Borsetta

Termine che, nella sua derivazione dal diminutivo del latino bursa, si è affermato rispetto a borsa, in parallelo con l’uso poi esclusivamente femminile che ha finito con il distinguerla, specie da quando, nel tardo ‘800 e dopo gli anni ’20 del ‘900, è diventata oggetto dello stilismo e anzi protagonista mutevole come la moda. Si fa ascendere alla nascita del denaro, alle monete, quella della borsa che i Greci chiamavano byrsa, cioè cuoio. La borsa, come ogni oggetto connesso con la moda dell’abito, riflette nei secoli il costume e la vita quotidiana: dalla aumonière venuta dalla Francia dopo le Crociate, in panno ma anche in seta e velluto, che le dame amavano ricamare con le proprie mani, alle scarselle, ai marsupi maschili, tempestati d’oro e gemme, fino alle borse rinascimentali, il tessuto raffinato a caratterizzarle. Furono gli ampi abiti femminili, dotati di maniche vaste e aperte, ma anche di tasche, a eclissare nel ‘600 la borsa. Inoltre, serviva allo stesso scopo il manicotto, fornito di tasche e taschini. A metà del ‘700 le borse piatte, da appendere alla cintura, sono aperte in altezza e direttamente accessibili dalle aperture dell’abito. Ma l’arrivo dei panier e degli abiti di linea attillata fecero tramontare tasche e borse. Ma ecco, all’epoca del Direttorio francese, rispuntare la borsa come accessorio indispensabile una volta ancora per la donna alla moda, linea affusolata negli abiti lievi e fluttuanti come le antiche reticule romane, ribattezzate redicules, appese al braccio con nastri di seta. Con identico parallelismo, nel 1800, dopo rare apparizioni, frequenti sparizioni e recuperi preziosi dell’antica armonia nelle scarselle alla Maria Stuarda da appendere alla cintura, le borse tornano di moda dopo la caduta della crinolina, nell’avvento della famosa linea S, e cominciano a differenziarsi secondo l’uso: per abiti da pomeriggio, viaggio, spese. La vera affermazione inizia tuttavia dopo gli anni ’20 del ‘900. Nascono forme destinate a durare nel tempo, rettangolari quasi sempre, in vari pellami, marocchino, capretto, piccole, sobrie, curate negli interni. Se per la sera è di prammatica la trousse in tartaruga, in argento, vero necessaire per il ritocco (intramontabili fino agli anni ’40), per il giorno la borsa, al di là dei modelli ormai prodotti industrialmente, riceve il crisma della moda come accessorio di punta. Passeranno alla storia: la borsa Chanel (busta minuta in nappa, satin, interamente percorsa dalle caratteristiche impunture a losanga, il manico in catenella dorata); la serie per il giorno, la sera e per il viaggio di Hermès, con dettagli ispirati alla selleria; le borse di Gucci (attivo dal 1912) e Gherardini (dal 1885). Negli anni ’30, forse i più eleganti del ‘900, mentre si instaurano i paradigmi dell’accordo fra il sempre più indispensabile accessorio e l’ora, la stagione, l’abito, le scarpe, i pellami e i loro toni, nascono alcune delle borse più celebri: Hermès crea (’35) quella che, riprodotta a 20 anni di distanza, ha la fortuna di piacere a Grace Kelly e finirà con l’assumerne il nome, Kelly appunto; Elsa Schiaparelli lancia (’36) il secchiello cilindrico in pelle provvisto di una lunga cinghia da appendere alla spalla, liberando cosi le mani; Gucci (’37) propone il secchiello in cinghiale con banda in tela verde e rosso che diventerà un classico. In quel decennio, la borsa è vera palestra dello stilismo: eccola a palla, a conchiglia, a orologio; ecco i colori marrone bruciato, avana, rosso cuoio di Russia nelle diverse gradazioni, che tingono anche pellame pregiato, come il coccodrillo, sogno di ogni donna prima della seconda guerra mondiale, durante la quale, in mancanza di pelli, si usarono le borse in felpa o in tessuto o in velluto come quelle che Giuliana di Camerino, rifugiatasi in Svizzera, inventa conquistando, a guerra conclusa, un enorme successo al di qua e al di là dell’Oceano. Accessorio importante, strettamente come non mai legata in parure con le scarpe e guanti, la borsa degli anni ’50 è libera, formale; ma già sono alle porte gli anni ’60, i più effervescenti per i molti temi, la raffinatezza dei dettagli in modelli che convivono con la moda e l’accendono: dalla pochette in nappa al bauletto in vernice, dalla sacca alla tracolla. E, mentre come meteora appare e scompare il borsello maschile, ecco le borse hippie, sformate bisacce sfrangiate, orientaleggianti, decorate, care alle sessantottine che tuttavia, ritornate all’eleganza composita degli anni ’70, prediligono le morbide, leggere, capaci borse di Borbonese, in pelle trattata in modo da apparire cosparsa di piccoli occhi di pernice, contestatrici della borsa classica e quieta, ma subito segno d’élite, come le borse Vuitton e, infatti, entrambe fatte segno a continue falsificazioni. Nell’affermarsi del prêt-à-porter italiano, dagli anni ’70 in poi, la borsa si caratterizza da un lato per le novità nella concia dei pellami tradizionali, per la fantasia nella loro trasformazione, per gli exploit nelle lavorazioni sostitutive del coccodrillo e della lucertola, per la vastità e la bellezza della gamma cromatica e i materiali spesso sorprendenti, nati dalla chimica come il nylon indistruttibile, che siglano dagli anni ’80 lo straordinario successo delle borse Prada; dall’altro per il coinvolgimento degli stilisti.