Adrian

Dopo aver studiato disegno a New York e a Parigi, Adrian Adolph Greenburg inizia creando i costumi per le riviste teatrali di Irving Berlin. È scoperto da Natascia Rambova, la moglie di Rodolfo Valentino. I costumi del suo film Cobra (1925) gli aprono le porte di Hollywood. Nel ’29 — scritturato dalla Metro Goldwyn Mayer — diventa semplicemente e definitivamente Adrian. Insuperato nel gioco grafico del bianco e nero, è senza dubbio il più grande costumista dell’epoca d’oro del cinema americano. Non esitava a stravolgere l’anatomia femminile per il suo ideale di assoluta sterilizzazione. Così, dovendo attenuare le spalle da lottatore di Joan Crawford, decise di esagerarle ancora di più. Da questo piccolo colpo di genio nacque la moda 1940 e anche il revival — esasperato fino al grottesco — degli anni ’70-’80. La Crawford fu una delle star che lo ispirò maggiormente. Famoso l’abito di organza bianca di Letty Lindon (’32), una meringa di volant ma senza la minima leziosità. E quello nero con collo e polsi bianchi (Grand Hotel, ‘32): lo stile segretaria all’epitome dello chic. Di tutt’altro genere i costumi creati per Greta Garbo. Se l’esotismo di Mata Hari (’32) sfiora il kitsch, quelli dei film storici furono impeccabili. In Anna Karenina (’35) sublimò con intelligenza il suo debole per le uniformi militari e in Camille (’36) riuscì a evitare ogni romanticismo di maniera. Indimenticabili quelli di Regina Cristina (’33), forse la sua prova più alta. Lo stile chevalier era perfettamente congeniale alla grande star: sapientemente ambiguo con tocchi di moderna femminilità nelle bluse di un’eleganza senza pari. Di un gusto più facile e popolare gli abiti da sera-camicia da notte di Jean Harlow (Pranzo alle otto, ’33): di satin bianco, in sbieco, molto sensuali e precursori dello stile lingerie. I 4 mila costumi per Maria Antonietta (’36) furono l’ultima opera importante di Adrian: super ricchi, con tessuti ultrasontuosi e un estenuato studio di bianchi abbaglianti. Tuttavia l’insieme di parrucche monumentali e crinoline mastodontiche risultava troppo carico ed eccessivamente rococò. L’avvento del technicolor, con i suoi colori fastidiosamente pastello o volutamente volgari, rende obsoleta la sua visione estetica. Nel ’39 lascia la Metro e apre un salone di alta moda. Torna sporadicamente a disegnare per il teatro. Muore di un attacco cardiaco a 57 anni. Il suo stile audacemente moderno, le proporzioni aggressive, l’uso drammatico e futurista del bianco e nero sono ancora oggi di grande ispirazione per i creatori di moda.