei rotocalchi, indirizzava le lettrici sul taffettà celeste per una bella coperta da letto? (…) Fu la prima a intuire e a bollare, con penosa amarezza, e soprattutto a scriverne, le meschinerie delle mezze calze, degli arrampicatori, i piccoli giochi d’equilibrio degli arrivisti, le ipocrisie e le stupide astuzie del generone (…) Era modesta, aveva una grande dignità, era discretissima, non si rendeva conto di essere stata nel giornalismo italiano, non solo femminile, una maestra, un esempio, una pioniera. Nessuno l’ha mai sentita parlare di sé, altro che sorvolando o ridendo”. La casa editrice Sellerio ha ripubblicato nell’81 Usi e costumi 19201940, facendolo seguire, nel ’91, dal Dizionario del successo, dell’insuccesso e dei luoghi comuni, da Le visite e, nel ’94, da Cose viste 19381939.