Beaton

Cecil Walter Hardy (1904-1980). Fotografo inglese. A lui si deve il ritratto dell’alta società internazionale, per oltre mezzo secolo. Cominciò infatti a fotografare quando era alla high school Harrow di Londra e poi al St John’s College di Cambridge. Dal manierismo ancora quasi vittoriano dei primi ritratti – Dafne du Maurier, per esempio – si arriva alle pose “arrabbiate” del pittore Graham Sutherland e del poeta Auden. Grande snob, era attratto dai personaggi famosi i cui ritratti “costruiva” con cura. In Inghilterra, fu per decenni il fotografo di corte, contribuendo a creare l’immagine di Mary, la regina madre, e di Elisabetta II. Intanto, nel ’30, già famoso per i servizi di moda su Vogue, aveva scoperto Hollywood: infinita è la serie dei divi che si misero in posa davanti al suo obiettivo per Vanity Fair. Tra questi, Buster Keaton, Gary Cooper, Lillian Gish, Vivien Leigh, Norma Shearer, Johnny Weissmuller, Marlene Dietrich, Marlon Brando – giovanissimo nel ’47 -, Audrey Hepburn, Sinatra e il suo clan, Marilyn Monroe e soprattutto Greta Garbo. Lui stesso, nelle sue memorie, scrive che la diva era stata la sua unica passione femminile: dopo averla idoleggiata e inseguita per anni, riuscì infine a ritrovarla a New York soltanto nel ’46: se ne innamorò al punto di chiederle, invano, di sposarlo. Nel ’40 l’uomo che della frivolezza e della raffinatezza aveva fatto la filosofia della sua vita, fu chiamato “alle armi”. Gli furono chieste dapprima le fotografie ufficiali della regina da mandare alle truppe e, poi, di ritrarre sir Winston Churchill alla scrivania ordinatissima, sigaro gigante in bocca, sguardo sornione. La sua immagine di una bambina londinese, ferita durante un bombardamento e ricoverata in ospedale, fu pubblicata sulla copertina di Life e contribuì a convincere l’opinione pubblica americana della necessità di entrare in guerra. Fotografò la metropolitana di Londra divenuta rifugio antiaereo: poi fu inviato dal ministero dell’Informazione a documentare la guerra in Nord Africa e in Estremo Oriente. Finito il conflitto, ritornò al mondo dorato internazionale e alle sue passioni, fra cui il teatro e il cinema come costumista: Anna Karenina nel ’47 con Vivien Leigh; My fair lady a Broadway nel ’56 e successivamente, l’omonimo film con Audrey Hepburn per il quale vinse un Oscar; Gigi nel ’57. Fu nominato baronetto nel ’72. Ormai semiparalizzato ma deciso a non arrendersi, realizzò per Vogue il suo ultimo servizio sulle collezioni di moda dell’autunno ’79. Lo scrittore Truman Capote ha detto di lui: “È la straordinaria intelligenza visiva che permea le sue fotografie ciò che rende l’opera di Beaton unica. Gli storici del prossimo secolo gli saranno ancora più grati e riconoscenti di noi”. Fra i suoi libri: The book of beauty del ’30 e The best of Beaton del ’68. Nel ’71, il Victoria and Albert Museum di Londra ha esposto il suo lavoro di testimone della moda.