Balmain

Pierre (1914-1982). Sarto francese. Il suo stile è stato definito “Jolie Madame”. Era stato ricchissimo, se ne andò povero. Fu Hubert de Givenchy a leggere l’addio nella chiesa di Saint Pierre de Chaillot, davanti alla sua bara bianca ricoperta di fiori bianchi e circondata da personaggi della moda e da pochissimi amici, mentre l’organo suonava la II sinfonia di Mahler. Era l’estremo saluto di Parigi a un suo protagonista, morto il 29 giugno dell’82 in quell’Ospedale Americano dove era morto anche Fath, suo contemporaneo agli inizi della carriera. Come lui senza finanziatori alle spalle, come lui ricco solo di entusiasmo e mestiere, premiati con repentina celebrità dal successo. Da qualche tempo, la stampa non parlava più di lui, non assisteva alle sue sfilate considerate non interessanti, ferme a quella Jolie Madame che gli aveva dato la fama, a cui rimaneva fedele e che, dopo di lui, ha conosciuto molti ritorni. Eppure nel ’55, in un articolo per L’Espresso intitolato “Dior ch’è Dior non l’ha eclissato”, Camilla Cederna, dopo la sorpresa del primo incontro con quell’uomo dal fisico così all’opposto dell’ideale di un grande sarto, scriveva: “Vigoroso aviatore (lo era stato durante la guerra), dalle spalle larghe, massicce, volto largo decorato da baffetti impertinenti, l’alta fronte ambiziosa. Così è Pierre Balmain uno dei più grandi sarti del secolo, la sua cifra d’affari raggiunge il miliardo”. E ancora nel ’64, nella prefazione dell’edizione inglese della sua autobiografia Pierre Balmain, my years and seasons, si legge: “Per essere chic, ogni donna ricca che può comprare abiti a Parigi deve avere almeno un Balmain come base del suo guardaroba”. Alla moda era destinato: faceva bambole di cartone e le vestiva. È l’origine di molti altri sarti. Solo che Pierre era già grandicello e fu scandalo al paese, un piccolo centro, Saint Jean de Maurienne nell’Alta Savoia: “Un ragazzo che vuol fare il mestiere di una donna!”. Fu imperioso l’ordine della sua bella, volitiva e adorata mamma (l’unica che ebbe influenza su di lui, altrettanto imperioso e ostinato) di andare a Parigi a studiare architettura. Per fortuna, come raccontava lui stesso, un rovescio economico familiare lo obbliga a “guadagnarsi la vita”. Così, nel ’34, comincia uno stage da Molyneux. In questo atelier all’apice della celebrità e dello snobismo, il provinciale, ambizioso, entusiasta Balmain impara non solo il mestiere perfetto, il gusto all’inglese della sofisticatissima semplicità, ma viene a contatto con quell’élite mondana e potente che era la clientela di Molyneux, coi gusti, la raffinatezza dei pranzi, gli usi dei salotti, il fascino e le esigenze delle belle donne di cui la duchessa di Kent, principale cliente della maison, era la rappresentante. Questa smania di mondanità, lusso, ricchezza si innesterà per sempre sul suo carattere savoiardo, creando un contrasto pericoloso. Nel ’39 passa da Lelong insieme a Dior di cui diventa grande amico, tanto da progettare di aprire un atelier insieme. Finalmente il 12 ottobre 1945, il grande passo: l’acquisto, con pochi risparmi, i pegni dei gioielli di sua madre e qualche magro prestito, dello stabile di rue Franµois I che, ingrandito e abbellito, resterà sempre la sua sede. Comincia con 20 lavoranti, 50 modelli, la madre e la zia come supervisori. Quella prima sfilata ebbe due madrine d’eccezione, Gertrude Stein, compagna di strada della stagione parigina di Hemingway e di Fitzgerald, e la sua amica Alice Toklas. Erano vecchie e un po’ ridicole nei loro abiti mascolini. Balmain le aveva conosciute in Savoia, dove erano sfollate durante la guerra. Le aveva conquistate con due tailleur e loro erano diventate le agit-prop parigine del suo talento. Erano antiestetiche ma potenti nel mondo della cultura che allora si mischiava perfettamente con la moda e la mondanità. Gli diedero la prima spinta, insieme ai loro amici Cecil Beaton e Christian Bérard che lo introdussero nel mondo del teatro col grande successo dei costumi per La Folle de Chaillot di Giraudoux. Il primo vestito lo vendette alla principessa Ghislaine de Polignac e da allora la lista delle sue clienti costituì un vero libro del Gotha con la duchessa di Kent, la duchessa di Windsor, la contessa Charles Emmanuel de la Rochefoucauld, la regina Sirikit di Thailandia, a cui si unirono le più ricche borghesi e le artiste e le dive. Vestì Katherine Hepburn nel film Les Millionaires in cui l’attrice aveva la parte della donna più elegante del mondo. Creò il primo, attillatissimo, sexy, abito nero per Juliette Gréco, abito che divenne l’uniforme degli esistenzialisti. Più tardi, verso la metà degli anni ’50, persino Brigitte Bardot l’antimoda, quando dovette andare a Londra per essere presentata alla regina Elisabetta, si rivolse a lui. Ne nacque subito uno scontro violento, non volendo lei coprire il suo celebre seno (tanto più che era in concorrenza con Marilyn Monroe) e non volendo il sarto calpestare l’etichetta di corte. Partì accollata, ma con la curva in evidenza e il sarto ricevette un telegramma: “Grande successo, tutta la stampa ha notato la mia prorompente modestia”. Di sfilata in sfilata, occupava sempre più il proscenio della celebrità (nel ’55 gli fu assegnato il Neiman Marcus Award) ed erano direttamente proporzionali il suo gusto per la mondanità, la sua teatralità, il suo fasto nel ricevere all’Elba o a Croissy: per una cena in onore dei reali di Thailandia, fece arrivare dal lago Ciad nell’Africa profonda una trota di 80 chili e ordinò a degli artigiani fiorentini una pescera lunga un metro e mezzo. Non mancava mai alle prime della Scala, a cui offriva i fiori per i palchi e in cui faceva il suo ingresso col cilindro, il mantello a pipistrello e le sue più spettacolari mannequin: l’irlandese Bronwen Pugh altissima, ondulante, trasognata, e le sue dilette Marie Thérèse e Praline. Era un uomo che attirava e scostava. Un dualismo che si legge benissimo nelle pagine del libro It isn’t all mink scritto da Ginette Spanier che fu la sua direttrice per 20 anni. “È una straordinaria personalità; ama l’entusiasmo e l’enfasi ma è perfezionista e ostinato, pignolo; non ha vie di mezzo; ama i semplicissimi vestiti blu e bianchi pudichi alla Molyneux e le più lussuose toilette da sera dove per contrasto mette la lince sul tulle, la blusa di ermellino sulla gonna a quadretti bianchi e neri, i ricami sontuosi, le volpi bianche che piacciono tanto alla sua cliente Marlene Dietrich. Ama le donne altissime, ma i piedi piccoli, ama il ballo, le persone ricche e fa benedire da padre Bernardet, savoiardo, tutte le sue nuove sedi.” Conobbe la più alta gloria, ma è l’unico grande sarto che ha conosciuto la discesa. Dopo la morte di sua madre, solida donna della Savoia, è mancato a Balmain un prezioso socio amico, un manager, un organizzatore, come è stato Berger per Saint-Laurent o Giammetti per Valentino. Alla prima crisi, il grossolano errore di vendere il cespite più sicuro di profitto, i suoi profumi (Vent Vert era un grosso successo) a Revlon. Vennero altre crisi. Alla vigilia del trentesimo anniversario della maison, si trovò alla bancarotta che volle evitare: leale e orgoglioso vendette tutto, dalla casa di Croissy alla proprietà dell’Elba e mise nella ditta il suo capitale personale. Ma tutto questo non bastò. L’atelier funzionava, le clienti non erano diminuite, il suo prêt-à-porter di lusso andava benissimo, ma non organizzato secondo i tempi canonici, non puntuale nelle consegne e con soli due punti di vendita a Parigi. Intervennero l’Idi, Istituto di sviluppo industriale, e alcune banche private. La maison fu salvata e rilanciata, anzi ebbe una buona espansione con il suo erede successore, il danese Erik Mortensen, e successivamente con Hervé Pierre, Alistair Blair e Oscar de la Renta. Nel 1975, Balmain scrisse una lunga lettera al suo più fedele amico, Giuliano Fratti, una lettera triste come un testamento. Veniva da Marrakech, ma era scritta sulla carta dell’Elba: “È tutto quello che mi è rimasto della mia bella casa. Non sono più che un antico ricco”. (Maria Pezzi) &quad;Dal 1987 al 1995 gli orologi della maison Balmain sono realizzati sotto contratto di licenza esclusiva da Swatch Group che ha messo il suo know how e le sue tecnologie orologiere più innovative al servizio del marchio e della Maison de Haute Couture parigina. Nel dicembre 1995, Swatch Group ha acquisito il diritto esclusivo di produrre, lanciare sul mercato e distribuire gli orologi del marchio su scala mondiale. L’azienda ha celebrato il suo decimo anniversario nel 1997 con Elysées, una collezione celebre in tutto il mondo e che resta il modello di punta della produzione Balmain. Una caratteristica del marchio rimane il celebre quadrante “Arabesques” la cui splendida concezione trova ispirazione nei sontuosi ricami che caratterizzano la Haute Couture del grande sarto. Nel marzo 2002 Laurent Mercier diventa direttore creativo in sostituzione del dimissionario Oscar de la Renta; dal 2006 passa alla guida Christophe Decarnin che decide di ampliare le vedute della maison attraverso la linea uomo.