Biki

Portava un turbante verde acceso quando, nel 1996, la vidi per l’ultima volta. Elvira Leonardi Bouyeure, in arte, nel mestiere Biki, era al lavoro nel suo atelier al pianterreno della milanese via Sant’Andrea, dove aveva casa e bottega. L’ora era da risveglio. Io, il cronista, ero abbioccato; lei, l’intervistanda ormai novantenne, sprizzava adrenalina: “Oggi comincio la collezione per il Giappone. Insieme a mia figlia Roberta, ho finito la linea bambini e sto disegnando gli abiti per le mie fedelissime, donne particolari, donne molto ricche, allergiche al bric-à-brac di oggi, proprio come lo sarebbe stata la mia adorata Maria”. Maria stava per Maria Callas. Biki le insegnò a vestire, fu il suo Pigmalione di modi e di guardaroba. Il soprano fu, come si direbbe oggi nel linguaggio della moda, la sua testimonial e la impose al mondo con quel suo strano soprannome: Biki, trasformazione esotica di Bicchi, come la chiamava Giacomo Puccini, il nonno degli affetti e non del sangue, contraendo birichina. “Incontrai Maria nel 1951 a casa di Wally Toscanini”, raccontava, “era disastrosa, una mastodontica “sciuretta” che amava il coordinato, le scarpe uguali alla borsettina, meglio se di vernice sberluccicante. Venne in sartoria, da me e da mio genero Alain Reynaud che era stato assistente di Jacques Fath e disegnava per me. Si era messa a dieta, era appena sotto il quintale, ma già si muoveva come una magra, aveva l’allure della magra. Perché non sbagliasse, Alain aveva numerato tutto il suo guardaroba, vestiti, scarpe, accessori, e le aveva scritto ogni accostamento: l’abito da sera 8, con le scarpe 14 e lo scialle 6. Maria era una spugna. Il talento, le antenne sono un gran dono. Quel che imparò sembrava essere suo da sempre, qualcosa di innato. Per esempio, la grazia di ammantarsi negli scialli. Ricordo solo una persona che poteva starle alla pari, il cardinale Montini che poi diventò Papa. Lo vidi in arcivescovado, a Milano. Si riparava dagli spifferi con una grande sciarpa. Uno chic naturale.” Sarta (era il termine che preferiva, perché odiava quello di stilista), Biki lo era diventata avendo come unica carta da spendere, oltre all’intraprendenza e a una generosa intelligenza, proprio quello che definiva “chic naturale”, l’eleganza, lo stile del mondo che, per nascita, per firma e non per reddito, aveva cominciato a frequentare da ragazza, lei figlia di Fosca, la bambina nata dal primo matrimonio di Elvira, compagna e poi moglie di Puccini. Per Biki, Puccini era “nonno Tato” e a lei, che chiamava anche “la modosa” quasi intuendone il destino, il musicista disse: “Ho voglia di silenzio, Turandot dorme”. Poco dopo, morì a Bruxelles. Biki non aveva ancora 18 anni. Stava nel gran mondo, la Scala, i Visconti di Modrone, i Toscanini (fu la testimone della gran rabbia del maestro per l’amore e la fuga della diciassettenne figlia Wally e di Emanuele Castelbarco, trentacinquenne, sposato, imperdonabilmente “biondo e aristocratico”), Franca Florio, il sarto Lelong, il fotografo Horst, Isadora Duncan. Ma non fu per sfizio o per realizzarsi che decise di “badare a se stessa”. Dovette davvero rimboccarsi le maniche e lo fece attraverso la moda, lo “chic naturale” suo e di quella società. A un pranzo di Virginia Agnelli, incontrò Vera Borea che aveva un piccolo atelier a Parigi e propose a lei e a Gina Cicogna di occuparsi per l’Italia delle sue collezioni di abbigliamento sportivo e balneare. Era la fine del 1933. L’alleanza non andò in porto. Ma Bicchi (la K subentrò quando cominciò a lavorare nella moda) e Gina Cicogna decisero di associarsi per occuparsi di biancheria intima. Fu Gabriele d’Annunzio a inventare il nome, il marchio per la loro lingerie, Domina. Nella primavera del ’34, nell’atelier di via Senato 8, fecero sfilare i loro modelli d’ispirazione parigina. Ne comprò a man bassa per la pianista Luisa Baccara, la sua ultima compagna, il Vate, il Comandante, l’indebitatissimo D’Annunzio che pagò con questa lettera-elogio: “Biki, le pieghe, gli intervalli, il tessuto pieno e il merletto aereo, le cuciture, gli orli sono elementi del ritmo esatto e dell’incognito indistinto, e perciò della poesia”. Erano gli anni in cui il regime fascista, all’insegna dell’autarchia, comandava che le case di moda producessero in proprio, non comprando le teline dai grandi di Francia, almeno il 50 per cento di ogni collezione. Del made in Italy, Biki fu una pioniera, quando, sciolta la società con Gina Cicogna, continuò in proprio: non più biancheria intima, ma abiti, tailleur, gran sera. Il debutto fu il 5 maggio 1936, lo stesso giorno in cui Mussolini annunciò il ritorno dell’Impero “sui colli fatali di Roma”. Vennero la guerra, la pace e il boom economico. In quella Milano, che viveva la prima stagione del benessere, il visone, i vestitoni per le prime alla Scala, la corsa ai modelli che Enrichetta Pedrini importava da Parigi, Biki fu, insieme a Germana Marucelli e a Jole Veneziani, la sarta regina, la sarta di un nascente stile italiano, aiutata nella creatività da Alain Raynaud. Aveva sposato Robert Bouyeure, ma mantenne la sua firma, quel nomignolo come insegna. Per matrimonio della madre con Mario Crespi, il maggiore dei tre fratelli che allora avevano la totale proprietà del Corriere della Sera, divenne, in quegli anni, erede di una grossa fetta dell’impero editoriale di via Solferino. Era la ricchezza, ma continuò a lavorare, a stare nell’atelier di Sant’Andrea (prima verso Montenapoleone; più tardi quasi all’angolo di via della Spiga) stakanovisticamente ma con la civetteria della non fatica, a essere Biki, magari a insegnare alla divina Maria “che no, in casa e di sera non si tiene un cappello dalla tesa larga di velluto”. Fu una fra le prime sarte di alta moda ad allearsi con l’industria: dal ’60 al ’66, firmò per il Gruppo Finanziario Tessile la linea Cori-Biki. A essere “la modosa” continuò anche quando i suoi anni si fecero tanti e tanti (“Veda lei se scrivere tutti quelli che ho. Lo so, passata una certa età, gli anni possono inorgoglire. Ma è comunque vecchiaia”) e sulla scena irruppero i giovani stilisti. Era, come la madre Fosca, una donna di carattere e di grandi slanci. Una biografia di Biki è stata scritta da Hélène Blignaut: La scala di vetro, Rusconi Editore 1995.