K-WAY

Marchio parigino della rivoluzionaria giacca a vento, leggera, impermeabile e ripiegabile in un comodo marsupio. Oggi si è evoluto grazie al contributo di BasicNet.

Indice

  1. La nascita
  2. Origine del nome
  3. Pirelli
  4. BasicNet
  5. La situazione attuale

La nascita

Il marchio K-Way nasce a Parigi nel 1965. Durante una giornata di maltempo, il giovane imprenditore Léon-Claude Duhamél – seduto sulla terrazza del Cafè de la Paix – osserva i passanti infagottati in pesanti abiti da pioggia, con le mani occupate a reggere ombrelli. Tra loro c’è una donna con due bambini, coperti da una specie di abito in nylon rosso. Duhamél prende un appunto sul proprio taccuino e, qualche tempo dopo, si chiude nel laboratorio del padre, che ha una piccola fabbrica a Pas-de-Calais, nel Nord della Francia.

Ne esce con una giacca a vento rivoluzionaria: leggera, comoda e impermeabile che, con il bel tempo, si ripiega in una tasca-marsupio e si lega intorno alla vita. Il prodotto è subito lanciato sul mercato francese e il primo anno di commercializzazione è boom: 250 mila pezzi venduti.

Origine del nome

Il nome K-Way deriva dall’utilizzo della giacca che, prima del lancio, viene chiamata “En cas de”, ovvero “In caso di”; espressione con cui Duhamél intende indicare un indumento sempre a disposizione in caso di pioggia o di vento. L’agente pubblicitario vuole però un suono anglofono; si giunge a un compromesso: la “K” (in francese, ka) ha la stessa pronuncia della parola “cas” (caso); “way” è invece una concessione alle preferenze americane dei consumatori. Il nome ha talmente successo che, nel 1979, entra nei dizionari della lingua francese e italiana come marchio registrato.

Pirelli

Per K-Way, gli anni Settanta sono caratterizzati dalla partnership con diverse squadre sciistiche e, negli anni ’80, grazie alla sua praticità, questo capo di abbigliamento è immancabile nel guardaroba dei giovani.

Il gruppo Pirelli acquista il brand nel 1990; due anni dopo, un incendio nella fabbrica di Harnes distrugge archivi e prodotti: buona parte della storia di K-Way viene così perduta. A un anno di distanza, il gruppo Pirelli cede il marchio alla banca d’affari So.PA.F. e, nel 1999, K-Way viene acquisito dalla milanese Multimoda Network, che decide di rivisitare il prodotto con materiali più innovativi. Questa scelta porta a un significativo aumento dei prezzi di vendita e, nonostante la creazione in collezione di nuovi capi sportivi, gli affari iniziano ad andare male. In breve, la produzione cessa del tutto.

BasicNet

Nel febbraio 2004 – ormai fuori dal mercato – K-Way entra nel portafoglio marchi del Gruppo BasicNet, che ripropone il modello-icona del brand, l’impacchettabile, realizzato con un tessuto traspirante più tecnologico. In pochi anni, il marchio viene rilanciato sul mercato globale grazie al Marketplace del gruppo torinese. Nel 2006 le nuove collezioni K-Way sono presentate alla Fiera Bread and Butter di Barcellona; nel 2010 apre a Torino il primo flagship store K-Way, completamente integrato al Web. Due anni dopo, arriva il primo store statunitense, a Soho, New York. Seguiranno altre aperture a Parigi, Roma, Londra, Seoul. Oggi i negozi a insegna K-Way nel mondo sono 46, di cui 29 in Italia (fonte: bilancio consolidato BasicNet 2017).

Nel 2014 – a dieci anni dall’acquisizione – viene lanciata la giacca K-Way di terza generazione. È il Le Vrai 3.0: stesso modello originale, ma realizzato con un tessuto ripstop ancora più tecnologico del precedente. Il successo è tale che K-Way Le Vrai 3.0 diventa una delle linee più importanti del marchio, arrivando a comprendere anche altre categorie di prodotto.

In occasione dei 50 anni del brand, al Salone di Ginevra 2015 viene presentata la nuova Fiat Panda K-Way.

Si intensificano, intanto, i co-branding: a quelli iniziali con Italia Independent, Versus Versace, Colette, Marc Jacobs si aggiungono i più recenti, dalle attitudini urban, come quello con Dsquared2.

La situazione attuale

Oggi i prodotti K-Way sono distribuiti in oltre 20 mercato del mondo, con un annuale aumento a 2 cifre delle vendite aggregate, che nel 2017 hanno superato i 60 milioni di euro (+ 12,1% rispetto al 2016). Le collezioni – oltre alle giacche – comprendono ormai una brand extension che include maglie, polo, T-shirt, pantaloni, gonne, felpe, borse, costumi da bagno e numerosi accessori.

SUPERGA

Superga è uno storico marchio italiano nato nel 1911 e oggi di proprietà di BasicNet. Famoso per le scarpe sportive vanta ambasciatrici del marchio del calibro di Chiara Ferragni e Rita Ora

Superga è uno storico marchio italiano nato nel 1911 e oggi di proprietà di BasicNet. Famoso per le scarpe sportive vanta ambasciatrici del marchio del calibro di Chiara Ferragni e Rita Ora

Indice

  1. L’inizio
  2. Pirelli
  3. BasicNet
  4. La situazione attuale
  5. Ambasciatrici Superga

L’inizio

Storico marchio italiano di calzature sportive, fondato a Torino nel 1911 dall’imprenditore italo-svizzero Walter Martiny, che importa dagli Usa la tecnica della vulcanizzazione della gomma naturale (caucciù), inventata a fine Ottocento dall’americano Charles Goodyear. La Walter Martiny Industrie Gomma – che in pochi anni cambierà il proprio nome in “Superga” – inizialmente produce pneumatici per auto e copertoni per bicicletta, pupazzi per bambini, stivali a tenuta stagna per l’agricoltura e altri oggetti in gomma.

Sposato con un’appassionata giocatrice di tennis, Walter Martiny nel 1925 crea la prima sneaker al mondo con suola in gomma naturale vulcanizzata: una scarpa da tennis con tomaia in cotone bianco che dà vita allo storico modello 2750, ancora oggi icona del brand. L’accostamento inedito dei materiali, il comfort e il design classico ma contemporaneo innescano il successo popolare della scarpa che per decenni – in particolare negli Anni Ottanta – si impone tra le calzature più vendute in Italia.

Pirelli

mam-e-dizionario-della-moda-superga-blue
Vecchie Superga blu

Nel 1951 il marchio Superga viene acquisito dalla Pirelli SpA e, negli Anni Settanta, la produzione di scarpe arriva a 12 milioni di paia l’anno. Nel 1993 Pirelli vende Superga alla banca d’affari So.Pa.F., ma per il brand sono anni difficili e le quote di mercato si riducono progressivamente, fino ad arrivare a una produzione di appena 250mila paia di scarpe l’anno.

BasicNet

Nel 2004 il Gruppo BasicNet – quotato alla Borsa italiana dal 1999 – diventa licenziatario mondiale esclusivo del marchio e lo rilancia. Nel 2007 Superga entra definitivamente nel portafoglio-marchi di BasicNet, azienda di abbigliamento, calzature e accessori fondata il 1° gennaio 1995 dall’imprenditore torinese Marco Boglione.

Il rilancio è globale. Nel 2011, il centenario del marchio coincide con le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, durante le quali il modello 2750 viene annoverato tra i “50 oggetti che hanno fatto l’Italia”, accanto a icone quali la Fiat 500 e la Vespa Piaggio.

mam-e-dizionario-della-moda-superga-pizzo
Superga in pizzo

Oggi Superga, oltre al mercato delle calzature casual, ha conquistato anche il segmento fashion. La storica 2750 – un tempo realizzata soltanto in canvas e in tinta unita – è declinata nelle fantasie e nei materiali più disparati, tra cui cachemire, felpa, spugna, lino, raso, pelle, macramè, tweed, paillettes, materiali metallizzati.

Accanto alle collezioni per donna, nel 2016 nasce la label Superga Sport, destinata ad accrescere le quote di mercato nel segmento uomo: scarpe da tennis con logo “a coda di rondine” che ripropongono i modelli indossati da campioni mondiali del tennis, come Adriano Panatta e Ivan Lendl, ripensate per un uso urban e streetwear.

La situazione attuale

A fine 2017 i negozi monomarca e gli “shop in shop” Superga® nel mondo salgono a 285, dei quali 63 in Italia.

Nel 2018 viene ufficialmente lanciato il “Sole System”: declinazioni-donna del modello 2750 che, oltre alla suola da 2 centimetri, propongono zeppe da 3, 4, 5 e 7. Nello stesso anno, la modella e icona fashion Alexa Chung diventa testimonial globale Superga.

Oggi Superga è presente in 100 mercati nel mondo con una distribuzione di 5 milioni di paia di scarpe all’anno e partner commerciali in tutti i continenti, dall’Australia alla Corea del Sud, dal Giappone al Sud Africa, passando per Sud e Nord America, Cina, Russia, Giappone, e naturalmente Europa.

mam-e-dizionario-della-moda-superga-ricamo
Superga ricamate con perle

Benché il bilancio 2017 si sia chiuso con una flessione sul mercato italiano – dovuto a una strategia di riqualificazione della base-clienti – che ha inciso sulle vendite globali facendo registrare un calo del 5,9%, nello stesso periodo il marchio Superga® è cresciuto in tutte le Americhe, in particolare Argentina (+99%), Cile (+94%), Brasile (+40%) e Usa (+27%); mentre – in Europa – si sono registrate crescite significative sul mercato inglese (+18%), i Paesi Nordici (+39%) e in Germania (+21%).

Nel primo trimestre 2018, la strategia di riqualificazione ha dato i suoi risultati: il trend ha subìto una netta inversione di tendenza, con vendite globali in crescita del 7,2% rispetto allo stesso periodo 2017.

Ambasciatrici Superga

Celebri in tutto il mondo le Ambasciatrici Superga: tra le più note, le top model Binx Walton e Suki Waterhouse, la cantante Rita Ora, la dj sudafricana Poppy Ntshongwana, l’attrice coreana Esom.

Fin dal suo rilancio nel 2007, il marchio Superga ha realizzato collezioni e co-branding assieme ai più importanti stilisti del mondo: uno su tutti, l’ex enfant prodige russo della moda Gosha Rubchinskiy; ma anche con designer in irresistibile ascesa come Danilo Paura. Numerose le collaborazioni con top influencer, da Chiara Ferragni a Caro Daur da Lizzy VD Ligt ad Alexa Chung, e con marchi famosi quali Walt Disney, Philosophy, Highsnobiety, Hydrogen, Collection Privèe, Max Mara, senza trascurare le co-lab con i concept store 10 corso Como e LuisaViaRoma.

ROBE DI KAPPA

Robe di Kappa è un brand di abbigliamento informale, destinato a chi vuole indossare nel tempo libero e nelle attività professionali i capi classici del casual di qualità, ma a prezzi accessibili.

Robe di Kappa – da non confondere con il quasi omonimo marchio Kappa – è un brand di abbigliamento informale, destinato a chi vuole indossare nel tempo libero e nelle attività professionali i capi classici del casual di qualità, ma a prezzi accessibili. Robe di Kappa è un brand di proprietà del Gruppo torinese BasicNet, la stessa azienda che detiene in portafoglio anche il marchio Kappa, che si rivolge però a un segmento di mercato completamente diverso: quello dell’abbigliamento, degli accessori e delle calzature activewear e streetwear.

dizionario-della-moda-mame-robe-di-kappa-basicnet
Logo di BasicNet, gruppo torinese proprietario del marchio Robe di Kappa

ROBE di KAPPA

Indice

  1. Gli inizi
  2. Le difficoltà economiche
  3. La ripresa
  4. La Polo
  5. Nello spazio
  6. Il logo
  7. Ambassador celebri

Gli inizi

Robe di Kappa nasce nel 1968 come costola del preesistente brand Kappa, creato nel 1956, che a quel tempo era un marchio di abbigliamento intimo – calze e underwear – di proprietà del Maglificio Calzificio Torinese, fondato nel 1916 dall’imprenditore Abramo Vitale.

Le difficoltà economiche

Dopo anni di solidità economica e di espansione commerciale, nel 1968 il Maglificio Calzificio Torinese versava in gravi difficoltà finanziarie. I magazzini erano pieni di magliette della salute invendute, a maniche lunghe e corte. Il fallimento era vicino. Si racconta che, un giorno a Parigi, il 23enne Maurizio Vitale – pronipote del fondatore e neo-amministratore delegato – si soffermò a osservare John Lennon durante un’intervista televisiva: indossava la camicia di un caduto in Vietnam. Il giovane Vitale capì che i tempi stavano cambiando e che tutti i giovani avrebbero voluto seguire l’esempio del proprio idolo, abbandonando l’abbigliamento formale – fino ad allora praticamente obbligatorio nelle università, sul lavoro e persino nel tempo libero – a favore di una moda informale e unisex.

La ripresa

Fu così che Maurizio Vitale fece tingere di verde militare le magliette invendute. Le sarte del Maglificio Calzificio Torinese ci cucirono sopra gradi e stellette. Grazie alla rete commerciale di Kappa, il nuovo prodotto conquistò l’Italia. Giuseppe Lattes, anziano presidente dell’azienda torinese, pur rallegrandosi per l’intuizione del giovane imprenditore, indicò quelle nuove magliette – stranissime ai suoi occhi – come “robe”. E Maurizio Vitale ebbe la sua seconda intuizione: era nato il marchio Robe di Kappa.

La Polo

dizionario-della-moda-mame-robe-di-kappa-polo-rossa
Celebre capo icona di Robe di Kappa, la Polo

Vitale individuò presto nella polo il capo d’abbigliamento adatto a rappresentare il nuovo brand: un prodotto che divenne subito icona e che – a 50 anni di distanza – resta il grande best seller del marchio, proposto a ogni stagione in decine di grafiche e colori, classici e nuovi. La polo Robe di Kappa è ancora oggi il risultato di un lungo e rigoroso processo industriale: il tessuto piqué viene ottenuto dalla lavorazione a nido d’ape del cotone, mentre le cuciture a incastro sulla spalla garantiscono nel tempo la vestibilità.

Dal 1968 a oggi, il marchio Robe di Kappa ha progressivamente abbandonato l’unisex a favore del total look, con collezioni che – oltre alla celebre polo – comprendono da molti anni anche maglie, maglioni, capi spalla, pantaloni, shorts, gonne, abiti, camicie, camicette, T-shirt e accessori. Il marchio Robe di Kappa è distribuito principalmente sul mercato italiano, attraverso più di 100 negozi monomarca. Alcuni sono di proprietà del Gruppo BasicNet; la maggioranza opera in franchising.

Nello spazio

Nel luglio 2017 una versione della Polo Robe di Kappa è stata “lanciata nello Spazio” come parte dell’equipaggiamento personale del team della Stazione Spaziale Internazionale: realizzata in EcoTech, una fibra vegetale che garantisce maggiore idrorepellenza e minore formazione di batteri, è stata sottoposta per due mesi a test di qualità, superati.

Il logo

Spesso il marchio Robe di Kappa viene confuso con il brand Kappa, che è invece destinato a un segmento di mercato molto diverso e che – a differenza di Robe di Kappa – è un marchio globale, presente in oltre 120 mercati nel mondo, nei 5 continenti.

dizionario-della-moda-mame-robe-di-kappa-logo
Il logo di Robe di Kappa

L’equivoco nasce certamente dal logo. Entrambi i brand, infatti, sono rappresentati dalla silhouette di un ragazzo e una ragazza seduti a terra, appoggiati schiena contro schiena con le gambe piegate. Più piccolo e discreto quello cucito sui capi Robe di Kappa; più grande ed “esploso” quello presente sulle collezioni Kappa. In tutti e due i casi, si tratta dell’unico logo nel settore dell’abbigliamento che rappresenti una figura umana, invece di un animale o un segno grafico.

Ambassador celebri

Il marchio ha avuto nel corso dei decenni Ambassador celebri, tutti immortalati con la Polo Robe di Kappa da altrettanto celebri fotografi (uno su tutti: Oliviero Toscani). Dall’allenatore di calcio Marcello Lippi al cantante e showman Elio (Elio e le Storie Tese); dall’idolo del Napoli Diego Armando Maradona al campione di F1 Jacques Villeneuve; dal fuoriclasse del motociclismo Loris Capirossi al presentatore televisivo Piero Chiambretti; dallo schermidore Andrea Baldini alla pallavolista Francesca Piccinini; passando dai fratelli dello sci italiano Matteo e Francesca Marsaglia alla signora internazionale del golf Diana Luna.

KAPPA

Kappa e Robe di Kappa, benché ritenuti erroneamente sinonimi,  sono due marchi ben distinti, che si posizionano in due segmenti del mercato dell’abbigliamento, accessori e calzature molto diversi tra loro. Entrambi i brand sono di proprietà del Gruppo torinese BasicNet.

Kappa e Robe di Kappa, benché ritenuti erroneamente sinonimi,  sono due marchi ben distinti, che si posizionano in due segmenti del mercato dell’abbigliamento, accessori e calzature molto diversi tra loro. Entrambi i brand sono di proprietà del Gruppo torinese BasicNet.

Indice

  1. Activewear
  2. Sponsorizzazioni attuali
  3. Mercato
  4. La situazione attuale
  5. Gli inizi
  6. Le sponsorizzazioni nel corso degli anni
  7. Il logo
  8. BasicNet

Activewear

Kappa è un marchio di abbigliamento, accessori e calzature per lo sport, con collezioni activewear che vanno dal calcio allo sci, dallo snowboard al golf, dal rugby alla scherma, passando per linee dedicate ad attività sportive assai diffuse, che abbracciano tutta l’area del training indoor e outdoor.

Sponsorizzazioni attuali

Oggi Kappa sponsorizza oltre un centinaio tra le più importanti squadre di calcio e federazioni sportive del mondo. Alle ultime Olimpiadi invernali PyeongChang 2018, Kappa ha vestito tutti gli atleti italiani in gara: sia quelli della Federazione Sport Invernali sia quelli della Federazione Sport del Ghiaccio, oltre all’intera Federazione Sci Sudcoreana. Kappa, inoltre, è sponsor degli Azzurri di scherma, canottaggio, golf, motociclismo, judo, karate, lotta libera e arti marziali.

Mercato

Accanto alle collezioni tecniche, negli ultimi anni Kappa ha conquistato una larga fetta del mercato fashion, nel segmento dello streetwear, grazie a due linee dall’impronta marcatamente urban: Kappa Authentic e Kappa Kontroll. È in questo ambito che si inseriscono le collaborazioni e i co-branding con i grandi nomi internazionali dello streetwear, tra cui il russo Gosha Rubchinskiy, l’argentino Marcelo Burlon, il collettivo parigino Faith Connexion, il designer italiano Danilo Paura; con il brand di moda sudcoreano Charm’s; con grandi retailer del fashion come Barneys New York e Opening Ceremony.

dizionario-della-moda-mame-kappa-felpa nera
Capo di activewear di Kappa

La situazione attuale

Oggi i prodotti a marchio Kappa sono presenti in oltre 120 mercati del mondo, nei 5 continenti, con vendite aggregate che superano il miliardo di dollari l’anno e più di 60 milioni di pezzi venduti.

Gli inizi

La storia di Kappa inizia nel 1956, quando uno stock fallato di calze “Aquila” – marchio di proprietà dell’allora Maglificio Calzificio Torinese (MCT), azienda fondata nel 1916 da Abramo Vitale – finisce per errore sul mercato. I negozi restituiscono la merce e il MCT, per ridare credibilità al prodotto, etichetta le nuove produzioni con la sigla “K” e la dicitura “Kontroll”: una parola dal suono tedesco per rafforzare nel consumatore il concetto di qualità certificata. L’operazione riesce alla perfezione. Da quel momento i clienti ordinano esclusivamente “le calze con la K”. In breve, la vecchia dicitura “Aquila” viene abbandonata e, nel lessico comune, Kappa diventa un marchio prima ancora di essere ufficialmente registrato. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Kappa è ormai leader italiano nel settore delle calze e della maglieria intima.

Alla fine degli Anni Sessanta, da una costola del brand, nasce Robe di Kappa, dedicato non più all’abbigliamento intimo ma a quello casual. Nel 1978, Kappa torna alla ribalta come nome della neonata divisione tecnico-sportiva di Robe di Kappa: inizialmente Robe di Kappa Sport, subito divenuta Kappa Sport, e presto semplificata in Kappa, in brevissimo tempo torna a essere a tutti gli effetti un marchio a sé.

Le sponsorizzazioni nel corso degli anni

Nel 1979, primo in Italia, Kappa sponsorizza una squadra di calcio: la Juventus. L’anno successivo, diventa sponsor tecnico della Nazionale Americana di Atletica Leggera (USA Track & Field), che si presenta alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e a quelle di Seul 1988 con il “logo degli Omini” su tutte le divise da gara. Nasce così la celebre Banda: il tape a ripetizione verticale di logo, a tutt’oggi il tratto iconico del marchio.

dizionario-della-moda-mame-kappa-cover-time
Kappa divenne famose per le sponsorizzazione e la vestizione degli atleti nell’olimpiade del 1988 a Seoul

La “Banda con gli Omini” di Kappa diventa celebre in mondovisione grazie agli ori olimpici di giganti dell’atletica come Carl Lewis e Edwin Moses (Los Angeles ‘84) e alle performance sportive dell’affascinante velocista Florence Griffith (Seul ‘88).

Il logo

dizionario-della-moda-mame-kappa-logo-kappa
Il famoso logo del marchio Kappa con gli omoni seduti

È certamente dalla caratteristica grafiche di questo logo che deriva la confusione tra i marchi Kappa e Robe di Kappa, benché quest’ultimo – a differenza del primo – sia distribuito quasi esclusivamente sul mercato italiano. Entrambi i brand, infatti, sono rappresentati dalla silhouette di un ragazzo e una ragazza seduti a terra, appoggiati schiena contro schiena con le gambe piegate. Più piccolo e discreto sui capi a marchio Robe di Kappa; più grande ed “esploso” sulle collezioni Kappa. In tutti e due i casi, si tratta dell’unico logo nel settore dell’abbigliamento che rappresenti una figura umana, invece di un animale o di un segno grafico. A parte una sola, ancorché parziale, eccezione: il logo di Ralph Lauren, che raffigura un cavallo con un giocatore di Polo.

BasicNet

Dopo anni di successi commerciali, nel 1994 il Maglificio Calzificio Torinese fallisce a seguito della morte prematura del suo amministratore delegato Maurizio Vitale, pronipote del fondatore Abramo. È l’imprenditore torinese Marco Boglione ad aggiudicarsi, all’asta fallimentare, i cespiti del MCT. Tra questi, i suoi tre marchi: Kappa, Robe di Kappa e Jesus Jeans.

dizionario-della-moda-mame-kappa-basicnet
Veduta esterna della sede di BasicNet

Marco Boglione cambia il nome del MCT in BasicNet e ne rivoluziona il modello di business, sostituendo la precedente organizzazione verticale con un modello di impresa a rete, interamente fondato su Internet.  E rilanciando con successo, sul mercato globale, i marchi acquisiti: primo tra tutti, Kappa.

SEBAGO

Sebago è un marchio americano di calzature. Due i prodotti icona del marchio: il mocassino Penny Loafer e le scarpe da barca Docksides. Ora di proprietà di BasicNet

Indice

  1. Gli inizi
  2. La crescita del marchio
  3. Wolverine World Wild
  4. BasicNet
  5. Oggi

Sebago è un marchio americano di calzature. Due i prodotti icona del marchio: il mocassino Penny Loafer e le scarpe da barca Docksides.

Dizionario della moda mame: Sebago mocassini
Mocassini Sebago

Gli inizi

Sebago è stata fondata nel 1946 a Westbrook, Maine, da Daniel J. Wellehan. Prima di Sebago, Wellehan era proprietario di cinque negozi di scarpe. Così decise di aprire il suo calzaturificio. Divenne partner di imprenditori calzaturieri, William Beaudoin e Joseph Cordeau.

Il marchio prese il nome dal lago Sebago, a pochi chilometri da Westbrook. Nella lingua degli indiani Abenaki, Sebago significa “bacino d’acqua dalla forma allungata”.

Il primo mocassino fu il Penny Loafer. Venne creato lo stesso anno di fondazione. Veniva prodotto secondo la tradizione Abenaki e cucito a mano. Ancora oggi è un modello di punta del brand.

Le prime scarpe da barca furono prodotte nel 1948, ma il loro brevetto fu venduto all’Uniroyal.

La crescita del marchio

Il nome dell’azienda era originariamente Sebago-Moc’s Company.

Nel 1950 il fatturato della Sebago-Moc’s raggiunse il milione di dollari e nel 1952 la produzione giornaliera arrivò a 2.000 paia di scarpe.

La Sebago-Moc’s, nel 1963, costruì una nuova fabbrica che produceva esclusivamente mocassini da donna. Nel 1964 cominciò a vendere anche in Europa grazie a una collaborazione con l’imprenditore Francisco Gaudier.

Le Docksides furono create nel 1970, altro prodotto di punta del brand e uno dei più conosciuti nel mondo. Per l’occasione la compagnia decise di semplificare il proprio nome in Sebago.

Nel 1978 Ted Turner posò per la collezione di poster. Robert Edward “Ted” Turner III è un imprenditore statunitense. È noto per essere il fondatore della CNN e aver sposato Jane Fonda.

Negli anni ‘80 le Docksides divennero un trend nelle università e nelle scuole superiori di tutti gli Stati Uniti e furono menzionate nel libro The Official Preppy Handbook di Jonathan Roberts come the crucial elment, “l’elemento cruciale”.

Dizionario della moda mam-e scarpe da barca
Scarpe da barca Sebago

Nel 1981 furono lanciate le Campides, nuova linea per l’outdoor e per il tempo libero.

Sebago fu il primo brand americano a sponsorizzare una barca nella O-star Race, nel 1984. Seguirono altre importanti sponsorizzazioni, tra cui la Celebrity Regatta, la Liberty Cup, l’Americas Cup e il Young America team alla Louis Vuitton Cup 96/97.

Una nuova linea di scarpe waterproof, la Drysides, fu introdotta sul mercato nell’autunno del 1994.

Alla fine degli anni ’90 il brand attraversò un periodo di crisi che, nel 2003, portò alla vendita della Sebago alla Wolverine World Wide da parte di Dan Wellehan Junior, figlio del fondatore.

Wolverine World Wild

La Wolverine World Wide è una compagnia che controlla molti brand di calzature.

Dal 2015 al 2017 la Wolverine World Wide ha visto calare i suoi introiti. La vendita del marchio Sebago è stata parte del “Wolverine Way Forward”. Un piano strategico per ottimizzare il portafoglio aziendale.

BasicNet

Il 31 luglio 2017 Sebago entra a far parte del portafoglio marchi del gruppo BasicNet. Gruppo italiano fondato da Marco Boglione nel 1995.
La torinese BasicNet S.p.A. ha sottoscritto un contratto da 14,25 milioni di dollari per l’acquisizione del marchio dal gruppo americano Wolverine World Wide, quotato alla Borsa di New York, e ha immediatamente integrato Sebago nel proprio modello di business.

Oggi

Sebago è attualmente distribuito in 90 Paesi nel mondo. Il gruppo BasicNet, dopo aver integrato il nuovo brand nel proprio – come già avvenuto con successo per i marchi Kappa, Robe di Kappa, Jesus Jeans, Superga, K-Way, Sabelt e Briko – nel giugno 2018 presenterà a Pitti la prima collezione Sebago interamente designed in Torino, Italy.

FONDAZIONE GIANFRANCO FERRÉ

Indice

  1. Obiettivi
  2. La sede
  3. Mostre
    1. “La camicia bianca secondo me” – Museo del Tessuto, Prato
    2. “La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré” – Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano
    3. “The white shirt according to me. Gianfranco Ferré” – Phoenix Art Museum, Steele Gallery
    4. “Gianfranco Ferre’ Designs” – Phoenix Art Museum, Ellman Gallery
    5. “Gianfranco Ferré e Maria Luigia: Inattese assonanze” – Palazzo del Governatore, Parma
    6. “Gianfranco Ferré. Moda, un racconto nei disegni” – Centro Culturale Santa Maria della Pietà, Cremona
    7. “Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: Gioielli e Ornamenti” – Palazzo Madama, Sala del Senato, Torino
  4. Pubblicazioni
    1. Gianfranco Ferré. Lezioni di Moda
    2. Gianfranco Ferré Disegni
    3. La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré
    4. Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: Gioielli e Ornamenti

Obiettivi

La Fondazione Gianfranco Ferré è stata costituita nel 2008 con lo scopo di conservare, ordinare e mettere a disposizione del pubblico – in primo luogo sotto forma di archivio virtuale – tutto ciò che documenta l’attività creativa dello stilista. A ciò si affianca l’obiettivo di promuovere e svolgere iniziative che abbiano attinenza con la filosofia di Gianfranco Ferré, con la sua cultura progettuale, con la sua concezione della moda e dell’estetica.

L’attività della Fondazione si traduce innanzitutto nella costituzione di un archivio/museo in cui trova collocazione tutto quanto è stato conservato dell’attività di Gianfranco Ferré. Il lavoro prevede pertanto di inventariare materiali diversi – fotografie, disegni, filmati, rassegne stampa, riviste, comunicati stampa, oltre a scritti, lezioni e appunti dello stilista – inseriti nella banca dati, per una facile consultazione in sede e via Internet.

Allo stato attuale, il data base, in fase costante di aggiornamento contiene oltre 80.000 documenti, organizzati secondo una struttura allo stesso tempo lineare ed articolata capillarmente, sulla base di criteri tematici e cronologici.

La realizzazione di un archivio virtuale con queste caratteristiche offre a un pubblico eterogeneo la possibilità di conoscere in modo diretto il lavoro svolto da Gianfranco Ferré. Ne possono essere interessati professionisti e studiosi, chi si occupa di moda contemporanea, chi lavora sul prodotto italiano degli ultimi trent’anni, studenti che si stanno formando per un futuro nella moda e studenti che si occupano di design.

L’esistenza di una banca dati così concepita rende possibile una notevole serie di iniziative che hanno il loro punto di forza e di avvio proprio in questo patrimonio: dalla pubblicazione di libri tematici alla realizzazione di mostre, dall’impegno nella formazione di giovani alla promozione di programmi di studio e di ricerca in collaborazione con istituzioni universitarie e scolastiche, dalla programmazione di lectures e di visite in sede, sino alla partecipazione ad eventi o convegni focalizzati su tematiche correlate all’attività di Gianfranco Ferré o, in generale, alla moda e all’estetica del nostro tempo.

La Fondazione si occupa della cura e della gestione dell’archivio vestimentario che comprende circa 3.000 tra capi e accessori appartenenti alle collezioni Gianfranco Ferré Donna, Uomo ed Alta Moda.

La sede

Fondazione Gianfranco Ferré, la sede
Fondazione Gianfranco Ferré, la sede

La luce che entra dalle vetrate a tutta altezza: è questa, forse, la caratteristica che, per prima, colpisce della sede della Fondazione Gianfranco Ferré, situata all’interno del complesso “Tortona 37”, nel cuore della nuova Milano della creatività.

600 metri quadri di superficie totale articolati su due livelli distinti: il piano terra e due ampi soppalchi, secondo una logica di razionalità innanzitutto, ma anche di raffinatezza e di eleganza. Spazi concepiti in un’ottica di multifunzionalità per essere aree di lavoro e di conservazione della documentazione storica, per ospitare incontri, conferenze, lecture ed anche esposizioni di capi ed accessori.

Non mancano postazioni accessibili al pubblico per la fruizione – sia in concreto che in forma virtuale, grazie agli strumenti informatici – del patrimonio della Fondazione: disegni, immagini fotografiche, video, testi, la ricchissima collezione di volumi che raccolgono decenni delle più importanti riviste di moda, design e life style di ogni parte del mondo.

La configurazione degli spazi e la loro definizione estetica fanno della Fondazione un luogo autenticamente Ferré, dalla concezione dei volumi nitidi e rigorosamente architettonici, alle altezze importanti e imponenti, sino alle connotazioni cromatiche: pavimenti in resina opaca nera; pareti candide spezzate da parti laccate rosso intenso; superfici rivestite in lamiera di ferro. Per proseguire con le strutture di arredo vere e proprie: grandi librerie in legno laccato bianco incorniciate da elementi portanti in rovere; tavoli e capienti cassettiere in metallo color bronzo con la superficie in vetro satinato nero.

Il progetto di definizione degli ambienti della Fondazione è stato affidato all’Architetto Franco Raggi, compagno di università ed amico di Gianfranco Ferré che, con lui, era già stato protagonista di analoghi interventi riguardanti altri spazi in cui lo stilista ha operato ed in particolare la sede di via Pontaccio.

Sono tanti i “segni” di Gianfranco Ferré che consentono di ritrovare appieno il suo stile e soprattutto la sua personalità ricca e complessa. In primo luogo i “pezzi” da lui stesso disegnati: il grande tavolo in lamiera di ferro, che stava nel suo ufficio privato; la chaise longue in cavallino marrone; le poltrone Biedermeier rivestite in lucertola laccata….

Nella Fondazione vivono anche molti oggetti di Gianfranco Ferré: quelli delle sue tante collezioni, quelli che riportava dai suoi viaggi, quelli che riceveva in regalo da amici e collaboratori, ben consapevoli della sua passione: raccogliere. Dal sontuoso vaso-braciere cinese in bronzo lavorato e sbalzato, alla armatura da kendo giapponese, a un curioso metro nautico, ai singolari “uccelli” realizzati da Grégory Morizeau e da Fabius Tita con pezzi di riciclo industriale, al cavalletto da pittore che ha seguito Gianfranco Ferré sin dal suo primissimo studio in Via Conservatorio…Senza contare i tantissimi piccoli- grandi elementi che costellavano e rendevano speciali gli ambienti in cui lo stilista viveva e lavorava: dagli elmi e cappelli di ogni epoca e parte del mondo, ai bracciali – alcuni dei quali autentiche sculture – , alle opere degli artisti a cui lo stilista era legato: tra tutte il suo “profilo” realizzato da Ceroli in legno di abete. E pezzi di design moderno, tra cui l’opera di Urano Palma e le sedie, dalla “Harp Chair” di Jorgen Hovelskow a quelle di Tom Dixon e di Ron Arad, sino alla chaise longue “Metamorfosi 3”, pezzo unico di Franco Raggi.

“Tortona 37”, il contesto che ora annovera anche la Fondazione Ferré tra le sue realtà, è un complesso architettonico mixed-use, realizzato su progetto di Matteo Thun. E’ composto da cinque edifici disposti a corte su un giardino dal cuore alberato e si inserisce in un processo di significativo riutilizzo del territorio, con un’architettura a basso impatto ambientale, adottando tecnologie in una logica avanzata di efficienza energetica, che trova il suo punto di forza nel condizionamento dell’aria basato sullo sfruttamento geotermico, nell’utilizzo di pannelli radianti e nell’attento studio dell’involucro esterno.

Architettura degli interni: Franco Raggi, con Karim Contarino

Sistema di illuminazione XAL. Xenon Architectural Lighting

Sistema di arredi ZEUS

Rivestimenti in metallo trattato AMIMETAL

Arredi fissi i in legno G. BIENATI

Mostre

“La camicia bianca secondo me” – Museo del Tessuto, Prato (1/02/’14 – 15/06/’14)

Apre al pubblico sabato 1 febbraio “La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré”, la mostra organizzata dalla Fondazione Museo del Tessuto di Prato e dalla Fondazione Gianfranco Ferré e curata da Daniela Degl’Innocenti, dedicata al talento di una delle figure più significative della moda internazionale.

Concepita con l’intento di mettere in luce la poetica sartoriale e creativa dello stilista, la mostra conduce il visitatore, attraverso diverse tipologie di lettura, alla scoperta della camicia bianca, vero e proprio paradigma dello stile Ferré, evidenziandone gli elementi progettuali più innovativi e le infinite, affascinanti interpretazioni.

Presenza costante che corre come un fil rouge lungo tutta la sua carriera, la camicia bianca è stata definita dallo stesso stilista “segno del mio stile” oppure “lessico contemporaneo dell’eleganza”.

Pensato per dare forza ai diversi linguaggi figurativi con cui l’universo camicia è stato letto, scomposto e rimodellato, il percorso espositivo gioca con la suggestione e la valorizzazione di elementi diversi, a corollario dei capi indossati su manichino: disegni, dettagli tecnici, bozzetti, fotografie, immagini pubblicitarie e redazionali, video e istallazioni.

L’incipit della mostra è affidato ad un sistema sospeso di teli su cui scorrono macro immagini dei disegni autografi di Ferré, lampi perfetti che delineano la sua visione creativa e che rappresentano la chiave per accedere all’universo insito a ciascun progetto.

Nel primo ambiente emergono i canoni di costruzione e gli elementi strutturali innovativi della camicia attraverso il fascino inedito di macroistallazioni fotografiche (simulazioni x-ray), che offrono una lettura tecnica e poetica allo stesso tempo, di una selezione di capi, restituendo l’impalcatura formale e materica di ciascuna camicia e mettendo in evidenza texture e stratificazioni.

La resa aerea e particolarmente suggestiva di questo linguaggio è frutto di una ricerca tecnica sviluppata in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e realizzata dal fotografo fiorentino Leonardo Salvini. Questo tipo di restituzione fotografica è presentata per la prima volta come chiave di interpretazione dei contenuti di una mostra di moda.

Il cuore della mostra vive nel centro della grande sala successiva, dove le ventisette camicie bianche, piccolo esercito di capolavori sartoriali, testimoniano silenziosamente vent’anni di genialità creativa e progettuale.

Esposte rispettando la cronologia della loro nascita, le camicie sono sculture bagnate da luce pensata per consentire al bianco di accendersi in diverse tonalità e alle ombre di fare da contrappunto, per ottenere un suggestivo effetto plastico.
Taffetas, crêpe de chine, organza, raso, tulle, stoffe di seta o di cotone, merletti e ricami meccanici, impunture eseguite a mano, macro e micro elementi si susseguono in un crescendo di maestria ed equilibrio.

Ai lati della grande sala espositiva, sono presenti disegni tecnici, bozzetti per le uscite in sfilata, scatti di grandi maestri della fotografia, immagini pubblicitarie e redazionali provenienti dall’Archivio della Fondazione Ferré. Particolare interesse suscitano i disegni originali che illustrano la incredibile capacità di dare vita ad ogni creazione, sintetizzando tutti gli elementi necessari alla realizzazione del modello: silhouettes, volumi, dettagli, leggerezza o corposità della materia, sono già descritti nel tratto più o meno marcato, elegante e velocissimo.

Un sistema di macro proiezioni chiude infine la mostra, presentando un affascinante montaggio di sequenze delle sfilate più importanti, dal 1978 al 2007. Le camicie in esposizione prendono vita: nel gesto studiato e nel movimento elegante delle modelle restituiscono la sensibilità, il gusto e la raffinatezza proprie dell’universo poetico di Gianfranco Ferré.

La mostra è accompagnata da un libro-catalogo edito da Skira, la cui direzione artistica è di Luca Stoppini, che ha anche reinterpretato le camicie con nuove immagini fotografiche. Il volume che si apre con i saluti di Andrea Cavicchi ed Alberto Ferré, presidenti delle due Fondazioni e presenta poi un testo sulle motivazioni del progetto della mostra, a cura di Filippo Guarini e Rita Airaghi, approfondisce i temi della mostra con il saggio introduttivo di Daniela Degl’Innocenti e gli interessanti contributi di personaggi e protagonisti dello stile, della moda e dell’architettura italiana quali Quirino Conti, Anna Maria Castro, Margherita Palli, Daniela Puppa e Franco Raggi, che raccontano ed interpretano la visione creativa e progettuale del grande stilista-architetto. Un intervento di Alessandra Arezzi Boza sul significato dell’heritage nelle attività della Fondazione Ferré e una presentazione del museo del Tessuto di Prato e della sua storia chiudono il catalogo.

Da febbraio a giugno “La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré” sarà accompagnata da un vivace calendario di eventi e attività collaterali pensate in relazione ai contenuti della mostra e da una significativa offerta didattica pensata sia per l’alta formazione nel settore della moda sia rivolta a scuole, istituti, corsi e accademie dei settori design, architettura e arti applicate.

Gli studenti potranno approfondire i contenuti della mostra grazie anche al supporto di strumenti multimediali e partecipare a workshop dedicati al talento progettuale e costruttivo dello stilista come a focus tematici centrati sugli elementi chiave dello stile Ferré.

Il programma dettagliato ed i contenuti delle attività, dell’offerta didattica, le informazioni pratiche e i press kit completi della mostra saranno disponibili sul sito web ufficiale dell’evento su cui convergeranno anche i social network dedicati.

“La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré” – Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano (10/03/’15 – 4/04’15)

“E’ fin troppo facile raccontare la mia camicia bianca. E’ fin troppo facile dichiarare un amore che si snoda come un filo rosso lungo tutto il mio percorso creativo. Un segno – forse “il” segno – del mio stile, che rivela una costante ricerca di novità ed un non meno costante amore per la tradizione.

Tradizione e novità sono infatti gli elementi da cui prende il via la storia della camicia bianca Ferré. La tradizione, il dato di partenza, è quella della camicia maschile, presenza codificata e immancabile nel guardaroba, che ha fornito uno stimolo incredibile al mio desiderio di inventare, alla mia propensione a rileggere i canoni dell’eleganza e dello stile, giocando tra progetto e fantasia. Letta con glamour e poesia, con libertà e slancio, la compassata e quasi immutabile camicia bianca si è rivelata dotata di mille identità, capace di infinite modulazioni. Sino a divenire, credo, un must della femminilità di oggi…

Nel lessico contemporaneo dell’eleganza, mi piace pensare che la mia camicia bianca sia un termine di uso universale. Che però ognuno pronuncia come vuole…

Questo processo di elaborazione mostra sempre un intervento ragionato sulle forme. Mai uguale a se stessa, eppure inconfondibile nella sua identità, la blusa candida sa essere leggera e fluttuante, impeccabile e severa quando conserva il taglio maschile, sontuosa ed avvolgente come una nuvola, aderente e strizzata come un body. Può essere enfatizzata in alcune sue parti, il collo ed i polsi innanzitutto, oppure ridotta ed intenzionalmente privata di alcune sue parti: la schiena, le spalle, le maniche. Si gonfia e lievita con il movimento, quasi in assenza di gravità. Svetta come una corolla incorniciando il viso. Scolpisce il corpo per trasformarsi in una seconda pelle. E’ la versatile interprete delle più svariate valenze materiche: dell’organza impalpabile, del taffettà croccante, del raso lucente, della duchesse, del popeline, della georgette, dello chiffon…” -Dagli appunti di Gianfranco Ferré

La mostra, promossa dal Comune di Milano, Assessorato alle Politiche per il Lavoro, Moda e Design e Assessorato alla Cultura, è organizzata e prodotta da Palazzo Reale e Fondazione Gianfranco Ferré, in collaborazione con la Fondazione Museo del Tessuto di Prato. E’ curata da Daniela Degl’Innocenti ed è dedicata al talento di una delle figure più significative della moda internazionale.

“La mostra rappresenta un omaggio della città ad un grande interprete della moda italiana e al suo stile inconfondibile. Uno stile che ha sempre escluso gli eccessi, legando la creatività a punti di riferimento precisi e sicuri sia nelle forme, sia nei materiali e nei colori”, così l’Assessore alle Politiche per il Lavoro, Moda e Design, Cristina Tajani, che prosegue: “Un’esposizione utile soprattutto ai tanti giovani che, apprestandosi a muovere i primi passi nel mondo della moda, possono apprendere un’autentica lezione di stile e creatività per continuare la grande tradizione del Made in Italy”.

“Milano, accogliendo questa mostra, omaggia uno degli stilisti simbolo della moda italiana e milanese: Gianfranco Ferré”, afferma l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno, che sottolinea: “Nella splendida cornice della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, un percorso espositivo – ricco di disegni preparatori, bozzetti, fotografie, capi sartoriali – pone al centro la camicia bianca, vera e propria icona dello stile di Ferré. Una mostra dedicata a un grande maestro della moda, che proprio a Milano ha sviluppato la creatività e il talento che hanno reso il suo stile famoso in tutto il mondo”.

Concepita con l’intento di mettere in luce la poetica sartoriale e creativa di Gianfranco Ferré, la mostra conduce il visitatore, attraverso diverse forme di lettura, alla scoperta della camicia bianca, vero e proprio paradigma dello stile Ferré, evidenziandone gli elementi progettuali più innovativi e le infinite, affascinanti interpretazioni. Presenza costante che corre come un fil rouge lungo tutta la sua carriera, la camicia bianca è stata definita dallo stesso stilista “segno del mio stile”, oppure “lessico contemporaneo dell’eleganza”.

Elemento di continuità e capo eletto ad icona dello stile, della cultura progettuale e della creatività di Gianfranco Ferré, “architetto della moda” e artefice indiscusso del Made in Italy, la camicia rappresenta il capo su cui l’autore concentra l’attitudine a trasformare e innovare il linguaggio e l’estetica della moda.

Pensato per dar forza ai diversi linguaggi figurativi con cui l’universo-camicia è stato letto, scomposto e rimodellato, il percorso espositivo gioca con la suggestione e la valorizzazione di elementi differenti, a corollario dei capi indossati su manichino: disegni, dettagli tecnici, bozzetti, fotografie, immagini pubblicitarie e redazionali. Il suo fulcro è costituito da ventisette camicie – un esercito di capolavori sartoriali che esemplificano circa un ventennio del talento creativo di Ferré (collezioni di PàP dal 1982 al 2006).

L’incipit della mostra è affidato ad un passaggio attraverso teli di tulle su cui scorrono macro-immagini dei disegni autografi di Ferré che permettono di cogliere segni che delineano la sua visione creativa e rappresentano un mezzo per accedere al progetto di tutti i capi esposti.

Il cuore della mostra vive nel centro della grande Sala delle Cariatidi, dove domina la plastica e affascinante presenza delle camicie bianche: sculture bagnate da luce pensata per consentire al bianco di accendersi in diverse tonalità e alle ombre di fare da contrappunto, per ottenere un effetto suggestivo. Taffettà, crêpe de chine, organza, raso, tulle, stoffe di seta o di cotone, merletti e ricami meccanici, impunture eseguite a mano, macro- e micro-elementi si susseguono in un crescendo di maestria ed equilibrio.

Ai lati della grande sala espositiva, sono presenti i diversi materiali provenienti dell’Archivio della Fondazione Ferré. Particolare interesse suscitano i disegni originali che illustrano la incredibile capacità di dare vita ad ogni creazione, sintetizzando tutti gli elementi necessari alla realizzazione del modello: silhouette, volumi, dettagli, leggerezza o corposità della materia sono già descritti nel tratto più o meno marcato, elegante e velocissimo.

A soffitto, un insieme di immagini di grande forza onirica: proiezioni fotografiche (simulazioni indagine rx di Leonardo Salvini) offrono una lettura tecnica e suggestiva allo stesso tempo, restituendo l’impalcatura formale e materica di ciascuna camicia e mettendo in evidenza texture e stratificazioni. Soprattutto suggeriscono levità, dolcezza e poesia.

A chiudere il percorso, le immagini realizzate da Luca Stoppini sottolineano ancora una volta come la leggerezza e la trasparenza siano una precisa chiave di lettura dell’intero progetto.

Edito da Skira, un libro-catalogo, la cui direzione artistica è di Luca Stoppini, accompagna la mostra. Il volume approfondisce i temi dell’esibizione con il saggio introduttivo di Daniela Degl’Innocenti e gli interessanti contributi di personaggi e protagonisti dello stile, della moda e dell’architettura italiana quali Quirino Conti, Anna Maria Stillo Castro, Margherita Palli, Daniela Puppa e Franco Raggi, che raccontano ed interpretano la visione creativa e progettuale del grande stilista-architetto. Chiude un intervento di Alessandra Arezzi Boza sul significato dell’heritage nelle attività della Fondazione Gianfranco Ferré.

“The white shirt according to me. Gianfranco Ferré” – Phoenix Art Museum, Steele Gallery (4/11/’15 – 6/03/’16)

“Ferré faceva parte di una grande generazione di designer italiani che includeva Gianni Versace e Giorgio Armani. I loro progetti consolidarono l’importanza della moda italiana a livello internazionale durante la fine degli anni ’70. Siamo entusiasti di portare la visione e la storia di Ferré nella Valley direttamente dagli archivi di Milano. “- Dennita Sewell, Curatrice del Fashion Design, Phoenix Art Museum.

Dal prossimo 4 novembre al 6 marzo 2016 il Phoenix Art Museum in Arizona, la più prestigiosa realtà museale d’arte del Sud Ovest degli Stati Uniti, che celebra i suoi cinquanta anni di attività, ospiterà, nella Steele Gallery, la mostra dedicata al capo iconico di Gianfranco Ferré, nata in collaborazione con il Museo del Tessuto di Prato e già proposta lo scorso marzo a Milano, a Palazzo Reale.

In contemporanea, una diversa area dello spazio, la Ellman Fashion Design Gallery, costituirà lo scenario per un racconto del percorso creativo di Gianfranco Ferré, grazie ad una ampia selezione di immagini, oltre 100 disegni tecnici e bozzetti, esposti insieme ad abiti di Alta Moda e Pret à Porter: dallo schizzo alla tridimensionalità.

“Gianfranco Ferré Designs” – Phoenix Art Museum, Ellman Gallery (4/11/’15 – 6/03/’16)

Una seconda mostra, Gianfranco Ferré Designs, sarà ugualmente esposta nella Ellman Fashion Design Gallery di Phoenix Art Museum. Questa mostra complementare presenta oltre 100 delle illustrazioni e fotografie di Ferré abbinate a 8 ensemble straordinari che esemplificano lo stile iconico di Gianfranco Ferré. I visitatori avranno la rara opportunità di esplorare il processo creativo di un designer di fama mondiale, dall’ideazione allo schizzo al prodotto finito.

“Gianfranco Ferré e Maria Luigia: Inattese assonanze” – Palazzo del Governatore, Parma (30/09/’16 – 15/01/’17)

E’ un onore che lo stile di Gianfranco Ferré sia protagonista di una mostra di singolare valenza, nell’ambito delle celebrazioni che ricordano il bicentenario dell’ingresso a Parma di Maria Luigia d’Asburgo-Lorena, già Imperatrice dei Francesi e Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla.

Gianfranco Ferré ha sempre manifestato amore virtuale e interesse per le donne di potere, per le grandi della storia, da Maria Teresa d’Austria a Caterina di Russia, da Elisabetta la Grande a Cristina di Svezia. E’ indubbio che la “Buona Duchessa”, così chiamata dai sudditi che l’hanno venerata e dai Parmigiani di oggi che non hanno smesso di farlo, possa rientrare a pieno titolo nel novero dei personaggi femminili che occupano una posizione di rilievo negli orizzonti immaginari dello stilista.

Sarebbe tuttavia fuorviante affermare che Maria Luigia sia stata una specifica figura di riferimento nell’articolato panorama ideale di Gianfranco Ferré. Nelle sue collezioni è una presenza ricorrente il richiamo alle mode di epoche passate e dunque anche allo stile Impero. Ma non è questa la ragione che spiega la presenza delle creazioni di Ferré in mostra.

I perché e le relative dinamiche sono ben altri e rimandano alla logica con cui la Fondazione Gianfranco Ferré affronta il lascito creativo dello stilista, in tutte le sue componenti a partire da quella vestimentaria, che viene preservata e fatta conoscere, ma che è anche costante oggetto di studio e di attenzione, di ricerca e di interpretazione.

L’analisi di un patrimonio davvero sfaccettato ed eterogeneo per contenuti e suggestioni, permette alla Fondazione di trattarlo secondo una logica necessariamente flessibile. Una logica “in progress”, grazie alla quale da ciò che Gianfranco Ferré ha creato non è impossibile – al contrario, risulta pressoché naturale – ricavare impressioni sempre nuove, capaci di sorprendere e spesso di stupire anche chi conosce il mondo Ferré da sempre, lo ha visto nascere, crescere, svilupparsi ed evolversi in tempo reale.

Ma il raffronto continuo con gli abiti e con la documentazione ad essi connessa – insieme alla distanza prospettica maturata nel tempo – ci porta a scorgere sempre contenuti inattesi, o meglio, inattesi modi di valutarli e valorizzarli. Sono contenuti che, non di rado, sono rimasti nascosti nelle pieghe di un orizzonte estetico incredibilmente variegato, rispetto ai quali hanno invece prevalso altri elementi, più evidenti, più facili ed immediati da cogliere.

Forte di questa attitudine, senza forzatura, la Fondazione ha così potuto individuare assonanze, che ci è piaciuto definire inattese per i nostri studi, in un incontro con il mondo di Maria Luigia di Parma, il suo gusto, le sue passioni. Il ricorso ad una analisi puntuale e una propensione alla ricerca sommano in sé da un lato metodologie filologiche, dall’altro l’aspirazione a costruire inusitate prospettive di percezione del messaggio di stile di Gianfranco Ferré.

Stiamo parlando di una donna cresciuta secondo i principi rigidi ma sostanzialmente già borghesi della corte di Vienna, per nulla educata a reggere le sorti di uno Stato. Tuttavia, la “Buona Duchessa”, più per innato pragmatismo femminile che non per preparazione politica, ha fatto del suo Ducato un’isola felice negli anni più che cupi della Restaurazione. Una donna illuminata, attenta anche alla nascente questione sociale, che ha aperto alla nuova era e al mondo una piccola entità territoriale.

Anche per questo, in fondo, non è stato difficile né tantomeno artificioso per la Fondazione Gianfranco Ferré, muovendosi tra metodo e fantasia, individuare nelle collezioni dello stilista probabili liaison con il gusto e le passioni di Maria Luigia.

Noi abbiamo amato pensare a lei come ad una figura contemporanea. O meglio, abbiamo amato cogliere, nel segno della contemporaneità, virtuali punti di contatto tra lei e lo stile di Gianfranco Ferré.

-Rita Airaghi, Direttore Fondazione Gianfranco Ferré

Sulla mostra:

La genialità sartoriale di Gianfranco Ferré e l’arte fotografica di Michel Comte per due mostre che si inseriscono nell’ambito delle molteplici iniziative per il bicentenario dell’arrivo di Maria Luigia d’Asburgo-Lorena a Parma, già Imperatrice dei Francesi e Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla.

“Ferré e Comte DETTAGLI. Grandi interpreti tra moda e arte”, progetto ideato da Alberto Nodolini e prodotto da Ankamoki, si snoderà nelle sale del primo e secondo piano di Palazzo del Governatore di Parma dal 30 settembre 2016 al 15 gennaio 2017.

Al primo piano si svolgerà la mostra “Gianfranco Ferré e Maria Luigia: inattese assonanze”, a cura di Gloria Bianchino e Alberto Nodolini in collaborazione con la Fondazione Gianfranco Ferré, mentre il secondo verrà completamente dedicato alle installazioni di Michel Comte per la mostra “Neoclassic” curata da Jens Remes in collaborazione con Alberto Nodolini e Anna Tavani.

“Gianfranco Ferré. Moda, un racconto nei disegni” – Centro Culturale Santa Maria della Pietà, Cremona (21/04/’17 – 18/06/’17)

Perché una mostra sui disegni di Gianfranco Ferré

“Disegnare, per me, significa gettare sulla carta un’idea spontanea per poter poi analizzare, controllare, verificare, pulire, riducendo gli elementi di base a linee sintetiche e precise, innestate su diagonali e parallele e racchiuse dentro forme e figure geometriche… da stilista e architetto concepisco la moda come design…” (Gianfranco Ferré)

Dalla sua formazione di architetto Gianfranco Ferré trae il suo metodo, che proprio nel disegno ha il suo fulcro, il suo momento fondante, il suo modo di dare una forma alle idee, concretezza a un’intuizione, di “fermare le impressioni e dar loro un abbozzo di consistenza”: il disegno quindi come “necessità e passione insieme, punto d’arrivo nella dimensione della realtà e insieme punto di partenza per un progetto”.

La mostra dei disegni di Ferré vuole dunque ricostruire un percorso intellettuale, l’evoluzione di un mondo interiore di ricerca, di lettura, di sintesi culturale e stilistica, che resti come testimonianza e spunto di riflessione: disegno come espressione di libertà e rigore, di creatività e progetto, ma allo stesso tempo strumento di lavoro, esercizio quotidiano, habitus mentale, approccio concreto. Soprattutto, metodo di lavoro.

Tutto l’universo interiore di Gianfranco Ferré si condensa nei suoi disegni che definiscono con immediatezza i punti-cardine del corpo umano – le spalle, la vita, le gambe – ma anche gli interessi, le passioni e la personalità dello stilista. E ciò può essere compreso anche da chi, con la moda, ha poca o nessuna confidenza.

La sua incessante capacità inventiva diventa segno, nelle sue incredibili silhouette che evocano con pochi tratti decisi una figura dinamica, spesso fissata da tracce di matita, da bagliori di luci e d’oro resi anche con la carta stagnola o con uno spolverio di brillantini. Disegni che creano anche abiti come macchie di colore, come intrecci calligrafici, esplosione di linee, o sintesi di un dettaglio d’incredibile resa materica. Colpisce proprio questa peculiarità di Ferré: anche in un’immagine di sintesi, si evidenzia sempre la precisione del dettaglio. -Rita Airaghi, Direttore Fondazione Gianfranco Ferré

Un ritorno alle origini, un incontro con la creatività

Cremona, città di musica, di violini e di studio del suono, ma anche splendido centro del territorio di origine della famiglia materna di Gianfranco Ferré.
La Fondazione che porta il suo nome si fa protagonista, in sinergia e in collaborazione con l’Amministrazione della città, di un significativo ritorno alle radici, sempre vive nella memoria dello stilista, affettivamente molto legato a questa angolo di Lombardia.

E’ un ritorno articolato in due momenti:

Dal 21 aprile al 18 giugno 2017 la mostra “Gianfranco Ferré. Moda, un racconto nei disegni” presenta oltre cento schizzi autografi dello stilista, esposti in gruppi sulla base di affinità tematiche o cromatiche, per comunanza di tratti o di accorgimenti grafici nello spazio straordinario del Centro Culturale Santa Maria della Pietà, in Piazza Giovanni XXIII, ambito di riferimento per fumetto, grafica, incisione e disegno: una valenza sicuramente importante da segnalare.

La mostra include anche alcuni abiti, che sono autentica trasposizione del progetto e della poesia, espressi nei disegni, nella realtà: volumi e forme, materiali, lavorazioni, pizzi e ricami.

In calendario il 18 maggio, in omaggio a Cremona e alle sue Celebrazioni per i 450 anni della nascita di Claudio Monteverdi, padre del melodramma e della canzone, verrà organizzata la conferenza “Gianfranco Ferré. Moda, un racconto nella musica”, dedicata al ruolo delle colonne sonore nelle sfilate: si spiegherà come, con l’aiuto di straordinari sound designer, lo stilista riuscisse ad ottenere inediti arrangiamenti, mixaggi arditi, sonorità inattese e derivate da mondi diversi. Musica come parte complementare dell’emozione che scaturisce dall’abito.

“Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: Gioielli e Ornamenti” – Palazzo della Madama, Sala del Senato, Torino (12/10/’17 – 19/02/’18)

Nell’aulica Sala del Senato di Palazzo Madama, dal 12 ottobre 2017 al 19 febbraio 2018 va in scena la mostra Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: Gioielli e Ornamenti. L’esposizione – organizzata e prodotta da Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei – presenta in anteprima mondiale 200 oggetti-gioiello che ripercorrono per intero la vicenda creativa del celebre stilista italiano.

Per Ferré l’ornamento è stata sempre una passione, legata in modo inscindibile alle collezioni moda e risultato di un approccio appassionato e spesso innovativo, mai inferiore a quella riservata all’abito. Come sottolinea la curatrice della mostra Francesca Alfano Miglietti: “Ferré costruisce una zona franca all’interno di un proprio mondo di riferimento, elaborando ogni oggetto sulla scia di un sistema di classificazione generale di concetti che diventano oggetti. E così pietre lucenti, metalli smaltati, conchiglie levigate, legni dipinti, vetri di Murano, ceramiche retrò, cristalli Swarovski, e ancora legno e cuoio e ferro e rame e bronzo, nel susseguirsi di un incantato orizzonte di spille, collane, cinture, anelli, bracciali, monili. Per Ferré l’ornamento non è il figlio minore di un prezioso, ma un concetto di eternità che deve rappresentare l’immanenza del presente”.

Gli oggetti in mostra, realizzati per sfilate dal 1980 al 2007, sono raccontati come complemento dell’abito e suo accessorio ma vengono esposti insieme ad alcuni capi in cui è proprio la materia-gioiello a inventare e costruire l’abito, diventandone sostanza e anima. Anche in questo caso l’attenzione di Gianfranco Ferré ai materiali è determinante, come parte essenziale della sua ricerca.

Il progetto espositivo – realizzato dall’architetto Franco Raggi – gioca sul contrasto tra la Sala del Senato di Palazzo Madama, ambiente di immenso pregio architettonico, e le strutture minimaliste ed essenziali in ferro e vetro dell’allestimento, mettendo in risalto la fantasiosa bellezza dei gioielli disegnati da Ferré che sembrano librarsi in volo nella penombra.

I “gioielli” di Gianfranco Ferré: note sull’allestimento

I protagonisti sono due: da una parte l’imponente Salone delle Feste di Palazzo Madama con la sua altezza vertiginosa, le sapienti proporzioni e la bellezza austera e non barocca delle residenze reali sabaude.

Dall’altra i “gioielli” di Gianfranco, che preferiamo chiamare più antropologicamente “ornamenti”, ricchi di materia, di curiosità formali, di azzardi estetici, di citazioni e anche di esotica e microscopica bellezza.

L’allestimento media tra questi due eccessi risolvendosi in una serie ordinata di 6 contenitori in struttura di ferro, come gabbie nelle quali imprigionare e difendere queste creature fragili e strane, questi ornamenti corporali pensati per membra e per gesti e per curve sinuose femminili.

Tutta la struttura dell’allestimento è allora arrugginita, brutalmente esposta alla sua povertà materiale, non volendo competere con la grandiosità dello spazio, tenuto però in penombra, e la ricchezza degli ornamenti. Le sei grandi gabbie sono tutte appoggiate su una pedana tecnica che solleva leggermente la scena temporanea degli oggetti. Anche la pedana è arrugginita. A Gianfranco la ruggine piaceva molto. Non so perché. -Franco Raggi, Ideatore del progetto

Pubblicazioni

Frisa Maria Luisa (a cura di), Gianfranco Ferré. Lezioni di Moda, Marsilio, Venezia 2009

Fondazione Gianfranco Ferré, Lezioni di Moda
Lezioni di Moda

Airaghi Rita (a cura di), Gianfranco Ferré Disegni, Skira, Milano 2010

Perché un volume sui disegni

Dagli appunti di Gianfranco Ferré : “Disegnare, per me, significa gettare sulla carta un’idea spontanea per poter poi analizzare, controllare, verificare, pulire, riducendo gli elementi di base a linee sintetiche e precise, innestate su diagonali e parallele e racchiuse dentro forme e figure geometriche …..

…da stilista e architetto concepisco la moda come design..”

E dalla sua formazione di architetto Gianfranco Ferré trae il suo metodo, che proprio nel disegno ha il suo fulcro, il suo momento fondante, il suo modo di dare una forma alle idee, concretezza a un’intuizione, “fermare le impressioni e dar loro un abbozzo di consistenza”: il disegno quindi come “ necessità e passione insieme, punto d’arrivo nella dimensione della realtà ed insieme punto di partenza per un progetto”.

Il libro dei disegni di Ferré vuole dunque ricostruire un percorso intellettuale, l’evoluzione di un mondo interiore di ricerca, di lettura, di sintesi culturale e stilistica, che resti come testimonianza e spunto di riflessione : disegno come espressione di libertà e rigore, di creatività e metodo, ma allo stesso tempo strumento di lavoro, esercizio quotidiano, habitus mentale, approccio concreto. Soprattutto, metodo di lavoro.

Se, infatti, per Ferré creare un abito significa attuare un processo di costruzione formale attraverso l’elaborazione di semplici forme geometriche in forme complesse e sviluppate nella tridimensionalità, il primo, necessario, passaggio nel processo di elaborazione è la “definizione” delle forme stesse attraverso un bozzetto.

La sua incessante capacità inventiva diventa segno, nelle sue incredibili silhouettes che evocano con pochi tratti decisi a pennarello una figura dinamica, spesso fissata da tracce di matita, da bagliori di luci e d’oro resi

anche con la carta stagnola o con uno spolverio di brillantini, o che creano abiti come macchie di colore, come intrecci calligrafici, esplosione di linee, o sintesi di un dettaglio di incredibile resa materica.
Colpisce proprio questa peculiarità di Ferré: anche in un’immagine di sintesi,si evidenzia sempre la precisione del dettaglio.

Tutto il suo universo quindi si condensa in uno schizzo veloce, tracciato per lo più a matita: pochi tratti, precisi e sintetici, una silhouette fissata nei suoi punti essenziali – le spalle, la vita, le gambe – che si allungano sul foglio. Sono solo poche linee, ma è già una figura.

L’altra peculiarità di Ferré è la capacità di sintesi. Non un abito immobile sulla gruccia, ma vivo, con l’animazione che danno il passo ed il movimento. Poche linee che in una fase immediatamente successiva si sviluppano secondo i principi della geometria in un disegno tecnico, nel quale le forme e i particolari dell’abito vengono ridotti e analizzati in termini elementari, le misure e le proporzioni assumono contorni definiti, perché tutto possa essere letto e compreso. Anche da chi, con la moda, ha poca o nessuna confidenza,ma sa apprezzare l’arte del tratto e l’inesauribile capacità creativa di una mente.

-Rita Airaghi, Direttore della Fondazione Gianfranco Ferré

Fondazione Gianfranco Ferré, Disegni
Disegni

Airaghi Rita (a cura di), La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré, Skira, Milano 2014

La creatività ed il genio stilistico di Gianfranco Ferré illustrati attraverso il capo icona della sua poetica sartoriale: la camicia bianca.

La mostra “La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré” e il volume-catalogo edito da Skira con la direzione artistica di Luca Stoppini sono il risultato della collaborazione tra la Fondazione Museo del Tessuto di Prato e la Fondazione Gianfranco Ferré.

Concepiti con l’intento di mettere in luce il talento creativo e la progettualità dello stilista, catalogo e mostra propongono diverse modalità di analisi e di lettura della camicia bianca Ferré, presenza costante che corre come un fil rouge lungo tutta la sua carriera, definita da lui stesso “segno del mio stile”, oppure lessico “contemporaneo dell’eleganza”.

In perfetta sintonia con il concept della mostra, il volume di Skira propone un contenuto arti- colato in molteplici elementi che puntano alla valorizzazione della camicia bianca e ad una visione della progettualità di Gianfranco Ferré applicata a questo must, evidenziandone gli ele- menti costruttivi più innovativi e le infinite, affascinanti interpretazioni.

Il contenuto del catalogo: contributi e approfondimenti di protagonisti dello stile, della moda e dell’architettura italiana; una avvincente sequenza di immagini fotografiche di Luca Stoppini ed una di simulazioni x-ray a cura di Leonardo Salvini, frutto di una ricerca tecnica sviluppata in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze; disegni e bozzetti ori- ginali di Gianfranco Ferré e foto di passerella. Parte integrante del volume sono le 27 schede a cura di Daniela Degl’Innocenti, conservatrice del Museo di Prato.

-a cura di Rita Airaghi direzione artistica di Luca Stoppini

Airaghi Rita (a cura di), Gianfranco Ferré. Sotto un’altra luce: Gioielli e Ornamenti, Skira, Milano 2017

Il volume si propone di offrire la visione di un aspetto specifico dellacreatività e della pro- gettualità di Gianfranco Ferré – quello che ri- guarda l’oggetto-gioiello – con l’intento chia- ro e fermo di sottolineare come a esso lo stili- sta abbia riservato sempre un’attenzione spe- ciale, in termini di ricerca applicata sia alla forma sia alla materia e in termini di ispirazio- ne, con risultati quasi sempre innovativi e sor- prendenti.

Questo libro è anche un doveroso tributo all’i- nizio del percorso di Ferré, che esattamente negli ornamenti, nei bijoux e negli accessori ha la sua prima tappa. Una partenza motivata più dalla curiosità che da una convinzione già consolidata, più dal gusto di manipolare la ma- teria che non dalla determinazione di divenire stilista, raggiunta solo diversi anni più tardi. In ciò si manifesta la fedeltà di una passione e di un interesse che si esprime sulla base di due postulati, uno metodologico e uno estetico-sti- listico. Il primo: come l’abito, il gioiello è ter- reno sconfinato di confronto con la materia – in tutte le sue innumerevoli identità – e di in- novazione, di tentativi e di progressi nella sua elaborazione, che fanno pensare al metodo sperimentale affermato da Galilei. Il secondo: come l’abito, il gioiello veste e decora il corpo, ne sottolinea i punti chiave, esercita la funzio- ne di raccordo tra il primo e il secondo, è lega- to alla fisicità della figura umana, quasi ne fa- cesse parte.

Un amore, quello di Ferré per il gioiello-orna- mento, mai confinato in secondo piano. L’or- namento entra subito in simbiosi con l’abbi- gliamento, l’uno pare non poter fare a meno dell’altro, in un intreccio impossibile da scio- gliere in termini di progettazione e ispirazione, sperimentazione e fascinazione.

-Rita Airaghi Fondazione Gianfranco Ferré 

Fondazione Gianfranco Ferré, Sotto un'altra luce: Gioielli e Ornamenti
Sotto un’altra luce: Gioielli e Ornamenti