Bohan

Il nome Marc sostituisce l’anagrafico Roger Maurice Louis. Nasce a Parigi, studia fino alla maturità, poi preferisce, incoraggiato dalla madre modista, seguire un corso di disegno per assecondare l’evidente predisposizione alla moda. Non ancora ventenne, entra da Robert Piguet, dove conosce un giovane di talento, Christian Dior. Ci sta quattro anni, poi passa da Molineux e, nel ’54, da Patou, che gli affida la responsabilità della collezione di haute couture. Ma è l’incontro con Dior, trasformatosi in amicizia, che influisce sulla sua carriera: a un anno dalla scomparsa di colui che inventò il New look, infatti, la maison lo chiama per affidargli la direzione artistica della Christian Dior Londra. È il ’58. Tre anni più tardi, nel ’61, torna a Parigi stavolta per dirigere la sartoria di Avenue Montaigne e succedere all’assistente prediletto che Dior aveva promosso a delfino, Yves Saint-Laurent chiamato alle armi per la guerra d’Algeria. Rentrée fortunata: la sua prima collezione, battezzata Slim look ottiene subito successo. La linea è allungata come un tratto di matita, illeggiadrita: comprende soprattutto tailleur dalla gonna stretta, sui quali c’è l’optional di un elegante parka. Si rinnova di stagione in stagione, disegna, inventa, crea, seguendo le tracce lasciate dal maestro, l’allure della tradizione. Nel ’66 tiene la ribalta con lo stile dottor Zivago: lunghi pastrani bordati di pelliccia, su abiti maxi che spazzolano gli stivali. In crescendo il coté mondano, le fedelissime dell’etichetta: nel ’67 i giornali del mondo pubblicano le foto di Farah Diba, vestita da lui per il matrimonio con lo Scià di Persia e per l’incoronazione a imperatrice. Sono Bohan-Dior anche gli abiti di Grace di Monaco e Alessandra di Jugoslavia, invitate a quelle nozze. Sono oltre un centinaio i vestiti di alta moda creati due volte l’anno, con particolare attenzione alle toilette da sera, come amava monsieur: divine signore dell’eleganza, protagoniste di un sogno ad occhi aperti. Abiti per ogni mondanità, preziosi, sfarzosi, caratterizzati da grossi nodi drappeggiati, per esempio, sul fourreau di taffettà, spesso con effetto di rigonfio sul dietro, in un sospetto di pouff. E poi fiocchi e controfiocchi appoggiati su un tripudio di ricami, di raffinatissime lavorazioni per un’autentica esercitazione sul lusso. Sensibile ai colori, li usa tutti, preferendo però il rosso e il nero. Personalmente non ama il verde, ma non lo esclude dalle collezioni. Le sue idee sono ormai memoria storica: il passamontagna di leopardo, i piccoli foulard bordati di struzzo per dare importanza a un insieme sobrio, le calze con i disegni uguali a quelli del pullover. Attraverso gli accessori permette che lo stile Dior diventi accessibile a tutte. È famoso per i bijoux: spille e broches di strass, anche per la gran sera. Stakanovista, un occhio per ogni attività: per il prêt-à-porter Miss Dior, lanciato nel ’67 dal suo assistente Philippe Guibourge, rivolto alla clientela giovane; per la collezione uomo, disegnata dallo stesso Bohan nel ’70; per le pellicce (stilista Frédéric Castet): memorabile il visone bianco realizzato per Sofia Loren, con l’impronta delle sue labbra stampata sul dorso. Le infinite licenze, i numerosi profumi, il maquillage: il made in Dior che conquista il mondo. Poi, nell’89, il cambio della guardia: dopo circa 30 anni di onorato servizio esce di scena. Al timone della maison, arriva Gianfranco Ferré. 
1989. Abbandonato Dior, il 63enne stilista si accasa presso Hartnell, che chiuderà i battenti nel 1992.